Un punto di vista sulla dualità fotografica

Nel crollo postmoderno dell’ordine temporale in rapida disgregazione socio-culturale, la storia presente si muove liberamente e riproduce se stessa in una “giustapposizione” spaziale sempre nuova. La possibilità di collegare visioni e impressioni diverse sottintende l’esistenza di una pluralità infinita di “accostamenti” (e di “approcci”) tra le cose, gli individui e le immagini. All’asserzione profonda della visione moderna si è sostituita la mobile superficie dell’accostamento postmoderno. Anche le immagini, disposte simmetricamente nel confronto duale, creano e ri/creano altre storie, si intrecciano intimamente e plasticamente, generando immagini dalle immagini e nelle immagini.

Qual è la relazione dialettica che si produce nell’accostamento significativo di due immagini? E soprattutto, questa relazione esiste davvero in un accoppiamento semanticamente fondato? O è semplicemente un’illusione tutta umana quella di mettersi in relazione con l’altro per raggiungere una maggiore estensione di se stesso? Il mio immaginario, centrato sulla pratica della “dualità fotografica”, vorrebbe soddisfare l’esigenza mia personale di approfondire la tematica della continuità/discontinuità che le immagini rappresentano in una relazione duale.

© Francesca Loprieno. Insulae
© Francesca Loprieno. Insulae

Nella duplicità dell’immagine disposta in relazione duale, è come se vi fosse, “in atto”, l’incrocio tra due sguardi che raggiungono l’opera stessa da differenti punti di vista e da moventi emozionali diversi, scoprendo, in tal modo, la possibilità di un incontro prospettico proprio nello spogliarsi di ogni restrizione visiva che accompagna le immagini singolarmente prese. Ciò grazie alla disponibilità a lasciarsi animare e pervadere dalla loro forma fino a farci intravedere quell’al di là cui esse enigmaticamente alludono.

Non necessariamente tali immagini si presentano l’una in forte relazione con l’altra, a volte l’intreccio sembra essere discordante. Singolarmente esse sembrano immerse in uno stato di quiete fatta di assordanti silenzi. Stato instabile che ritrova un suo sia pur precario equilibrio, solo nell’accostamento, più o meno corrispondente, con l’altra immagine. Vi è così, in questa presenza/assenza, in questa radicale precarietà della relazione, come una forma di teatralizzazione sia dell’evento in sé, sia della gestualità dell’azione compiuta.

L’uomo nella sua condizione esistenziale di profonda singolarità tende a ricongiungersi alla sua naturale pluralità mettendosi in relazione con l’ambiente umano e con il paesaggio mutevole che lo circonda. In questo caso le immagini raccontano un evento frammentario, casuale, non premeditato ma in continua estensione di significati, di mete e di situazioni. Sembrano fotogrammi di un film in fieri. Sembrano essere parte di un immaginario intimo proteso fortemente verso l’esterno. Come se ci fosse, sempre e comunque, la necessità di emergere al di fuori di se stessi. Così l’immagine interiore cerca costantemente e ostinatamente di rapportarsi all’esterno.

Nulla di definito e di definitivo nel confronto labirintico di un nomadismo aperto a tutte le possibili narrazioni. La configurazione dell’immagine ha continui rimandi interiori, richiama sempre l’uomo in “sé” in questo passaggio dall’esterno all’interno.

La ricerca, a volte formale, a volte no, pone l’attenzione sull’immaginario visivo. Le immagini sembrano isole di ordini intravisti in mezzo a oceani di dati indefiniti. I tentativi di porsi in relazione sono fuori tempo, alternati, così opposti da sembrare del tutto inutili come è inutile, molto probabilmente, sperare in un futuro coincidere delle emozioni.

Come il filosofo Jean-Luc Nancy insegna siamo esseri singolari immersi in una pluralità di eventi. Ma in questa pluralità di eventi l’uomo aspira a raccontarsi, in ogni caso, partendo dall’unicità singolare di se stesso. Mettendosi in relazione, le due immagini del dittico fotografico riportano necessariamente ad un unico significato. Nell’accostamento esse si raccolgono e comunicano. E per raccogliersi e comunicare esse devono paradossalmente ritirarsi dalla singolarità del loro significato univoco. L’immagine si strappa dalla sua stessa immagine. E, fuoriuscendo una dall’altra, entrambe portano in sé il segno caratterizzante di questo strappo. Ci si sente costretti a guardare sul fondo che non è il retro cieco del quadro, ma un semplice oltre il soggetto-oggetto.

Come ha scritto Jean Baudrillard:

“Fermarsi su un’immagine è fermarsi sul mondo. Questa suspense tuttavia non è mai definitiva, perché le foto rinviano le une alle altre e non c’è altro destino per l’immagine che l’immagine stessa. E tuttavia ciascuna di esse è distinta da tutte le altre. È tramite questo tipo di distinzione e di complicità segreta che la foto ha ritrovato l’aura che aveva perso col cinema.”

In questo passaggio epocale che definiamo della postmodernità, tendiamo a vedere il reale come un incrocio di interminabili narrazioni di diverso genere. Nell’epoca del “disincanto” totale vi è l’impossibilità di riorganizzare il reale problematico in un insieme coerente e unitario, di conseguenza non è possibile trovare alcuna coerenza nella relazione delle immagini, così come avviene anche nelle relazioni reali.

Si avverte così lo sforzo di abitare il mondo a partire da un senso che si situa nelle pieghe degli esseri singolari/plurali, in quell’entre che sembra voler ammonire i singoli individui della loro non adeguata autosufficienza nell’abitare il mondo e, al tempo stesso, nell’irriducibilità degli stessi a disporsi negli schemi sociali tradizionali. Il singolo non può riconoscersi in quanto tale se non traendo da una relazione duale la sua stessa singolarità.

© Francesca Loprieno. Paesaggi sospesi
© Francesca Loprieno. Paesaggi sospesi

In linea con il suddetto processo di identificazione fenomenologica, un’immagine fotografica singola trattiene quindi un significato in sé che, in relazione con un’altra, in un accostamento comunicativo simbolico, diventa estensione di se stessa e si completa. Il pensiero così si verbalizza nella visione artistica, diventa il “peso” che riflette l’esistenza e la sua inquietudine. Nella sua densità problematica, nella sua matericità e visceralità, il pensiero si trasforma in un’inedita visione del mondo reale, facendo sì che la fotografia si manifesti in tutte le sue forme teatralmente pregnanti.

Non vi è più una netta divisione tra la realtà e la sua messa in scena. Le stesse presenze umane, la gestualità, i movimenti del corpo, vengono inseriti all’interno di ambienti decontestualizzati, non appartenenti al gesto, all’azione che compiono. È un gioco infinito di sguardi che s’incrociano generando interrogativi sul nostro vissuto reale. Un vissuto commisto di naturale e di artificiale sempre diverso a seconda delle prospettive e delle situazioni. Una messa in scena quotidiana e nello stesso tempo surreale.

Ciò non vuol dire che nel “doppio” il rapporto tra le due immagini generi una narrazione definita, completa nel suo messaggio e significato. É chiaro che nella tecnica fotografica del dittico il confronto delle immagini fa sì che l’oggetto rappresentato nella sua frammentarietà riesca a raccontare quel senso nuovo che sfugge alla sua singolarità. La logica del senso è una logica di confronto e di riconoscimento nel tentativo di superare l’impenetrabilità dell’Altro.

L’intento del confronto duale è quello di generare una narrazione “aperta” attraverso una pluralità di interpretazioni. Non la generazione di un’opera autoreferenziale ma di un passo verso l’apertura di essa sempre rivolta al costante confronto spazio/tempo, interno/esterno, presenza/assenza.

© CultFrame – Punto di Svista 04/2015