Light Time Tales. Una mostra dell’artista americana Joan Jonas a Milano

© Joan Jonas. Reanimation (2010/2012/2013). Video, 19’11” color, sound. Video still. Courtesy the artist

Un allestimento inusuale per Joan Jonas quello della mostra che HangarBicocca le dedica, una nuova sfida che l’ha portata ad affermare quanto non le sia stato chiaro come accostare le opere sino a quando esse non hanno abitato il luogo nella loro interezza. E parte proprio dall’allestimento la suggestione che il lavoro di Jonas imprime sullo spettatore. Chi conosce l’artista statunitense sa quanto sia importante per lei la relazione con lo spazio, una caratteristica fondamentale nella sua ricerca. Influenzata tanto dalla pittura del Rinascimento quanto dalle visioni di de Chirico, dal Surrealismo come dal teatro Nō giapponese, dalle sperimentazioni jazz come dalle fiabe dei fratelli Grimm, Joan Jonas mescola temi della tradizione e avanguardia. Molto vicina al linguaggio teatrale, in questa esposizione propone alcune delle sue performance in forma di video, mentre sono fisicamente presenti tutti gli oggetti di scena in esse utilizzati disposti in una sorta di scenografia che il pubblico può attraversare.

Venti opere, tra installazioni e video, sono riunite in questa antologica a tratti così vicine tra loro da non distinguere più dove comincia una e dove finisce l’altra. Jonas ha costruito un modello visivo specificamente per questo luogo così particolare, completamente differente dallo standard delle normali gallerie dove ha esposto sino ad ora, facendolo diventare esso stesso una enorme installazione, un’opera d’arte totale. L’allestimento assume così una forma tridimensionale e tutto appare come un’unica scena che amalgama ogni cosa: gli oggetti, l’immagine, il suono, la parola. Lo spettatore si aggira tra tutti questi elementi come se attraversasse un flusso magmatico ritrovandosi al suo interno, protagonista e parte integrante di un mondo fantastico tutto da scoprire.

Joan Jonas. Light Time Tales, 2014. Installation views. Fondazione HangarBicocca, Milan. Photo by Agostino Osio. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan

C’è molta improvvisazione nelle opere di Jonas ma è curioso constatare come esse finiscano per essere il frutto, in realtà, di una lunga pratica di ripetizioni di gesti e di immagini. Tale pratica si sposta indifferentemente da un linguaggio a un altro, tra quelli adottati dall’artista newyorkese, in virtù dello spirito pionieristico che da sempre la accompagna, spingendola verso nuove sperimentazioni che l’hanno portata a scoprire quanta poca differenza, in realtà, esista tra essi. Possiamo quindi leggere una chiara relazione, ad esempio, tra lo spazio rappresentato nella pittura e quello presente all’interno di una sequenza cinematografica: Joan Jonas mette insieme questi elementi, questi volumi, originandone di nuovi, spesso deformandoli attraverso il riflesso di uno specchio, rimandandone porzioni spezzate che generano altre visioni più particolareggiate ma al contempo definite in un nuovo contesto visivo.

Ma altri segni solcano le performance e i video di Joan Jonas, segni che trascendono le sue proprie sperimentazioni e significati andando a incunearsi in altri pensieri. Essi compaiono sin dai primi film, girati all’inizio degli anni Settanta e successivamente trasferiti su video, come Paul Revere (1971) che descrive un sistema di comunicazione attuato dal funzionamento di lanterne segnaletiche, ideato da Paul Revere (patriota statunitense) all’epoca della Guerra di Indipendenza Americana. I segnali luminosi hanno un preciso significato, secondo l’intermittenza, ma questo codice, estremamente semplice, può essere sovvertito se l’interpretazione del singolo individuo, dettata da fenomeni indipendenti dal codice stesso, non rientra nella norma di quella comunicazione. Può accadere così che il significato venga completamente stravolto e quello che dovrebbe essere un sistema realizzato per far sì che la popolazione della città venga informata di ciò che sta per accadere diviene improvvisamente motivo di “rottura” dello schema di protezione.

Allo stesso modo in Songdelay (1973) i movimenti e i suoni prodotti dai personaggi che lo interpretano paiono utilizzare dei codici precisi ma anche una sorta di nuovo sistema di comunicazione. Essi eseguono una coreografia che pone il loro corpo in relazione con il paesaggio e il movimento avviene con l’ausilio di una serie di oggetti che, come racconta l’artista stessa, servono a incidere maggiormente la relazione tra il corpo e il luogo: cerchi, aste di legno, mattoni che picchiati tra loro producono il tipico suono che rimanda alle rappresentazioni teatrali giapponesi calato in un ambiente urbano distante anni luce da quella cultura.

© Joan Jonas. Songdelay (1973). 16mm transferred to video, 18’35”, black & white, sound. Film still. Courtesy the artist

L’atto sperimentale di Jonas pare chiedersi: cosa accade se sovvertiamo l’uso dei simboli, quale significato diverso assumono rispetto a quello più convenzionale. Il “riconoscimento” appartiene a un preciso codice percettivo, esso è presente in ogni situazione che viene rappresentata attorno a noi: la mente umana è in grado di codificare i segni che essa stessa ha generato in modo ormai automatico, senza più l’aiuto del ragionamento. Jonas, che spesso utilizza uno specchio attraverso il quale è visibile una porzione della realtà che ci circonda, rimanda allo spettatore schegge completamente autonome di vissuto che rimettono in circolo il pensiero. Cambiando l’ordine della percezione la realtà si mostrerà in modo diverso.

Dunque quale storia ci ha condotti dove siamo, tutta la mostra è pervasa dal profondo senso della storia: passato, presente e futuro; mito, ricordi, memoria personale, magia della creazione e quotidiano. Tutto ciò che vediamo scorrere sulle strade che attraversiamo con il nostro passaggio appartiene alla storia, ed è come se la modernità non esistesse. “Buon giorno” ci dice l’artista osservandoci dalla telecamera che riprende la sua quotidianità, “Buona notte” aggiunge salutandoci al termine della giornata. Cosa è passato nel mezzo. Soltanto un po’ di tempo.

© CultFrame 11/2014

INFORMAZIONI
Joan Jonas, Light Time Tales / a cura di Andrea Lissoni
Dal 2 ottobre 2014 all’1 febbraio 2015
HangarBicocca / via Chiese 2, Milano / telefono: 02.66111573 / info@hangarbicocca.org
Orario: giovedì – domenica 11.00 – 23.00 / Ingresso libero

SUL WEB
HangarBicocca, Milano

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