Il cinema italiano e le contraddizioni dell’informazione

Frame tratto dal film “Youth” di Paolo Sorrentino
Frame tratto dal film “Youth” di Paolo Sorrentino

A conclusione del Festival di Cannes appare necessario fare qualche breve riflessione relativa al cinema italiano e al rapporto con l’informazione e la critica.  In primo luogo, sembra opportuno ricordare come gli esiti di un grande festival del cinema (Cannes, Berlino, Venezia) non possano essere motivo di recriminazioni e neanche di inutili analisi sullo stato di salute di una cinematografia nazionale. Si tratta di eventi che sono chiusi in loro stessi (a parte l’influenza che possono avere sulle varie distribuzioni nazionali), che esprimono semplicemente la visione di una giuria fatta di persone; e queste persone hanno gusti soggettivi e una visione del cinema parziale (a meno che si affermi che le giurie vengano pilotate). Tutti i giudizi delle giurie di ogni festival sono, dunque, sindacabili, possono essere condivisi oppure no.

Vedere scritto su grandi organi di informazione che l’Italia è rimasta “a bocca asciutta”, il tutto comunicato con un tono tra il deprimente e l’accusatorio genera grandissime perplessità. Questo atteggiamento, pieno di delusione nei riguardi del nostro cinema (non in grado evidentemente di farsi notare fuori dai confini nazionali, ma come sappiamo ciò non è sempre vero), stride fortissimo con l’impostazione sulla quale i mass media italiani (in special modo carta stampata e televisione) hanno basato il loro lavoro prima della conclusione del festival di Cannes, secondo il quale i tre registi italiani in concorso sarebbero stati (e perché mai?) tra i favoriti e avrebbero tutti realizzato delle significative prove cinematografiche che avrebbero potuto ottenere enormi successi sulla croisette.

Basta analizzare la stampa cinematografica italiana sia sul web che sulla carta stampata per notare, poi, come in special modo Mia Madre di Nanni Moretti e Il racconto dei racconti di Matteo Garrone (a parte rari casi) siano stati al centro di un meccanismo nel quale l’esercizio critico è praticamente scomparso: le opere in questione, infatti, sono state incensate acriticamente, quasi all’unanimità. Una sorta di intoccabilità culturale ha sostenuto questi due lungometraggi, generando, per altro, aspettative del tutto ingiustificate, se pensiamo al livello della produzione mondiale cinematografica (che, lo si accetti o no, continua a riservare soprese sempre interessanti).

Al contrario, Youth di Paolo Sorrentino ha originato opinioni molto contrastanti. Questo è certamente un aspetto positivo. In una dialettica culturale costruttiva, punti di vista diversi e pareri differenti rappresentano gli ingredienti per lo sviluppo di una discussione sana. Ciò che colpisce, però, dei detrattori di Paolo Sorrentino è la feroce aggressività dei loro giudizi, spesso non del tutto ben argomentati.
Evidentemente, Sorrentino è un personaggio che irrita e infastidisce semplicemente perché risulta non catalogabile e non ben inquadrabile e anche perché deborda chiaramente in un territorio espressivo che non è solo definibile come cinema. Lo si è attaccato con parametri rigidi e in qualche caso superficiali, non comprendendo che tali parametri con il cinema di Sorrentino non hanno nulla a che fare e che l’autore di Youth si muove in un ambito più connesso alle arti visive contemporanee che alla narrazione cinematografica.

Ma a parte le diverse opinioni su Moretti, Garrone e Sorrentino (tutte accettabili se ben articolate) ciò che ci preme evidenziare è l’evidente mancanza di un lucido distacco critico che sarebbe stato necessario per cercare di comprendere a pieno cosa questi tre autori, invitati al Festival di Cannes, erano stati realmente in grado di fare. In tal senso, purtroppo, si è avuta la netta percezione di ciò, che in ambito non solo cinematografico, in Italia avviene ormai da molto tempo, cioè la mancanza di un autentico spirito critico che attraverso gli strumenti dell’analisi, dell’approfondimento e dell’interpretazione consenta di mettere a fuoco (per quanto possibile) la condizione creativa e culturale di una disciplina artistica come il cinema, e non solo.

Al cinema di casa nostra (e in generale ai nostri movimenti artistici) non servono tanto dei sostenitori incondizionati di “quel regista” o di “quel film”, non servono dei tifosi, serve piuttosto uno sguardo critico (messo in atto da studiosi, giornalisti, critici della carta stampata e del web) in grado di valutare, pur nella logica dei punti di vista diversi (e anche con buon senso e una visione di respiro internazionale e non italocentrica), un’opera cinematografica per la sua reale sostanza espressiva e artistica.

© CultFrame – Punto di Svista 05/2015