The Factory Photographs. Mostra di David Lynch

© David Lynch. Untitled (England), late 1980’s/early 1990’s. Archival gelatin-silver print. Edition of 11. © Collection of the artist

“Il nero ha profondità. È come un piccolo anfratto: lo imbocchi ed è buio e continua ad esserlo anche andando avanti. Ma è proprio per questo che la nostra capacità percettiva si fa più acuta e a poco a poco gran parte di ciò che avviene lì dentro diviene manifesto. E cominci a vedere ciò che ti spaventa. Cominci a vedere ciò che ami, ed è come sognare.” Queste le parole di David Lynch che accolgono il visitatore all’entrata della mostra The Factory Photographs allestita per la prima volta in Italia presso l’affascinante architettura del MAST. Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia di Bologna.

Questo concetto, così ben espresso da Lynch, non riguarda semplicemente la capacità di sviluppare la percezione umana all’interno di una situazione buia, comprende innumerevoli altri aspetti legati all’idea di avvicinarsi a qualcosa di estremamente profondo e costantemente eluso dalla maggioranza delle persone. Comprende l’atto di addentrarsi in una materia che non conosciamo a fondo e che ci appare ammantata proprio di quel mistero che deve ancora essere scoperto malgrado se ne sia in qualche modo già consapevoli. Le fabbriche abbandonate che vediamo in queste immagini hanno dunque una caratteristica potente, si stagliano come forme sinistre che nella loro monumentalità assumono una duplice valenza: incutono timore e provocano fascino, quella fascinazione tipica di ciò che ci attrae e al tempo stesso ci respinge. Piani diversi si manifestano all’osservatore. La relazione tra il dentro e il fuori, per esempio: dentro sé e al di fuori di sé. Il contenuto è buio, intimo, prelude a ciò che teniamo nascosto. Il fuori è ciò che osserviamo attraverso questa interiorità. Si potrebbe dire che Lynch, mediante le sue immagini, cerchi di rappresentare l’uomo e la sua essenza. E cosa sono gli ambienti che l’uomo ha costruito se non il riflesso di ciò che egli è?

Come organi interni al corpo umano, i particolari affiorano dal buio rivelando la materia dell’esistere. La loro osservazione, condotta per mezzo dell’acuirsi della percezione, conduce la mente verso uno stato di liberazione raggiunto il quale ogni cosa è immaginabile, così una pellicola sovrapposta a un vetro bagnato mostra segni che possono essere assimilabili ad antichi geroglifici come a moderne serie di codici cibernetici, il passato e il futuro si fondono, sta all’osservatore stabilire dove si trova in quel momento. Segni e particolari diventano simboli attraverso i quali passa l’interpretazione soggettiva dell’immagine perché ogni fruitore può trarre la propria, le uniche indicazioni che l’autore fornisce sono un luogo e una data.

© David Lynch. Untitled (Łódź), 2000. Archival gelatin-silver print. Edition of 11. © Collection of the artist

Ancora e sempre Lynch parla di un “profondo” come di quel mare che nasconde i pesci grossi, la metafora che ama utilizzare quando racconta dove per lui si trova “l’idea” creativa. La superficie inietta vaghi spazi di luce che parlano di un fuori lontano, dentro, invece, vi è la densità vischiosa dell’essere. Le immagini di fabbriche scattate a Berlino e a Ƚódź tra il 1999 e il 2000 appaiono così cupe e dense quasi impersonassero una reminiscenza del passato politico di questi luoghi mentre diventano subito più aperte e inquietanti quando ritraggono le fabbriche abbandonate nei territori di New York e del New Jersey, e immediatamente colleghiamo questi ultimi all’immaginario cinematografico che appartiene alla poetica del regista statunitense. Non è un caso infatti, a nostro avviso, che le fotografie americane siano scattate essenzialmente in esterni come se quel territorio non potesse avere un proprio interno e fosse tutto proiettato verso l’esteriorità. Viceversa le fabbriche tedesche (europee) mostrano chiaramente luci e ombre, testimoniano un vissuto storico pesante che quelle americane non possiedono.

© David Lynch. Untitled (Łódź), 2000. Archival gelatin-silver print. Edition of 11. © Collection of the artist

I luoghi ritratti nel New Jersey mostrano tutto il loro squallore, un pastoso senso di devastazione li attraversa trasportandoli verso una fine che, malgrado tutto sia immobile da tempo, ancora avanza. Come per il suo primo lungometraggio, Eraserhead, il cui spazio egli definisce “interluogo”, anche queste fotografie sono “come un recesso angusto, nascosto, sporco, dimenticato” ma al tempo stesso custodiscono segreti, sono rassicuranti, “mai banali”. Il mondo che l’autore ci mostra è così profondo da farci paura, è una vertigine, David Lynch lo pone davanti ai nostri occhi senza edulcorarlo e tra i suoi intenti svetta quello di farci capire quanto in realtà sia affascinante e come questo aspetto non sia affatto scontato. Ma la fabbrica è anche luogo creativo, Lynch dice di amare i suoi fumi, il fuoco, quei macchinari giganteschi che producono, che hanno a che fare con il metallo fuso. In queste officine si crea e per l’artista tutto questo è straordinario, potente. Il mondo creativo è intuitivo e per questo dunque non può che risiedere nel profondo dove tutto è liquido, senza alcuna forma pronto per essere forgiato.

Al culmine della mostra, che si sviluppa verticalmente quasi a voler indicare un vertice assoluto verso il quale un’attenta osservazione ci può condurre, in una sala protetta da tende scure sono visibili tre video. Nel primo, Industrial Soundscape, si osserva la ripetitività della scena che produce un suono tipico da fucina in cui vengono forgiati metalli pesanti. Continuando a osservare man mano sempre più particolari diventano nitidi: il primo piano sembra diventare un altare sacrificale e sul fondo sono visibili tre pali conficcati nel terreno come fossero croci in cima al Golgota. Nel secondo, Bug Crawls, una casa posta al centro della scena appare come un rassicurante nucleo ben protetto dai mostri esterni che tentano di penetrarla ma un’improvvisa apertura sul fronte rivela un’attività interna pulsante e altrettanto inquietante. Infine nel terzo video Intervalometer: Steps una scala di pietra diviene visibile grazie all’avanzare dell’ombra che invade la luce dandole profondità, creandone forma e spessore, esse sono complementari ed è evidente che l’una non può esistere senza l’altra. Luce e ombra, profondità e superficie: due facce in contrasto che ogni individuo possiede, concetti semplici ma, come lo stesso Lynch nota, niente affatto banali.

© CultFrame 10/2014

 

INFORMAZIONI
David Lynch: The Factory Photographs
Dal 17 settembre al 31 dicembre 2014
MAST., Via Speranza 42, Bologna
Orario: martedì – domenica 10.00 – 19.00 / ingresso libero

LINK
CULTFRAME. David Lynch. Ritorno al futuro di Giovanna Gammarota
CULTFRAME. Crazy Clown Time. Videoclip di David Lynch di Luca Lampariello
CULTFRAME. Good Day Today. Videoclip di David Lynch diretto da Arnold de Parscau di Antonio Laudazi
CULTFRAME. I Know. Videoclip di David Lynch diretto da Tamar Drachli di Antonio Laudazi
CULTFRAME. Inland Empire. Un film di David Lynch di Nikola Roumeliotis
CULTFRAME. Playstation 2. Spot diretto da David Lynch di Maurizio G. De Bonis
Il sito di David Lynch
MAST, Bologna

 

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