L’americano William E. Jones e l’israeliana Yael Bartana in mostra a Milano

Pardes è una parola ebraica il cui significato è “agrumeto”. Citata nei testi sacri indica il cammino spirituale intrapreso dai quattro rabbini Ben Azzai, Ben Zoma, Ben Avuyà e Rabbi Aqiva. Pardes (Orchard) è il titolo del video presentato dall’artista israeliana Yael Bartana nell’esposizione in corso alla Galleria Raffaella Cortese di Milano, narra di un viaggio nel conturbante paesaggio della foresta amazzonica, assieme all’amico Michael, che sembra proprio evocare quel cammino verso la riscoperta di una spiritualità di antica memoria. La dimensione fisica del video è tale che lo spettatore è chiamato a vivere egli stesso l’esperienza che i due personaggi affrontano: lo schermo posizionato a terra è talmente grande da proiettare il pubblico al suo interno. Nelle immagini di apertura del filmato una piccola imbarcazione conduce i protagonisti attraverso un paesaggio che di per sé costituisce la genesi del sogno mistico e allucinato che essi si appresteranno ad affrontare di lì a poco. Si tratterà di una sorta di rito di purificazione in cui l’uomo deve tornare a essere come la foresta che lo accoglie, selvaggio, per entrare in connessione con il cosmo. Per raggiungere questo stadio primordiale e vincere lo scetticismo proprio di un mondo in cui la spiritualità spesso non è altro che una parola alla moda, occorre provare il rito mediante l’assunzione di sostanze stupefacenti che li proietterà verso una dimensione fuori dal sé portandoli a vivere una sorta di rinascita.

Yael Bartana. Installation view, Galleria Raffaella Cortese, Milano. Photo: Lorenzo Palmieri
Yael Bartana. Installation view, Galleria Raffaella Cortese, Milano. Photo: Lorenzo Palmieri

Il viaggio è da intendersi altresì come una riscoperta di ritmi ancestrali che riconducono l’uomo al centro del proprio essere, un centro irrimediabilmente perduto e questo nonostante il rituale affondi a piene mani in un ambiente contaminato da diversi elementi di differente origine sia culturale sia temporale. Tuttavia l’inevitabile inquinamento cui questi luoghi sono sottoposti li ha irreparabilmente violati, persino la sciamana che li accompagna, nella sua nenia mescola antichi canti tribali con la cattolica “Ave Maria”.

Questa pratica rivolta a una osservazione dei fenomeni cui è possibile rapportarsi nell’ambito di una cosciente ricerca di relazione con ciò che sta al di fuori di noi, ma al tempo stesso convive con l’energia che emana da noi, è posta in completa antitesi con il lavoro dell’artista statunitense William E. Jones che nel proprio lavoro si occupa, viceversa, di tecniche di manipolazione mentale anch’esse effettuate attraverso l’assunzione di sostanze stupefacenti questa volta però in modo del tutto inconsapevole da parte dei soggetti che le hanno ingerite. Jones è presente in galleria con una mostra parallela a quella di Bartana, con la quale dialoga: se l’artista israeliana cerca con il suo viaggio di ricondurci al centro di ogni cosa in una sorta di scoperta del sé, William E. Jones narra della totale perdita di tale possibilità. È come se ci trovassimo tra il principio e la fine: nel mezzo sta la trasformazione di cui si è persa traccia, il passaggio dall’arcaicità spirituale al coacervo del presente dove l’uso di quelle sostanze è finalizzato al controllo delle menti e non più alla loro libertà di espandersi.

Di Jones vengono proposti due video e una installazione, quest’ultima si concentra sulla riproposizione in chiave seriale di documenti di Stato resi pubblici, essi sono appesi al muro ricoprendolo interamente – come fosse un wallpaper – così che l’installazione appare, in definitiva, come un nonsense, una enorme immagine astratta che arriva a perdere le informazioni rintracciabili nel testo grazie anche alle numerose cancellature operate al momento della sua divulgazione e al formato sempre uguale che l’autore impone come a sottolineare l’inutilità, ormai, della loro diffusione.

William E. Jones. Installation view, Galleria Raffaella Cortese, Milano. Photo: Lorenzo Palmieri
William E. Jones. Installation view, Galleria Raffaella Cortese, Milano. Photo: Lorenzo Palmieri

Il video Psychic Driving, inedito, mostra gli effetti dell’LSD considerata all’epoca una droga molto potente. In esso compaiono alcuni individui che hanno preso parte a un programma di ricerca finanziato dalla CIA volto a indagare gli effetti dell’acido lisergico sulla mente umana. Le sperimentazioni furono effettuate su pazienti con disturbi mentali del tutto inconsapevoli di cosa gli stesse accadendo. Si tratta di una pratica molto vicina al “lavaggio del cervello”, una sensazione che proviamo anche noi spettatori guardando un flusso che appare sotto forma di interferenza continua e che allude alla presenza dell’effetto manipolante arrivando a operare una specie di smaterializzazione della personalità. A tratti l’immagine si ricompone cercando di recuperare una relazione con la realtà completamente destabilizzata. Quanto più l’immagine è indefinita tanto più estesa è la manipolazione mentale, metafora, potremmo dire, del vivere da dipendenza virtuale oggi enormemente diffuso.

Nel secondo video le immagini proposte sono ripetute nonostante variazioni cromatiche forti le facciano sembrare differenti. La velocità con cui esse appaiono sullo schermo introduce una forma seriale psichedelica che diventa quasi rassicurante conducendo l’osservatore all’assenza di pensiero. A tratti vediamo comparire un messaggio pubblicitario che si innesta nella mente senza che questa possa rendersi conto di vederlo effettivamente. L’immagine si trasforma sotto i nostri occhi e quasi non ci accorgiamo di quanto stia avvenendo. L’osservazione di questo video appare come una sorta di sfida alla tortura mediatica cui veniamo sottoposti quotidianamente. La posa di alcune delle persone che si intravedono, ripresa frontalmente, ricorda le immagini segnaletiche che schedano gli individui facendoli entrare a far parte della massa informe di informazioni manipolate, completamente spogliati della loro personalità. Giungere a vedere il filmato fino alla fine risulta estremamente faticoso e dunque “resistente”, e ogni volta che l’immagine si compone, l’interferenza ricompare sempre più aggressiva a cancellare ogni senso.

Negli anni ’50 e ’60 la CIA finanziò un altro progetto relativo alla diffusione dell’arte astratta che all’epoca veniva associata alla libertà di espressione. False fondazioni umanitarie influenzarono un certo tipo di cultura nell’America di quegli anni e la CIA era alle loro spalle. Appare quindi chiaro come questi video di William E. Jones e Yael Bartana svolgano una funzione di corretta informazione. È in casi come questo che l’arte ci offre l’opportunità di riflettere sulla realtà che ci circonda. Come pubblico abbiamo il dovere di compiere lo sforzo di interrogarci senza necessariamente attendere che qualcuno ci spieghi cosa stiamo guardando per “capire”. Ognuno di noi possiede questa capacità, basta solo attivarla.

© CultFrame 03/2015

INFORMAZIONI
William E. Jones / Yael Bartana
Dal 19 febbraio al 14 aprile 2015
Galleria Raffaella Cortese / via Stradella 1, 4 e 7, Milano / telefono: 02.2043555 / info@galleriaraffaellacortese.com
Orari: martedì – sabato 10.00 – 13.00 e 15.00 – 19.30 / Ingresso libero

SUL WEB
Il sito di Yael Bartana
Il sito di William E. Jones
Galleria Raffaella Cortese, Milano

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