Puddles. Mostra di Uri Aran a Milano

Uri Aran. Untitled, 2014. Installazione (dettaglio). Gesso, cuscinetti a sfera metallici, biscotti per cani. Photo: Andrea Rossetti

Gli elementi del gioco, gli oggetti che vi prendono parte, sono essenziali nel lavoro di Uri Aran, artista israeliano (Gerusalemme 1977). La giocosità fa parte della sua personalità e, come nella migliore tradizione della cultura yiddish, traspare nelle opere di questo autore con ironia e prorompente non-sense. Ma la raccolta degli oggetti che Aran mette in mostra, appare anche come una sorta di piccola “collezione” che rimanda a quel vissuto infantile dove non si pensa quasi mai a come i fatti si evolvono realmente, bensì “gioca” con qualsiasi cosa possa, nell’immaginazione, anche solo vagamente far pensare alla situazione desiderata. Dunque il gioco è il filo conduttore e vaga tra le stanze dove è allestita Puddles, la prima mostra personale di Uri Aran in una istituzione italiana, che Peep-Hole ospita fino al 3 maggio 2014.

Si gioca, saltando da un’opera all’altra, interagendo con “Puddles” il progetto site-specific – che dà anche il titolo alla mostra – ideato da Aran per questo evento. Si tratta di un gioco africano concepito per insegnare la matematica ai bambini giocando, appunto. Un enorme bancone, molto ampliato in lunghezza rispetto all’idea originale, sulla superficie del quale sono state impresse delle forme concave della dimensione di un pompelmo o di una grossa patata, tutte perfettamente allineate in lunghe file a formare una sorta di texture (ricordano un po’ le “formine” che si usavano da piccoli per giocare nella sabbia al mare). L’autore chiede al pubblico di interagire “creando” un proprio personale divertissement nel quale cimentarsi a briglia sciolte, per fare ciò il fruitore ha a disposizione biscotti per cani a forma di osso e piccole sfere diversamente trattate: esposte all’acqua e dunque arrugginite oppure amalgamate con una sostanza pastosa che dona loro un aspetto più granuloso come fossero state estratte dal fango. E in effetti tali oggetti rimandano a quei giochi infantili quando si utilizzava qualsiasi oggetto andando a recuperarlo nei posti più impensabili, ma rimanda anche ad una dimensione di socializzazione cui possono cimentarsi persino gli adulti qualora decidessero di liberare l’infantile che è nascosto in loro. Attraverso quest’opera l’autore pare infatti suggerire la possibilità di convivenza tra “esseri umani” organizzati in squadre i quali, così agendo, riescono a sviluppare estrosamente forme di vita collettiva. Non a caso Aran adotta come titolo dell’opera un termine che sprona il pubblico all’atto di intorbidare, pasticciare, impastando forme diverse, intrecciando giochi differenti, mescolando idee e progetti che poi sono l’unico modo di evolvere delle società.

Uri Aran. Untitled, 2006. Video, 3.24 min. installazione. Photo: Andrea Rossetti

Altri oggetti molto piccoli, come fossero delle miniature, sono sparsi sui muri: piccole opere sospese, estrapolate dal più ampio gioco, come fossero attimi estratti, piccole deviazioni che conducono in una sfera immaginaria più profonda nella quale ci si può perdere senza però sentirsi perduti, andando viceversa incontro a un ignoto amico, rigenerando quell’idea infranta della magia del creare.

Se Uri Aran gioca a giocare non può non far parte del gioco! Così ecco che lo troviamo all’interno dei video qui presentati. Untitled (2006) lo mostra nell’atto di accarezzare un cane al quale è abbracciato “come fosse un essere umano”. L’intimità tra i due è molto forte tanto che l’animale rimane immobile, completamente abbandonato tra le braccia dell’uomo ed egli lo accarezza dolcemente mentre dai suoi occhi sgorgano calde lacrime di sincero sentimento, diremmo amorevole. Il cane, secondo il sentire più comune nell’immaginario umano, è spesso definito come “il miglior amico dell’uomo”, l’idea che suggerisce il video è quella di una reale possibilità di essere ciò che si è (amici fraterni, amici di gioco) pur non avendo la possibilità verbale di manifestarlo: le carezze, l’abbraccio, le lacrime danno la sensazione quasi tattile di tale esperienza e diventano il filo conduttore dell’installazione – il video viene infatti riprodotto esattamente uguale in ciascuna delle tre stanze dell’esposizione – per una memoria dei sensi che ci aiuti a non perdere il contatto con le emozioni più pure, quelle che, appunto, non riusciamo più a trasmettere (o forse non si possono trasmettere) con le parole.

Uri Aran. Mud, 2010. Video, 7.40 min. Installazione. Photo: Andrea Rossetti

Il percorso della mostra ci conduce verso un altro video: MUD (Multicolored Blue2010). La proiezione mostra una situazione straniante in cui appaiono due personaggi apparentemente in relazione tra loro ma che possono benissimo essere completamente disgiunti da un contesto che solo a prima vista sembra collegarli. Grazie alle finte risate di sottofondo, così come al motivo musicale tipicamente utilizzato nelle fiction poliziesche alla Chandler, la circostanza sembra appartenere a una classica sit-com, ma la sequenza delle immagini pone immediatamente la narrazione in un ambito più analitico che necessita un approfondimento. Subito notiamo uno spaesamento tra un livello e l’altro, che spinge verso un’osservazione più concreta: in un caso abbiamo un ragazzo (fratello gemello dell’autore) che esprime con il volto la gamma infinita delle possibili espressioni che si possono assumere in un determinato contesto come quello qui rappresentato e un po’ irriverente dato dall’entrare in una casa con le scarpe infangate; nell’altro appare un personaggio seduto su un divano a leggere un libro il quale viene interrotto da qualcuno con cui evidentemente interloquisce e che non viene mostrato, vediamo però che in tutta la sequenza sul suo volto non è possibile leggere alcuna espressione. Le due situazioni esprimono chiaramente la volontà dell’autore di tracciare un percorso teso a rivelare le difficoltà del comunicare attraverso il linguaggio codificato e convenzionale ciò a cui stiamo assistendo, come anche la possibile incongruenza tra ciò che vediamo e ciò che il soggetto osservato intende far vedere, dimostrando così quanta distanza può esserci tra l’osservazione e il reale significato dell’evento che si svolge difronte a noi e mostrandoci dunque una vastità di interpretazioni tutte reali e possibili.

© CultFrame 04/2014

 

INFORMAZIONI
Uri Aran – Puddles
Dal 26 marzo al 3 maggio 2014
Galleria Peep-Hole / via Stilicone 10, 20154 Milano / telefono 02.87067410 / Email: info@peep-hole.org
Orari: mercoledì – sabato 14.30 – 19.00 o su appuntamento / ingresso libero

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Galleria Peep-Hole, Milano