Keren Cytter. Mostra dell’artista israeliana alla Galleria Raffaella Cortese di Milano

© Keren Cytter, frame dal video Siren. Courtesy Galleria Raffaella Cortese

Alterazioni, travestimenti, immagini indefinite che prendono forma all’interno dello schermo per trascinarsi fuori e divenire realtà. Una realtà mutuata proprio da quelle alterazioni provocate dal soggetto stesso che la sta osservando tato che ci domandiamo: è vera o virtuale? I piani sono differenti ma al tempo stesso simbiotici: l’autore genera la storia che trasportata sullo schermo entra in relazione con chi la osserva, ma tra gli osservatori compaiono anche i protagonisti della storia stessa i quali, a loro volta, osservano le proprie azioni filmate. Si crea così un cortocircuito che manda in tilt lo spettatore ponendo l’accento sulle molteplici possibilità di “guardare” la storia stessa e ancor più sulla possibile trasposizione che essa può avere nella realtà quotidiana.

Keren Cytter (Tel Aviv 1977) nei suoi lavori sembra voler mettere in scena l’assurdità dell’improbabile, qualcosa che l’immaginazione possiede ma che non trova spazio nella vita reale e dunque potrebbe rimanere relegata nella fantasia ma così non è perché ciò che a un occhio non consapevole può risultare improbabile nella banalità quotidiana viceversa è possibile. Per questo le immagini dei due video presentati in mostra nella Galleria Raffaella Cortese a Milano spesso si ripetono cercando di offrire, da varie angolature, più punti di vista come a voler dimostrare che ciò a cui stiamo assistendo “esiste” e non soltanto nella nostra mente. Solo apparentemente, infatti, i piani sembrano essere differenti, in realtà essi sono strettamente collegati. Nel video Siren (2014), il più recente dell’artista israeliana e ancora in corso di produzione, una voce di donna – la sirena (che può assumere però anche le sembianze della propria coscienza) – istiga un amico a recarsi nella casa di un uomo il quale ha appena preso un appuntamento con una donna contattata attraverso internet. La sirena lo segue, è lei che ha deciso cosa accadrà. La porta si apre e l’uomo viene raggiunto da una coltellata all’addome. Non ha nemmeno il tempo di rendersi conto di ciò che gli sta succedendo, egli muore pochi istanti dopo. La macabra sentenza è eseguita senza alcuna emozione, la colpa: vendicare tutte quelle donne vittime della disuguaglianza di genere.

La scena viene proposta, come detto, da vari punti di vista: quello dell’osservatore esterno – il pubblico – quello dell’uomo che sta per essere assassinato e quello della coppia assassina. Queste tre varianti si alternano senza riuscire a fornire una visione della storia sufficientemente chiara a dimostrazione di quanto possa essere controversa e ambigua, certamente priva di solidità, la comunicazione tra esseri umani. È questo uno dei punti cruciali della ricerca di Keren Cytter assieme al rapporto tra finzione e realtà con alternanza di rappresentazioni di puro esistenzialismo a momenti in cui dilagano visioni dell’immaginario, un modo di fare arte che disorienta lo spettatore ponendolo di fronte a interrogativi non convenzionali sulla propria esistenza, sulla percentuale di immaginario che ognuno di noi vive come fosse realtà vera.

© Keren Cytter, frame dal video Ocean. Courtesy Galleria Raffaella Cortese

Allo stesso modo nel secondo video presente in mostra – Ocean – l’artista mostra la storia attraverso una sequenza di scene ripetute come un mantra e guidate da una voce fuori campo che trasporta l’osservatore in un abisso sempre più profondo fino alla perdita di coscienza stadio in cui tutto è azzerato e il pensiero può rinascere.

Il video parte già con una chiara istruzione che viene data dalle parole “Place your head here and your shoulders here” posizionate sullo schermo in modo da formare una sagoma costituita da testa e spalle. Lo stato di ipnosi comincia con l’ascolto delle onde del mare fuori dalla finestra che costituisce il leit motiv che porterà la mente a liberarsi da schemi e preconcetti che le impediscono di interfacciarsi con la realtà così come essa appare nella sua purezza, senza filtri. I ricordi possono quindi riaffiorare e tornare a una memoria che mette in fila i fatti accaduti mostrandoli con chiarezza, quella chiarezza che non è più visibile senza un preciso esercizio di concentrazione.

Una famiglia vive in riva all’oceano: padre, madre e un bambino. Con loro una coppia di servitori, il padre ha una relazione con la donna, nelle immagini vediamo che la raggiunge sulla spiaggia dove lei sta riprendendo il mare davanti a sé con uno smartphone, ancora il virtuale che irrompe nel reale. La madre a cena scopre il tradimento e accusa il padre davanti al bambino impedendo a quest’ultimo di mangiare. L’uomo, il servitore, ascolta ogni cosa senza apparentemente reagire ma con l’espressione di chi ha perduto: la propria donna e forse anche se stesso. La ripetizione ossessiva di alcune scene tende a fare in modo che ci si abbandoni per raggiungere lo scopo di vedere nitidamente i personaggi, di scoprirli, di ascoltare le parole pronunciate, di osservare le espressioni e capire le colpe, i peccati. “Se non vuoi annegare sii un oceano” recita la voce fuori campo e l’oceano è tutto ciò che rimane, testimoniato nella memoria del telefono che l’ha registrato, e che il servitore ritrova come un reperto che riaffiora dal fondo della memoria. Tutto continua anche quando tutto finisce, sembra dirci l’autrice.

© CultFrame 10/2014

 

INFORMAZIONI
Keren Cytter
Dal 24 settembre al 13 novembre 2014
Galleria Raffaella Cortese / Via A. Stradella 7, Milano / telefono: 02.2043555 / info@galleriaraffaellacortese.com
Orario: martedì – sabato 10.00 – 13.00 e 15.00 – 19.30 / Ingresso libero

LINK
Il sito di Keren Cytter
Galleria Raffaella Cortese, Milano