Il linguaggio non è veloce come la luce

fotografia e scritturaScanning, libro di Paolo Mussat Sartor e Nicola Ponzio, è una di quelle opere che non temono l’accostamento di complessità quali la grammatica visiva e quella della scrittura.
Non è facile iniziare a scriverne scegliendo un punto o momento della riflessione che questo lavoro sollecita. Sono infatti molti gli accessi e i percorsi che si possono seguire.

Partendo dall’inizio del libro si incontra inevitabilmente un titolo. E il titolo è sempre una delle chiavi d’ingresso dell’architettura di un lavoro, il suo nome. Scanning allora. Azione di scomposizione in elementi, più o meno piccoli, e di analisi di un’immagine; rilievo dei parametri della luce, del colore; scelta della profondità dei bit, dell’informazione che, comunque e sempre, restituisce una descrizione di ciò che è scansionato.

Si tratta di una ricognizione chirurgica che si confronta con l’impossibilità di agire sull’intero corpo del reale. Una anatomia della realtà, un «fare a pezzi il mondo». Quest’idea riporta alla geografia – un modo di descrivere il mondo – e al suo mito, Dioniso fatto a pezzi dai Titani e poi ricomposto da Apollo.

In Scanning la partizione analitica del mondo risulta dalla focalizzazione di una parte. Si tratta di una parte costituita dalla modalità del vedere, riconducibile allo sguardo di chi scrive, a quello di chi fotografa, ai mezzi che si sono scelti.

Lo sguardo tenta di restituire qualcosa di neutro, non-colorato, non-sovrastrutturato. Ma, dicendo meglio, qualcosa che si sottrae nel momento in cui restituisce un’esperienza del mondo. Tale sottrazione è forma paradossale di esistenza.

Ben funzionante allora, nelle immagini, anche una paletta di scala di grigi, dove solo 8 bit di profondità sono sufficienti al nostro occhio per cogliere differenze di luce; ma per ogni variazione di luce alla scrittura è necessario il riquadro che, tuttavia, sfugge all’idea di inquadratura per infilarsi in quella di contenimento del linguaggio. (O cornice, richiesta di attenzione? in un paesaggio in cui le parole affollano anche visivamente l’orizzonte. Un contenitore per lo sguardo, un museo delle sensazioni percettive? Oppure spazio sacro di purificazione del linguaggio e dei sensi? Si è tentati, anche qui, da molti percorsi).

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                       © Mariangela Guatteri

Nella gabbia tipografica si possono vedere il bianco il nero e il grigio non tanto come qualità delle cose ma come oggetti afferrabili, anche quando il grigio è delicato, il nero solubile, il bianco torbido. Afferrabili tanto quanto lo sono le disposizioni e gli addensamenti dei grigi delle immagini fotografiche che le definizioni dei colori vanno a mappare. La verifica delle corrispondenze è impossibile.

© Mariangela Guatteri
© Mariangela Guatteri

Esiste qui un gioco di traduzione percettiva condotta per sottrazione. Una sottrazione con cui si deve regolare il lettore del libro che prosegue lo sforzo di traduzione dei colori-oggetti tra i margini di un’incertezza, tentando di richiamare la memoria di un percepito o afferrare un oggetto invisibile (perché mai conosciuto), o relazioni tra la cosa e il colore reale, tra il nome e il momento della luce.

Le variazioni del paesaggio, visto sempre dall’interno dello stesso spazio-abitacolo, scorrono nella sequenza di montaggio (scelta di un momento e accostamento di momenti) di uno spostamento in automobile, un viaggio, un percorso. A un certo punto le parole stampate prendono troppa luce, azzerano il contrasto e spariscono dalla vista. Restano per righe o in interi quadri aumentando l’incertezza della lettura, sino a quando quegli oggetti-colori così afferrabili vanno verso lo stato di sola scrittura, che non è poi più possibile vedere anche solo come segno.
Verrebbe da dire: si assentano, con la memoria di ogni istante del viaggio in auto che si perde nel flusso di ciò che si attraversa; con ciò che si vede solo un attimo, con tutto quello che non si fa in tempo a riconoscere.
È forse utile, se non necessaria, un’azione in perdita per ogni mutamento, rinnovo percettivo o redistribuzione equanime delle tensioni del senso nei confronti della realtà.

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                                   © Mariangela Guatteri

A un certo punto ci si rende conto che il linguaggio non è veloce come la luce, che ogni momento cambia, e che non siamo bravi a discriminare i sottili passaggi analogici delle scale tonali e luminose: avremmo forse un nome preciso per ogni momento della luce.
Vorremmo probabilmente avere maggiore possibilità di precisione.
La strategia, messa in atto con Scanning, per mantenere la tensione verso un’impresa di nominazione, si avvale del supporto di oggetti e del loro stato (fisico, chimico), di sensazioni e di pensieri oggettivati; come se tutti i colori possibili fossero tanti quante le configurazioni degli oggetti riconoscibili (tutti hanno un nome). È una quantità gigantesca di configurazioni di oggetti che nel corso del tempo mutano di stato e ogni cosa e ogni sua mutazione potrebbe appropriarsi di un colore senza mai esaurire quelli dello spettro. Il linguaggio rende questo possibile.

© CultFrame – Punto di Svista 04/2015

CREDITI
Titolo: Scanning / Autori: Paolo Mussat Sartor, Nicola Ponzio / Postfazione: Marco Giovenale / Editore: Corraini Edizioni, 2014 / 128 pagine / Prezzo: 30 euro /  ISBN: 978-88-757047-3-5