Installations. Mostra di Cildo Meireles All’HangarBicocca di Milano

© Cildo Meireles. Marulho, 1991/1997. Installation view, 2014. Photo Agostino Osio. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan

Se dovessimo trovare tre parole per definire in estrema sintesi la mostra Installations di Cildo Meireles curata da Vicente Todolí e allestita all’HangarBicocca di Milano, queste potrebbero essere: Attraverso/Fragile/ Equilibrio. Brasiliano di Rio de Janeiro, Cildo Meireles è considerato un pioniere dell’arte concettuale, uno dei primi artisti che, già negli anni Sessanta, capì l’importanza di far interagire pubblico e arte, un’intuizione che ha reso la memoria dell’esperienza vissuta da bambino girando il suo Paese assieme alla famiglia, testimonianza attiva della realtà brasiliana e dunque politica.

Sono 12 le opere esposte in questa antologica collocate tra gli anni Settanta e oggi. Ciascuna di esse chiede al fruitore uno sforzo di interazione che, a dire il vero, non sembra essere un problema per il visitatore di HangarBicocca soprattutto se molto giovane, a testimonianza che l’arte interattiva può essere fruita anche dai bambini con buona ricettività. Il pubblico è chiamato a “sperimentare” l’opera dal vivo per poterne ricavare le proprie sensazioni e rendersi conto in prima persona del concetto espresso dall’autore.

© Cildo Meireles. Através, 1983-1989. Installation view, 2014. Photo Agostino Osio. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan

In Através (1983-1989), una delle opere più imponenti qui presentate, al centro di un labirinto realizzato con diversi materiali esili o trasparenti che celano il passaggio pur svelando alla vista l’intero percorso, si trova un enorme grumo di cellophane accartocciato. Le barriere sembrano facilmente attraversabili, ma così non è perché il pavimento è completamente cosparso di vetri rotti e induce a camminare con attenzione. Lo schermo tra uno stadio e l’altro e quasi inesistente eppure camminiamo con precauzione perché anche la trasparenza può farci male. Tali barriere rappresentano metaforicamente passaggi obbligati che spesso non abbiamo semplicemente il coraggio di attraversare, come fossero situazioni costrittive del vivere. Passando “attraverso” esse scopriremmo infatti che al centro vi è la riproduzione del nostro corpo apparentemente rigido e ripiegato ma in verità docile, malleabile. L’attraversamento pare simboleggiare un percorso interiore accidentato, ogni passaggio spezza sempre di più il vetro sotto i nostri piedi – la fragilità umana – ed è sempre più difficile o azzardato calpestarlo. Alle due estremità del labirinto, si trovano due vasche che contengono dei pesci dal corpo anch’esso trasparente: essi appaiono altrettanto fragili ma al tempo stesso vigili come fossero il riflesso di noi che li osserviamo. Através è senza dubbio un’opera che spinge l’osservatore a fare i conti con la percezione degli spazi e della visione stessa, con ciò che appare visibile o invisibile, penetrabile o impenetrabile.

Analogamente nell’opera Amerikkka (1991-2013) è possibile ancora una volta riflettere sulla propria fragilità e sul senso del pericolo al quale il potere supremo ci espone. Una installazione costituita da un pavimento cosparso di 22.000 uova di legno e un soffitto realizzato con 55.000 proiettili svuotati: la sensazione è quella di camminare in una condizione di pericolo incombente ben rappresentata dalla metafora linguistica “camminare sulle uova” che si utilizza per figurare una situazione al limite della pericolosità, il soffitto incombe, esso appare come un letto di aghi pronto a trafiggerci, mettere il piede in fallo potrebbe causare immani tragedie.

© Cildo Meireles. Amerikkka, 1991/2013. Installation view, 2014. Photo Agostino Osio. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan

In Olvido (1987-1989) l’autore cerca un impatto forte con precisi riferimenti alla storia americana (del Nord e del Sud) che si edifica sulle ossa di ciò che ha distrutto. L’opera è costituita da 70.000 candele di paraffina poste una sopra l’altra a creare una sorta di muretto a secco circolare al centro del quale sorge un tepee indiano realizzato con 6000 banconote provenienti dai vari paesi americani, attorno alla tenda il pavimento è stato cosparso di 3 tonnellate di ossa di bue. Una traccia sonora che riproduce il rumore di una sega elettrica ci parla della distruzione delle foreste: quelle del Nord America per scaldare le case, quelle del Sud America per nutrire gli animali che a loro volta sfameranno il mondo in una catena puramente commerciale ove l’unico dio venerabile è il denaro che riveste la capanna stessa. Qui come in molte altre occasioni Cildo Meireles utilizza materiali molto semplici e immediatamente identificabili dal pubblico per esprimere concetti complessi di rilevanza globale che hanno strettamente a che fare con l’azione colonialista del passato e quella globalizzante (un’altra forma di colonialismo ma di natura economica) del presente. L’utilizzo di tali materiali ha uno scopo preciso, come testimonia egli stesso: “Mi piace utilizzare i materiali per quello che sono e per quello che simboleggiano. Per questo uso dei materiali che le persone possano riconoscere immediatamente”. Dunque nessuna mistificazione, al contrario il desiderio di rendere immediatamente riconoscibile e interpretabile l’opera per ciò che è e che rappresenta.

Un altro elemento chiaro nel lavoro di Cildo Meireles è la contrapposizione di opposti che tendono a contaminarsi; l’opera Cinza (1984-1986) ne è una esplicita rappresentazione. Due spazi si fronteggiano: il pavimento di uno è cosparso di gessetti bianchi e la tela che lo circonda è anch’essa dipinta di bianco; quello del secondo è realizzato con carbone e le pareti sono dipinte di nero. Il passaggio del pubblico da un ambiente all’altro crea la contaminazione che tende a rendere i due pavimenti via via sempre più simili, essi infatti assumono progressivamente una colorazione grigia che rammenta il colore della cenere.

© Cildo Meireles. Marulho, 1991/1997. Installation view, 2014. Foto Agostino Osio. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan

Acqua è invece la parola ripetuta in 85 diverse lingue e mormorata da altrettante voci differenti in Marulho (1991-1997), una installazione nella quale ci si immerge come fossimo realmente in una località di mare e passeggiassimo su un pontile al tramonto. Il mormorio dato dalle voci simula il frangersi delle onde rappresentate attraverso una distesa di fascicoli aperti che ricoprono il pavimento, stampati con il motivo e i colori del mare. L’opera ancora una volta tende a mettere alla prova la capacità percettiva di chi osserva. Caricata di riferimenti alla storia dell’Arte ma anche, crediamo, di più concrete sensazioni che si avvicinano a percezioni più semplici: la visione dall’esterno ci appare come se fossimo difronte all’illusione dello schermo cinematografico all’interno del quale sono gli stessi fruitori a determinare la scena che si svolge. Il virtuale entra nella realtà e viceversa la realtà si mischia con il virtuale donandoci una sensazione di benessere e stupore, lo spettatore attraversa lo schermo per giungere sulla scena e viverla, trasformando il sogno virtuale in realtà virtuale anch’essa. Così vediamo il pubblico sedersi sul pontile e osservare il tramonto, il mare, lasciando penzolare le gambe; esso si sdraia osservando il cielo e forse è proprio così: il sogno qui rappresentato altro non è, a voler ben vedere, che il “vero” negato della realtà, ed è significativo che quest’opera appaia alla fine del percorso della mostra, facendoci navigare verso un altrove di cartapesta che, come nella sequenza finale di The Truman show ci condurrà infine a scoprire le fattezze reali del nostro mondo idealmente obnubilato in un sogno preconfezionato.

© CultFrame 04/2014

 

INFORMAZIONI
Cildo Meireles, Installations / a cura di Vicente Todolí
dal 27 marzo al 20 luglio 2014
HangarBicocca / via Chiese 2, Milano / telefono: 02.66111573 / info@hangarbicocca.org
Orario: giovedì – domenica 11.00 – 23.00 / Ingresso libero

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HangarBicocca, Milano