Conflict, Time, Photography. Una mostra alla Tate Modern di Londra

© Shomei Tomatsu – interface.
 Steel Helmet with Skull Bone Fused by Atomic Bomb, Nagasaki 1963. Courtesy of Taka Ishii Gallery, Tokyo
© Shomei Tomatsu – interface.
 Steel Helmet with Skull Bone Fused by Atomic Bomb, Nagasaki 1963. Courtesy of Taka Ishii Gallery, Tokyo

Una nuova mostra alla Tate Modern offre uno spunto di riflessione sugli effetti della guerra, a breve e lungo termine. Le fotografie non sono disposte in ordine cronologico, ma a seconda di quanto tempo è passato tra lo scatto e l’evento. Qui non si vuol fare una storiografia dei conflitti, piuttosto, considerare lo slittamento temporale, di chi si volta a guardare indietro, per narrare il passato senza restare pietrificato dall’orrore. Il punto di partenza per questo modo non convenzionale di esporre e raccontare i conflitti, viene dalla struttura di “Mattatoio n. 5”, romanzo dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut.

Prigioniero di guerra, scampato miracolosamente all’orrenda distruzione di Dresda da parte di bombe incendiarie alleate, Vonnegut fu così traumatizzato, da non riuscire a raccontare e dar vita ai suoi fantasmi per oltre venti anni dall’evento terribile che lo aveva visto testimone e vittima. In “Mattatoio n.5”, pubblicato nel 1969, le vicende del protagonista del romanzo si alternano in un continuo slittamento temporale: il passato in una Dresda che non esiste più, il presente negli Stati Uniti e un futuro surreale, rapito da alieni. La mostra londinese, curata da Simon Baker, fa leva su questo concetto, di scarti temporali, di affannosa ricerca di fantasmi, di meticolosa attenzione per quello che resta dopo gli spari e le esplosioni, Le sale rappresentano minuti, ore, giorni, settimane, mesi e anni dall’evento.  Il fotografo può essere in prima linea nel conflitto, o essere tornato sui luoghi immediatamente dopo. Egli si fa interprete di storie, di azioni, di massacri, raccogliendo dati e testimonianze, riannodando le fila di una narrativa spezzata, fatta di oggetti, ombre, ossa, cicatrici. Lo slittamento non è solo temporale, ma prospettico; si passa dal reportage, al documentario, alla guida turistica insolita, fino a progetti di intenso lirismo.

© Richard Peter
. Dresden After Allied Raids Germany 1945. © SLUB Dresden / Deutsche Fotothek / Richard Peter, sen.
© Richard Peter
. Dresden After Allied Raids Germany 1945. © SLUB Dresden / Deutsche Fotothek / Richard Peter, sen.

Sophie Ristelhueber racconta il deserto del Golfo in una monumentale installazione. Il mare di sabbia è inquinato e stuprato da rottami, trincee abbandonate, campi lacerati, costruzioni che il vento non può polverizzare. Pierre Anthony-Thouret utilizza l’occhio fine da architetto per raccontare lo scempio della cattedrale di Reims, in un libro pubblicato nel 1927, quasi un decennio dopo la guerra. Diana Matar racconta la Libia attraverso i suoi edifici. Non le interessano le strutture, ma quello che è successo dentro. Omicidi, esecuzioni, rapimenti, violenze. I muri, le piazze, i lampioni, gli alberi, diventano elementi di prova e di accusa. Cosi come le immagini pioneristiche di Kikuji Kawada, che lo hanno reso uno dei più importanti fotografi del dopoguerra in Giappone. Nel raccontare la distruzione nucleare di Hiroshima, Kawada tratta l’oggetto in modo diverso da Shomei Tomatsu o Ken Domon, che hanno lasciato potenti immagini documentarie, presenti in mostra. Ciò che distingue Map, il progetto fotografico di Kawada è la varietà inaspettata di forme o, meglio, di mappe, che in realtà sono immagini delle mura di Hiroshima, Talmente bruciate, scorticate, martoriate, da assomigliare a carte geografiche. Carte che portano inevitabilmente a perdersi, piani dove l’ombra del fotografo diviene memento di ombre terribili, che si sono impresse per sempre in quei muri.

Le atrocità e gli orrori, le vite perdute, risuonano ancora in piazze vuote, edifici diroccati, oggetti deformati dal calore o dai proiettili, radure e boschi rischiarati dalle fredde luci dell’alba. La riflessione non è solo sul conflitto in quanto tale, ma sulle modalità di rappresentazione, sulle dinamiche della memoria individuale e collettiva, e sul ruolo dell’artista come testimone e narratore. Molte zone di guerra sono ancora terra di conflitti ai nostri giorni, E mentre si celebra il centenario della Prima Guerra Mondiale, altre guerre incendiano il Medio Oriente, altri atti criminali insanguinano il pianeta. Mostra nella mostra è l’eclettica e sovversiva collezione dell’Archive of Modern Conflict, curata da Timothy Prus. Album di fotografie, cartoline, archivi smembrati, divise, scatole di latta, posters, sono raccolti ed esposti come nell’antro di un rigattiere. Prus ha iniziato a costruire la collezione di quattro milioni di fotografie due decenni con l’intento di raccogliere immagini che ritraessero aspetti unici della guerra. L’Archivio si è andato poi ampliando, fino a comprendere una gamma di materiali affascinanti, che il visitatore è invitato ad esplorare liberamente.

© CultFrame 12/2014

INFORMAZIONI
Conflict, Time, Photography
Dal 26 novembre 2014 al 15 marzo 2015
Tate Modern / The Eyal Ofer Galleries / Bankside, Londra / Tel: +44 (0)20 7887 8888
Orario: domenica – giovedi 10.00 – 18.00 / venerdì e sabato 10.00 – 22.00 / Ingresso: £14.50

SUL WEB
Tate Modern, Londra