Michael Ackerman. Una mostra alla mc2gallery di Milano

Le immagini sulla parete si svolgono come il nastro dell’esistenza: siamo nel presente o nel passato? E in quale Paese? Non ha importanza. Le fotografie di Michael Ackerman, (Tel Aviv, 1967), sembrano frammenti di memorie affisse a testimonianza di un vissuto che si ripete nei luoghi e nei volti i quali sembrano guardare enigmaticamente noi che li osserviamo, quasi chiedessero quale ragione ci ha portati al loro cospetto, volti rubati a una intimità delicata pur nella loro asciuttezza.
I giochi dei bambini davanti alla soglia di casa, un padre che sosta dietro la finestra assieme ai suoi figli, la normalità della vita che si svolge tra le pareti domestiche, nel giardino sul retro. La storia che queste immagini raccontano è una storia minima, i personaggi non sono in mostra, non più di quanto non lo sarebbero in ogni caso sotto gli occhi di chi li può osservare passando per strada.

Come egli stesso sostiene la storia non si svolge con chiarezza, e del resto una storia lineare all’autore non interessa, attratto com’è viceversa dalla possibilità che ogni cosa possa essere sovvertita in ogni momento. In effetti in qualunque punto del nastro di immagini che scorre davanti ai nostri occhi può innestarsi un fotogramma nuovo che stabilisce una deviazione la quale a sua volta rimanda a un altro personaggio, in un’altra storia e un altro luogo, salvo poi ritrovarsi nuovamente, poco più avanti, con la precedente. Così immagini apparentemente scollegate tra loro si trovano ad amalgamarsi per trasformarsi in un unico corpo: il passato con il presente, la memoria con l’oggi, il nulla puro con il tutto che lo contiene.

Le due sale dell’esposizione presso MC2Gallery offrono una selezione delle fotografie più significative degli ultimi anni appositamente scelta dall’artista e dal curatore Claudio Composti. Le immagini sono state tutte scattate tra la Polonia e la Germania ma per il fotografo israeliano questi luoghi non rappresentano, come si potrebbe facilmente interpretare, il peso della storia che li ha attraversati in relazione alla propria appartenenza a un popolo sacrificato, egli intende essere libero da questo peso, afferma il proprio diritto a non voler subire l’imposizione di un passato così ingombrante. I luoghi per Ackerman non assumono nessuna particolare specificità, possono essere la Polonia o la Germania o qualsiasi altro posto, quelle immagini attaccate al muro potrebbero anche essere state tutte scattate in un solo luogo o in mille luoghi differenti e in effetti, osservandole, non appare alcuna connotazione precisa piuttosto si avverte un’entità unica, una sorta di forma del tutto.

La modalità stessa con cui le fotografie sono state montate in questa esposizione (in gruppo a parete, senza cornice, semplicemente puntando la carta sul muro), lascia intravedere l’idea di voler quasi fare un punto della situazione, una sorta di mappatura, come a voler guardare il corpo in blocco allontanandosi un poco e cercare qualcosa all’interno, qualcosa che si può chiarire solo osservando il tutto nella sua complessità. Vi è una lontana purezza in queste fotografie che passa attraverso la memoria degli affetti e la giocosità dell’infanzia fino a mostrare il lato più inquietante del vivere: mille storie in un’unica storia. Tutte entrano in acque torbide, contaminate da presenze ormai consapevoli che la vita va incontro all’indefinito senza scampo ne alcuna specificità, l’odore innocente del bambino si mescola alla durezza accettata dell’adulto: è il volto di quella sopravvivenza senza richieste che pervade l’esistenza dell’oggi.

Ma come per il protagonista maschile di Alice nelle città di Wim Wnders, anche a Michael Ackerman le visioni sfuggono, egli non riesce a ottenere ciò che vuole dalle sue fotografie e dice:

“Credo che smetterei [di fotografare], se ne ottenessi esattamente ciò che voglio. Invece non funziona così. Non ottieni mai quello che vuoi. Non ti ci avvicini nemmeno.”

E ancora:

“(…) non è mai come il segno che l’esperienza mi ha lasciato.”

Dunque ciò che vediamo, secondo l’autore, non è mai realmente ciò che accade ma, al tempo stesso, questa osservazione (che produce la fotografia) è parte integrante dell’esperienza che egli sta vivendo in quel preciso istante divenendo di fatto una condizione necessaria al vivere stesso. Una contraddizione in termini che lo costringe a non poter smettere di fotografare.

© CultFrame 06/2014


TUTTE LE IMMAGINI

© Michael Akermann, courtesy dell’autore

INFORMAZIONI
Michael Ackerman / a cura di Claudio Composti
Dal 27 maggio al 25 luglio 2014
mc2gallery / via Malaga 4, Milano / Telefono 02-87280910 / mc2galleri@gmail.com
Orari: martedì – venerdì 14.00 – 20.00 / ingresso libero

LINK
mc2gallery, Milano