America. Mostra di Wim Wenders a Varese

© Wim Wenders. ‘Entrance', Houston, Texas. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 1983. Lightjet Print, 202 x 242 cm.
© Wim Wenders. ‘Entrance’, Houston, Texas. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 1983. Lightjet Print, 202 x 242 cm.

È davvero inusuale l’accostamento delle fotografie di Wim Wenders al contesto di Villa Panza di Biumo, a Varese, dove le opere del noto regista di Paris Texas sono esposte fino alla fine di marzo 2015. America è il semplice titolo di questa mostra, la prima di un progetto che, come ci comunica la curatrice Anna Bernardini, “è focalizzato sul linguaggio della fotografia che il FAI, Fondo Ambiente Italiano, ha in animo di intraprendere a Villa Panza”. Sono 34 le fotografie che possiamo ammirare in questo allestimento, perfettamente in armonia con il luogo nonostante l’apparente distanza visiva, molte delle quali riempiono le pareti grazie alla dimensione molto grande (fino a 178×447 cm) che ne esalta i soggetti. Esse paiono affacciarsi sull’ampio e sconfinato territorio americano e sembra un po’ come se questi desolati luoghi trovassero un loro accoglimento all’interno della villa, una nobile ed elegante dimora europea del XVIII secolo, come se il loro fosse un tornare “a casa” affettuoso, abbracciate da quel vecchio continente dal quale partirono i conquistatori delle nuove terre al di là del mare.

“Il West non voleva essere conquistato – dice Wenders – e ha resistito ostinatamente a quasi ogni tentativo di civilizzazione”. Ne sono testimonianza quei cartelli che ancora si possono incontrare con scritto sopra l’indicazione “Western World Development Tract 8271” che delimitano lo spazio vicino Four Corners (California) in cui sarebbe dovuta sorgere una città mai edificata. Cartelli nel nulla divenuti rappresentazione iconica di un mondo che da sempre pervade l’immaginario di noi europei così come le immagini delle cittadine assolate e statiche con le loro case apparentemente vuote, le loro strade deserte, le vite silenziose degli uomini che le abitano. Butte, nel Montana, ne è un esempio preciso. Un paese di minatori che nel secolo scorso poteva essere considerato una cittadina piuttosto grande a ovest del Mississippi e che viceversa all’inizio del secolo nuovo, dopo l’abbandono delle miniere e i problemi causati dall’inquinamento nel terreno e nelle acque dai metalli estratti, diviene una enorme città fantasma, un contenitore vuoto “metafora dell’abbandono”, come lo stesso Wenders la definisce. Ed è proprio in questa staticità vuota e abbandonata che l’autore rivive la propria storia. Wim Wenders trova in questo paesaggio tracce di se stesso, della desolazione che ha attraversato vivendo nel proprio paese, tracce che si manifestano sotto sembianze totalmente differenti ma che contengono una forza evocativa dirompente, la stessa che confluirà poi nei suoi lungometraggi lì ambientati.

© Wim Wenders. Woman in the Window. Los Angeles, California. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 1999. C – Print, 124 x 151 cm.
© Wim Wenders. Woman in the Window. Los Angeles, California. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 1999. C – Print, 124 x 151 cm.

Allo stesso modo questi squarci statici sono un omaggio dichiarato al pittore Americano per antonomasia che ha ispirato molte generazioni di altri pittori, fotografi e cineasti: Edward Hopper. Wenders ne riproduce le inquadrature in una sorta di vortice quadro-fotografia-film che sembra pervadere totalmente il senso di questi luoghi elevandoli a icone di un mondo i cui confini tentano ancora di apparire come inconquistabili. La donna affacciata alla finestra in Woman in the Window ricalca perfettamente i dipinti hopperiani così come Night Hawks Setting o Street Front in Butte ripresa, quest’ultima, nelle prime ore del mattino: “Era come stare dentro il mio quadro preferito di Edward Hopper: Domenica mattina presto, del 1930”, racconta ancora il regista. La memoria di Wenders, e con la sua quella di molti di noi, va ai nomi che leggevamo sull’atlante, quei nomi della frontiera all’ovest che assumevano contorni magici, significati paradisiaci di luoghi espressi solo nella mente e nel sogno.

Wyeth Landscape, Montana – ancora questa terra di frontiera – è di nuovo un omaggio a un altro pittore iconico del novecento americano: Andrew Wyeth appunto, un artista che nell’era in cui il figurativo veniva offuscato dall’espressionismo astratto di artisti come Pollock, “utilizzava – commenta Wenders – tecniche antiche come l’acquerello a secco e la tempera all’uovo che aveva studiato nei dipinti di Dürer o Michelangelo. In poche parole, aveva fegato!” Il fegato di mostrare quanto quella terra fosse in armonia con l’uomo e quanto i luoghi potessero ancora rivestire quel ruolo di libera frontiera ove tutto è possibile, il luogo in cui il sogno americano appare nella sua forma ancora pura e attraversabile. Il fotografo qui come il pittore nella riproduzione originale, ha reso il luogo “al di fuori del tempo”. Dice ancora Wenders:

“L’atto del fotografare innalza il luogo e le sue storie in un’eternità, in cui la sua stessa condizione temporale può essere ingrandita, studiata e testimoniata per sempre. Così l’immagine fotografica fa entrambe le cose: disvela l’eternità e al tempo stesso la rende obsoleta. […] In ognuna di queste immagini avvertiamo la natura del tempo, l’essenza della mortalità e dell’immortalità”.

©  Wim Wenders. Wyeth Landscape, Montana. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 2000. C – Print, 178 x 328 cm.
© Wim Wenders. Wyeth Landscape, Montana. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 2000. C – Print, 178 x 328 cm.

Forse è questo lo spirito che aleggia anche sulle immagini conclusive dell’itinerario proposto dalla mostra, quelle scattate a Ground Zero New York, November 8 – 2001 (nessun riferimento all’accaduto, solo un luogo e una data), esse appartengono contestualmente all’idea di fine come a quella di rinascita, parlano di noi, in qualche modo sembrano raccontarci la nostra storia, quella dell’uomo che passa inevitabilmente attraverso la distruzione di se stesso per ricominciare. L’uomo collassa e il suo mondo con lui. Le immagini, enormi, che rivestono le pareti delle scuderie di Villa Panza, ne sono la testimonianza eclatante. Wenders ha ritratto le macerie, come sua abitudine, macerie di un mondo che gli appartiene e conosce molto bene perché è quello interiore, esse non documentano bensì mostrano la devastazione già nell’atto di essere ripulita, ricostruita. Si guardano queste immagini come guarderemmo un incendio che ha devastato la nostra casa (qualcosa di molto intimo), come se osservassimo la distruzione non perché rappresenta la fine ma il punto di partenza per ricominciare di nuovo. Queste fotografie non mostrano un senso di perdita: è come se si fosse dovuto abbattere per vedere cosa stava all’interno. L’atto terroristico lo ha messo a nudo ed è emblematico che a farci vedere questo sia un europeo, altri hanno prodotto immagini eroiche o spettacolari ma mostrano la superfice. Wenders va al centro, scopre il cuore che poi è quello della propria memoria, la memoria della distruzione della Germania durante il secondo conflitto mondiale, dove si giunse al cuore distruggendo tutto ciò che stava intorno per permettere di osservarsi e ricominciare.

© Wim Wenders, New York, November 8, 2001, IV. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 2001. C – Print, 178 x 447 cm.
© Wim Wenders, New York, November 8, 2001, IV. © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren, 2001. C – Print, 178 x 447 cm.

Il cratere creato dal crollo delle Torri gemelle ha fatto affiorare un paesaggio desolato che ci riporta all’origine. Ciò che lì era edificato non c’è più e la terra è tornata ad essere nuda come all’inizio dei tempi, come quando si osservava l’orizzonte e non c’era nulla se non terra. Quel West che non voleva essere conquistato è venuto a fare visita a questo luogo in silenzio, a vedere le ferite mortali inferte al mondo civilizzato, e quello che avrebbe potuto essere il momento di una reale rinascita del mondo occidentale, il punto di partenza verso una visione nuova del mondo, una visione di pace, non è stato altro che, viceversa, un modo che la politica ha usato per andare ancora una volta verso la guerra. Siamo al centro del corpo della città distrutta, sembra dirci l’autore, il suo cuore, che è al medesimo tempo il centro di noi stessi.

© CultFrame 03/2015

 

INFORMAZIONI
Wim Wenders. America / a cura di Anna Bernardini
Dal 16 gennaio al 29 marzo 2015
FAI – Villa e Collezione Panza / Piazza Litta, 1 Varese / Tel. +39.0332.283960 / faibiumo@fondoambiente.it
Orari: martedì – sabato 10.00 – 18.00 / domenica 10.00 – 20.00 / chiuso lunedì
Ingresso: € 12,50 (martedi e mercoledì € 10,00)

SUL WEB
Villa Panza – La mostra America di Wim Wenders
Il sito di Wim Wenders

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