Le immagini di Baricco? Il vero problema è la fotografia italiana

"Con i miei occhi" di Alessandro Baricco sulla pagina web de La Repubblica
“Con i miei occhi” di Alessandro Baricco sulla pagina web de La Repubblica

Dopo alcuni mesi passati all’estero, durante i quali avevo scelto di disintossicarmi dalle “cose italiane” (anche evitando accuratamente di leggere le versioni on line dei grandi quotidiani nazionali), rientrato in Italia mi imbatto subito in un caso fotografico che potrei definire deprimente.

Leggo un post su Facebook del fotografo e docente Maurizio Valdarnini (che conosco da molti anni) il quale racconta che durante l’estate La Repubblica ha messo in atto un’iniziativa di cui si “parlerà nei secoli a venire”. Lo scrittore Alessandro Baricco ha, infatti, portato avanti una “rubrica” che si intitola Con i miei occhi. Si tratta di cento immagini fotografiche scattate dallo stesso Baricco che dovrebbero addirittura “raccontare il mondo” (ma cosa vuol dire raccontare il mondo?).

Inutile dire come io condivida a pieno le lucide critiche esposte nel post di Valdarnini. L’operazione messa in piedi da La Repubblica e da Baricco è, senza fare giri di parole, senza capo né coda, estremamente superficiale, e non tiene in nessuna considerazione il fatto che la fotografia sia un linguaggio che si può articolare solo se lo si conosce. Le cento immagini di Baricco sono una sequenza ininterrotta di sgrammaticature che non hanno nulla a che fare con le inutilmente pompose (e impossibili) intenzioni dell’operazione: raccontare il mondo, appunto. Non sarebbe forse cambiato molto, ma se almeno Baricco avesse detto che si apprestava a pubblicare alcune immagini le quali toccavano temi che avrebbe affrontato più approfonditamente grazie alla scrittura (chi scrive comunque non lo ama neanche come scrittore, ma questo è un fatto di gusto personale), forse avrebbe evitato di evidenziare in modo imbarazzante la pretenziosità della “solenne” e “sfarzosa” struttura del suo progetto (ammesso che di progetto si possa parlare).

Ebbene, questa vicenda mette in risalto ancora una volta quale sia la considerazione che in Italia si ha della fotografia. È quasi superfluo dire come basti oltrepassare i confini di questo nostro sgangherato Paese per constatare come la disciplina fotografica sia inserita nel contesto culturale e artistico in modo infinitamente più attento e consapevole.

Ma il “caso La Repubblica-Baricco” in realtà solleva problemi ancor più profondi rispetto al tema dell’atteggiamento che il mondo della cultura e dell’informazione ha per la fotografia.

Mi ha colpito un passaggio del post-lettera di Valdarnini, quando afferma: Prova ne sia il colpevole silenzio dei critici e dei giornalisti specializzati in merito alle sue foto”.

Ovviamente, mi sento chiamato in causa. E non voglio ora attaccarmi al fatto che ho vissuto tre mesi fuori dall’Italia. Così, eccomi qui a esprimere con chiarezza assoluta alcuni concetti in merito.

Che in Italia ci sia una mancanza di spirito critico in ambito culturale e artistico è ormai un fatto assodato. Chi canta fuori dal coro, chi è indipendente, chi dice quello che pensa, viene automaticamente emarginato e considerato un fastidioso portatore di interferenze. Chi non appartiene a gruppi (di potere culturale), chi non fa sempre l’amico di tutti, chi non partecipa ai soliti minuetti di sorrisi e pacche sulle spalle porta su di sé il marchio del rompiscatole, anche se magari in qualche occasione dice delle cose che possono avere un senso.

A tal proposito ricordo uno straordinario articolo di Alfonso Belardinelli pubblicato, il 17 gennaio 2010, nell’inserto della Domenica del Sole 24 Ore intitolato: Una carenza di ormoni critici. In questa lucida e tagliente riflessione scrive Belardinelli: “…la carenza di ‘ormoni critici’ rende obeso il corpo della nostra cultura”. L’autore sostiene che questo aspetto riguarda tutti i campi della cultura italiana e fa l’esempio della mondo della Filosofia. Dice Belardinelli: “ i filosofi hanno imparato a non disturbarsi tra di loro, a non discutere i libri dei colleghi, evitando sgradevoli e faticose contrapposizioni polemiche”.

Ebbene, è ora di dire che questo tristissimo italico atteggiamento è parte integrante anche del mondo della fotografia italiana.

Mi spiego meglio. Archivio la stigmatizzazione dell’operazione che ho definito “La Repubblica-Baricco”. Su questo punto sono totalmente d’accordo.

Vorrei però dire che simili iniziative possono prendere vita in questo nostro paese grazie anche al mondo della fotografia stessa, mondo che non è abituato a discutere al suo interno. Maurizio Valdarnini ha ragione quando evidenzia “il colpevole silenzio dei critici”, ma si limita a puntare il dito, in questa occasione, solo su una categoria di addetti ai lavori. Il problema è decisamente più ampio e riguarda il sistema della fotografia in Italia. E i fotografi, ma non solo, non sono esenti da gravi responsabilità. Non ricordo nel recente passato serie e significative (a parte alcune superflue e occasionali dichiarazioni) prese di posizione da parte di autori italiani su questioni culturali inerenti la fotografia. Ricordo bene invece l’assordante silenzio (del mondo della fotografia) quando nel recente passato qualcuno ha avuto l’ardire di mettere in dubbio in maniera circostanziata l’operato di alcuni pseudo-santuari della fotografia italiana, pseudo-santuari intoccabili verso cui molti fotografi hanno sempre avuto un atteggiamento accondiscendente e di sottomissione (culturale). Criticare questi santuari avrebbe, infatti, significato mettersi in cattiva luce, mettersi contro il sistema, forse esporre e lavorare un po’ meno.

Dunque, il problema fondamentale riguarda l’evidente mancanza da parte del mondo della fotografia italiana (e metto in questo mondo fotografi, critici, giornalisti, curatori) di quelli che Belardinelli ha definito “ormoni critici”.

Ed ancora: la mancanza assoluta della volontà di costruire un sincero e aperto dibattito di politica culturale. Perché quello che conta veramente per il mondo della fotografia italiana è fare mostre, organizzare festival, pubblicare libri, programmare corsi (attività per altro legittime) e partecipare al valzer infinito del conformismo senza mai disturbare veramente chi detiene il potere del settore. Non si sa mai.

© CultFrame – Punto di Svista 08/2015