Foto/Industria 2015. Biennale di Fotografia Industriale a Bologna

O. Winston Link.  La locomotiva Hot Shot in direzione est, laeger, West Virginia, 1956. © The Estate of O. Winston Link, courtesy Robert Mann Gallery
O. Winston Link.
La locomotiva Hot Shot in direzione est, laeger, West Virginia, 1956. © The Estate of O. Winston Link, courtesy Robert Mann Gallery

Dimensione estetica, educativa e politica. Ecco quali sono, secondo François Hébel direttore artistico di Foto/Industria, i canoni più evidenti che caratterizzano la scelta delle quattordici mostre presentate nella seconda edizione della Biennale di Fotografia Industriale inaugurata il 2 ottobre 2015 a Bologna. La fotografia industriale, un ambito che sembrerebbe dover essere confinato in uno spazio ben definito (che molto spesso riguarda la sola committenza), in questo evento prende corpo e si manifesta in quelle che si rivelano essere le sue molteplici e inaspettate sembianze. Assistiamo così al dispiegarsi di una proposta che, oltre ad essere originale nel panorama della fotografia contemporanea – non per il genere in sé bensì per l’idea di far fruire queste immagini all’interno di un Festival che si propone di travalicare il genere – attinge a piene mani da questi tre macro aspetti.

Estetica. Nel mondo contemporaneo non si può prescindere da questa componente, che sia esplicita perché intenzionalmente voluta dall’autore o inevitabile in quanto chi guarda – vuoi per abitudine culturale indotta, vuoi per quella necessità di affrancare lo sguardo da un visivo spesso aggressivo e violento – finisce suo malgrado per considerarla elemento costitutivo indispensabile del guardare. Nel caso specifico però essa non riguarda il concetto banale di “bellezza” bensì afferra l’osservatore attraverso un senso molto più avvolgente conducendo il suo sguardo in una dimensione esperienziale nuova. In tale dimensione si collocano le altre due componenti: quella educativa e quella politica. Educativa perché tra le prerogative di queste mostre, sempre secondo Hebél, uno degli aspetti che si vuole mettere in evidenza riguarda quanti possono essere i punti di vista sull’industria e sul lavoro, quali e quanti possibili sguardi mostrano i molteplici aspetti di un mondo fa parte in modo preponderante della vita quotidiana. Aspetti che non sono e non possono essere soltanto documentali e che la fotografia ci mostra attraverso l’interpretazione di artisti che rendono visivo il pensiero che si annida nelle pieghe di un abito che ci pare di conoscere già sufficientemente. Ed è qui che entra in gioco infine la dimensione politica, dove l’interpretazione dell’artista stabilisce un contatto con l’occhio dell’osservatore conducendolo in un percorso che, attraverso il coinvolgimento sensoriale dell’estetica, come dicevamo, lo porta a porsi delle domande che implicano una presa di posizione difronte a un tema che è divenuto il cuneo in cui si intersecano le culture del primo mondo e quelle del cosiddetto terzo mondo, palcoscenico quest’ultimo sul quale l’industria manifatturiera contemporanea si è ormai quasi completamente riversata.

© Hong Hao.  Le mie cose n. 7, 2004. Courtesy Pace Beijing
© Hong Hao.
Le mie cose n. 7, 2004. Courtesy Pace Beijing

Così, aggirandoci tra alcune delle più affascinanti sedi espositive bolognesi, vediamo dialogare (esteticamente ma forse anche politicamente) autori come David LaChapelle (Land scape), con i suoi diorami realizzati con scarti industriali rivisitati in chiave pop/hollywoodiana che rappresentano improbabili impianti industriali dove sullo sfondo permangono tuttavia segni che sono punti fermi dell’immaginario collettivo come l’eredità visuale di Hopper in Gas, e Edward Burtynsky (Manufactured Landscape) che ha trasformato luoghi immensi in affascinanti geometrie in cui l’estetica non è altro che il pretesto per osservare paesaggi trasfigurati dal passaggio dell’industria in una modalità che normalmente non gli appartiene. Oppure vediamo la serialità degli scarti personali di Hong Hao (My things, bottom), dove l’autore per dodici anni, giorno dopo giorno, scansiona le “cose” che consuma aggregandole poi in veri e propri collage visuali in quello che egli stesso definisce “una sorta di diario visivo […] uno strumento per osservare la condizione umana nella moderna società consumista”, ai quali fanno da controcanto i ritratti dei minatori di carbone delle Asturie fotografati da Pierre Gonnord ([Other] Workers) così puliti ed essenziali, dove gli uomini, intesi come “umano”, guardano nell’obbiettivo del fotografo con una dignità talmente sorprendente da incutere un senso di rispetto che non appartiene più da tempo al mondo del lavoro.

Estetico, educativo e politico è Biography of cancer, l’opera presentata dal coreano Jason Sangik Noh. Ancora un diario ma questa volta medico; Sangik Noh, che non è un fotografo ma un chirurgo oncologo, traccia una “fotografia” scientifica ma al tempo stesso umana, dove l’analisi medica si interseca con il rapporto di tutti coloro che lavorano attorno al paziente e, assieme ad esso, percorrono il cammino impervio della lotta contro la malattia.

Poi c’è La poesia dei giganti di Luca Campigotto, dove i particolari di enormi navi ormeggiate nei porti di Marghera e Genova, nella loro luce notturna e nella perfezione dei particolari ritratti, ricordano le opere di un altro poeta dell’immagine l’iperrealista americano Richard Estes. Nelle fotografie di Campigotto il tema del lavoro assume un’aura di monumentalità che non può passare inosservata; inserita nel vissuto quotidiano si riappropria di quel ruolo del quale è stato espropriato tornando ad essere protagonista.

© Kathy Ryan. 6/17/2013, 6:49 p.m., “ The New York Times”
© Kathy Ryan. 6/17/2013, 6:49 p.m., “ The New York Times”

Non mancano i giochi estetici puri rappresentati dalle immagini dell’americana Kathy Ryan con il suo Office Romance che ha spopolato sul web. Capo del servizio fotografico del New York Magazine, la Ryan, dopo aver valutato per anni le immagini di altri autori, un bel giorno, colpita da un raggio di sole che attraversa le scale degli uffici in cui lavora, scatta la sua prima fotografia con l’i-phone dando inizio a una serie di istantanee realizzate durante i momenti di “pausa” dal lavoro. Inutile dire che queste diventano subito oggetto di venerazione, ça va sans dire. Esse godono di una perfezione unica che abbraccia il gusto estetico corrente, la riservatezza dell’autrice e la semplicità con la quale queste immagini vengono proposte.

Completano l’offerta del festival le fotografie storiche (1920/1930) di prodotti industriali, realizzate in elaborazioni seriali, di Hein Gorny che rimandano all’esperienza Bauhaus, e quelle di O. Winston Link che dal 1955 al 1959 ritrae le ultime linee ferroviarie a vapore negli Stati Uniti, fotografie entrate nell’immaginario collettivo grazie anche alla cinematografia americana degli anni Cinquanta. Presso la sede del MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) promotore e sostenitore di Foto/Industria sono invece esposte le immagini dei quattro finalisti del concorso GD4Photoart 2013-2014: Marc Roig Blesa, Raphaël Dallaporta, Madhuban Mitra & Manas Bhttacharya e Óscar Monzón.

© CultFrame 10/2015

INFORMAZIONI
FOTO/INDUSTRIA 2015 / Direzione artistica: François Hébel / A cura di: Urs Stahel
Quattordici esposizioni in 12 luoghi simbolo della cultura in città
MAST: Dal 3 ottobre 2015 al 10 gennaio 2016
ALTRE SEDI: Dal 3 ottobre all’1 novembre 2015
Biglietto: Intresso libero

SUL WEB
FOTO INDUSTRIA Bologna – Il sito (le mostre e le sedi)

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