Paradise. Un film di Andrei Konchalovsky. Leone d’argento per la migliore regia. 73a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Andrei KonchalovskySulle vicende della Seconda Guerra Mondiale e sull’orrore della Shoah sono ormai stati realizzati innumerevoli film (alcuni di straordinaria portata, come il capolavoro di Claude Lanzmann intitolato proprio Shoah).
In particolar modo, sul terribile sterminio del popolo ebraico da parte dei nazisti, da anni passati (dopo la fine della guerra) in cui l’argomento (a livello filmico) era quasi tabù si è giunti invece, tristemente, alla moda contemporanea della “memoria cinematografica” di questa tragedia. Le mode sono contrarie al concetto stesso di memoria (un principio filosofico estremamente importante), così come la musealizzazione dei campi di concentramento nazisti a favore del turismo massificante, dunque totalmente vuoto, messa in atto negli ultimi tempi sta attivando un processo di assuefazione all’orrore veramente drammatico (per tutte le giovani generazioni). Ciò che è musealizzato è, infatti, storicizzato e distante dal presente, dunque non ha a che fare con la memoria.

L’analisi del film di Andrei Konchalovsky intitolato Paradise impone, quindi, un’attenta riflessione. L’opera in questione possiede tutte le caratteristiche della dignità filmica. È fortemente strutturata (a partire forse da un’idea narrativa un po’ retrò), è girata in un bianco e nero rigoroso ed è recitata in maniera ineccepibile. L’intera operazione è contraddistinta da una severità formale (sfiora la massima semplicità espressiva) che evita qualsiasi deriva di tipo spettacolare.

Le vicende dei tre protagonisti, una donna russa chiusa in un campo di sterminio perché ha nascosto (a Parigi) due bambini ebrei, un poliziotto francese collaborazionista e un ufficiale delle SS intenzionato a sconfiggere la corruzione dilagante nel lager nazisti, sono perfettamente delineate, costruite con sapienza narrativa e ben collegate tra loro, forse anche troppo.

Andrei KonchalovskyL’aspetto su cui forse si dovrebbe riflettere più a lungo è la rappresentazione che Konchalovsky fornisce della vita nei campi di sterminio. Non è certamente ammorbidita e insopportabilmente tenue come quella che emerge da La vita è bella ma non è neanche concentrata eccessivamente sulla visione della violenza e del degrado umano e morale. Non si vedono particolari raccapriccianti se non attraverso qualche immagine fotografica (si allude in questo caso al famigerato e terribile Auschwitz Album) scattata dagli stessi nazisti e collocata in una sorta di raccoglitore dei ricordi (vergognoso e orripilante, ovviamente).

Dunque, Konchalovsky non realizza immagini superficiali, percorre la strada del rispetto per le vittime, non rappresenta il dolore in modo banale. Nonostante ciò, il suo film si mostra come un testo che poggia solidamente su una concezione visiva dei campi di sterminio che ha attraversato la storia del cinema in modo ripetuto, anche in una fase recente. Paradise, in sostanza, non porta niente di nuovo, non si manifesta come un’opera in grado di alimentare veramente la memoria e pare organizzata espressivamente in maniera fin troppo razionale. Non c’è una vera meditazione filosofica sulla “banalità del male”, non c’è reale emersione del passato nel presente. Tutto è al suo posto ma senza una vera sostanza.

Andrei KonchalovskyIl nostro giudizio su questo film, in tal senso, rimane sospeso e dubbioso, forse caratterizzato da alcune perplessità (sul senso dell’opera stessa). D’altra parte la Seconda Guerra Mondiale, la distruzione dell’Europa del XX secolo, l’agghiacciante sterminio del popolo ebraico per mano dei nazisti, la scomparsa del concetto di umanità dal cuore del (colto) Vecchio Continente nel periodo del conflitto bellico, sono argomenti troppo seri per essere trattati in modo scontato, prevedibile ed esteriore.

Continueremo, comunque, a pensare a questo lungometraggio, a lavorarci criticamente. Ora vogliamo solo ricordarvi quelle che consideriamo delle opere cinematografiche fondamentali sui temi sopra elencati.

Certamente (in ordine sparso), il già citato Shoah, del regista francese Claude Lanzmann, il documentario di Alain Resnais Notte e nebbia, La passeggera di Andrzey Munk, Mr. Klein di Joseph Losey, Il pianista di Roman Polanski, Arrivederci ragazzi di Louis Malle e Kapò di Gillo Pontecorvo, quest’ultimo, film che all’epoca della sua realizzazione (1959) suscitò le ire (per questioni etico-linguistiche) della rivista de I Cahiers du Cinema. Ma questa è un’altra storia.

© CultFrame 09/2016

TRAMA
Durante la seconda guerra mondiale un poliziotto francese collaborazionista, una donna russa imprigionata in un campo di concentramento e un ufficiale delle SS, protetto di Himmler incrociano le loro vicende personali.

CREDITI
Titolo: Paradise / Regia: Andrei Konchalovsky / Sceneggiatura: Andrei Konchalovsky, Elena Kiseleva / Fotografia: Alexander Simonov / Montaggio: Ekaterina Vesheva / Scenografia: Irina Ochina, Josef Sanktjohanser / Musica: Sergei Shustitsky / Interpreti: Julia Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne / Produzione: Andrei Konchalovsky Studios / Paese: Federazione Russa, Germania, 2016 / Durata: 130 minuti

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