La fotografia in dialogo con l’antropologia. Intervista a Camilla de Maffei

© Camilla de Maffei. Visible Mountain. Mount Trebevic. Sarajevo
© Camilla de Maffei. Visible Mountain. Mount Trebevic. Sarajevo

Camilla De Maffei guarda la realtà creando una relazione mai banale con le cose, le persone e i luoghi che attraversa. Vive, dunque, il suo lavoro creativo come un’esperienza intensa e interiore, profondamente legata alla sua vita quotidiana, alle sue sensazioni e alle sue emozioni soggettive. Per lei fotografare significa arricchirsi, ricercare, conoscere l’altro ed entrare con esso in una relazione mai superficiale. In tal senso, è artefice di una fotografia che, di fatto, risulta  impossibile catalogare. Nel suo caso, il concetto di immagine documentaria si situa in una dimensione molto più ampia rispetto al suo significato tradizionale e trasporta lo sguardo del fruitore oltre la questione della rappresentazione pedissequa della realtà.


Vicino a una fotografia nitida e più descrittiva accosti un approccio più libero: immagini mosse, sgranate, con un approccio che va al di là del concetto di fotografia documentaria. Ci puoi parlare di questo aspetto?

Non riesco e non voglio definire di che tipo di fotografia mi occupo o a che genere appartiene. Non amo le etichette, né credo che apporti qualcosa di veramente importante incasellare un progetto o un modo di fotografare in un genere specifico. Forse è proprio a causa della necessità di non definire che le mie immagini (e anche i miei progetti) possono sembrare così diverse fra loro. Cerco di adattare il mio modo di fotografare (e quindi anche l’estetica del lavoro) alle esigenze del progetto al quale sto lavorando, a quello che mi piacerebbe comunicare.

Quando sono libera di farlo, scelgo sempre di lavorare su temi legati a me, ai miei interessi più profondi. La mia vita quotidiana, quello che di bello o di brutto che mi succede, influisce molto spesso sulle mie scelte fotografiche ed è certamente anche per questo che il mio modo di guardare cambia. Mi interessa approfondire quello che sento, capirlo. Spesso la mia fotografia è introversa. In altre occasioni invece sono piú aperta, mi sento sicura e cerco il confronto con l’altro, come se alzassi la testa per vedere al di fuori… da queste esperienze nasce quello che poi si potrebbe definire una storia o un racconto di tipo documentario.

In entrambi i casi, il mio approccio è sicuramente emotivo. Apparentemente costruisco l’estetica dei miei lavori in modo impulsivo, ma a livello inconscio compio molte scelte, riformulo, rifletto costantemente su cosa si addice e cosa no a quello che vorrei dire. Non ho l’illusione di creare un linguaggio che sia neutrale, anzi tutto il contrario. Mi piace lasciarmi influenzare dalle letture che sto facendo, dal cinema che mi attira o da una mostra che ho visto… mi piace molto cercare i miei riferimenti in generi diversi, dalla pittura alla letteratura, al teatro.

La maggior parte delle tue immagini induce a una fruizione lenta, come se ci fosse da parte tua una volontà di lasciare che lo sguardo non venga attratto da pochi elementi che compongono l’immagine. Lasci sicuramente più spazio all’immaginazione. Cosa ci puoi dire a riguardo?

Mi piacciono le immagini che si consumano lentamente, quelle che emergono piano e richiedono la mia attenzione per essere capite. Credo in una fotografia infinita, la cui lettura non finisce mai o che non offre un significato nitido, unico. Spesso questa complessità è produttiva perché obbliga lo sguardo a frugare, a insistere, a viaggiare per arrivare a una soluzione. Mi attrae la fotografia che non parla di cose evidenti, ma ne spiega i riflessi, mostrandomi ciò che da sola non vedrei. Piccoli “buchi” o “finestre” capaci di trasportare lontano e che, mentre raccontano la vita degli altri, sembra stiano raccontando anche la mia. A me piace immedesimarmi in quello che vedo e leggo le immagini in modo emotivo.

È molto difficile definire esattamente quali ingredienti deve avere un’immagine per essere cosi, suppongo che io stia cercando di riprodurre quello che più mi piace.

 
Camilla de Maffei   Camilla de Maffei   Camilla de Maffei   Camilla de Maffei

© Camilla de Maffei. Where Europe Ends

 

Cosa rappresenta per te il viaggio? È legato solo a una questione lavorativa? Ci puoi parlare del lavoro Where Europe Ends?

Per me il viaggio è un’esperienza, o la promessa di una nuova esperienza come lo è la fotografia. Insomma, sono per me la stessa cosa e ogni viaggio è anche un’avventura fotografica: mi piace comprendere una realtà nuova o analizzare il mondo conosciuto attraverso ciò che vedo giorno per giorno.

A volte ci possono essere delle differenze. Alcuni viaggi sono più organizzati e lenti, altri più veloci e spontanei. Per il mio lavoro sul monte Trebevic a Sarajevo tutto era abbastanza programmato. Sapevo con chi avrei lavorato, su cosa e più o meno per quanto tempo. Se però da un lato ero cosciente di cosa sarei andata a fare dall’altro non sapevo esattamente cosa avrei scoperto. I miei obiettivi iniziali erano un po’ sfuocati, poi lentamente, con il tempo e il lavoro, sono diventati sempre più chiari e concisi. In questo caso non mi sono mai mossa da Sarajevo, o quasi mai, e il viaggio vero è consistito nella lunga convivenza con una città complessa, molto diversa da qualsiasi luogo abbia mai conosciuto.

Where Europe Ends invece è un progetto nato in modo diverso. Viaggiare i Balcani (ViB), un’associazione dedicata allo sviluppo del turismo responsabile nell’Europa Sud-Orientale, ha avuto l’idea di organizzare una crociera culturale e gastronomica lungo il Danubio e mi ha incaricato di seguirli nelle fasi organizzative per documentare l’itinerario. Anche se si trattava di un incarico molto specifico, mi hanno concesso una libertà estrema e ho potuto rappresentare le varie tappe del viaggio a modo mio. Abbiamo compiuto varie spedizioni in Ungheria, Serbia, Bulgaria Romania.

La differenza era dettata dal fatto che i nostri spostamenti erano molto veloci e ovviamente è stato pressoché impossibile creare con quei luoghi i vincoli cosi profondi che avevo stabilito in Bosnia. Avevo la sensazione di non soffermarmi abbastanza, di restare sempre prigioniera della superficie e delle prime impressioni. Forse per questo, in quasi tutte le immagini, la figura umana è completamente immersa nel paesaggio, minuta e lontana dall’obiettivo. Suppongo che in modo quasi inconscio questa sia stata la soluzione estetica che ho trovato per dire: vado di fretta, non ho il tempo di restare e capire. Mi sono soffermata su qualcosa di più generale, il legame tra gli uomini e il paesaggio che abitano.

Sul Delta poi ci sono arrivata da sola, in un secondo momento, spinta dalla curiosità di vedere la fine del Danubio, il luogo della sua “morte”. In questa seconda fase ho potuto proseguire il progetto con più calma e sentirlo ancora più mio. Non lo considero ancora concluso. Il Delta, una zona estremamente periferica e allo stesso tempo strategica, è un territorio metaforicamente molto potente e si lega bene al mio progetto più generale nei Balcani: quello volto a ricercare l’Europa che esiste al di là dei confini tracciati, quelli economici e politici.

 
Camilla de Maffei   Camilla de Maffei   Camilla de Maffei   Camilla de Maffei

© Camilla de Maffei. Visible Mountain. Mount Trebevic. Sarajevo

 

Cosa significa lavorare con un’antropologa e che tipo di ricerca hai sviluppato confrontandoti con questo tipo di approccio?

Mi piace molto lavorare in gruppo. Collaborare con qualcuno mi permette di confrontarmi ed essere ancora più aperta quando osservo una realtà che non mi appartiene.

Caterina Borelli, è l’antropologa con la quale ho lavorato al progetto La montagna visibile, ma innanzitutto è un’amica. Siamo partite insieme alla scoperta di un qualcosa che entrambe non conoscevamo bene ma che ci interessava capire. L’approccio antropologico è interessante perché è lento, delicato e paziente. È necessario vivere un luogo per elaborare domande che scavano davvero in profondità. Il lavoro di Caterina mi ha fornito degli strumenti “teorici” imprescindibili per analizzare più a fondo la storia e il presente del Monte Trebevic.

All’inizio del nostro viaggio non c’era niente di conosciuto o familiare fra quei boschi, e solo con il tempo, vivendo giorno per giorno la montagna, siamo riuscite ad abituarci. In questa prima fase di avvicinamento ho concentrato la mia ricerca fotografica sul paesaggio. Inevitabilmente, il mio sguardo cercava le rovine, i segni evidenti degli scontri e degli eventi vissuti sul Trebevic. Cercavo di captare il peso del passato e spiegarne le conseguenze sul presente basandomi sulle sue evidenze.

Invece, il dolore, la memoria, il lutto, la disillusione e le speranze non sono mai evidenti. Anzi, sono ben nascoste, sotterrate nel profondo di chi le porta dentro. Nei seguenti soggiorni sulla montagna abbiamo conosciuto e intervistato i suoi abitanti. Le nostre visite quotidiane nelle case dei quartieri costruiti sulle pendici del Trebevic e le lunghe interviste svolte da Caterina sono state la chiave fondamentale che mi ha permesso di accedere a una dimensione più profonda e “guardare” in modo diverso. Il patrimonio di ricordi condivisi con noi da tutte le persone che abbiamo incontrato ha radicalmente modificato la mia relazione visiva con la montagna. Grazie al contributo di Caterina, ciò che prima mi sembrava muto, irrilevante, vuoto, di colpo si è caricato di significati e metafore nuove, più complesse. Il paesaggio ha cominciato a prendere una forma diversa, a strutturarsi in modo coerente, a parlarmi di  piccole storie quotidiane o racconti mitici.

Spontaneamente ci siamo lasciate libere di “fare”. Le sue necessità non hanno ostacolato le mie, piuttosto è sorto un dialogo creativo fra le due discipline. Ognuna ha apportato all’altra quello che di positivo poteva dare e credo che il risultato sia molto interessante. Mi sono sentita libera di lavorare in modo molto soggettivo la storia perché avevo una ricerca sul campo molto ben fatta alle spalle. Potevo giustificare le mie scelte sul lavoro di Caterina e sulla documentazione da lei raccolta.

Sei una fotografa autodidatta, cosa pensi della formazione e delle scuole di fotografia in Italia e cosa è il progetto El Observatorio?

In realtà non sono autodidatta, ho frequentato due scuole di fotografia. Però in un certo senso lo sono perché considero di aver imparato molto di più lavorando da sola o parlando di fotografia con i miei più cari amici.

Per esperienza mi sento di dire che l’insegnamento nelle scuole di fotografia in generale è sempre abbastanza sterile e spesso deludente. Mi ricordo che la macchina fotografica era trattata come qualcosa di meccanico, la fotografia intesa come un’esperienza di dominio della tecnica. Invece a me sembra un’assurdità pretendere di educare qualcuno a “guardare” parlandogli di otturatore e diaframma. Nessuno mi ha fatto domande che ritenevo e ritengo tutt’oggi essenziali. Cosa mi interessa guardare? E perché? cosa cerco e cos’è per me la fotografia? Sono domande difficili alle quali non si può dare una risposta su due piedi… se davvero si può rispondere. Però sono comunque utili perché tracciano il cammino di un viaggio molto più lungo e interessante e sono estremamente stimolanti per qualcuno che sta cominciando.

Ho fondato El Observatorio nel 2011 con Eugeni Gay, un caro amico e un incredibile fotografo.  Il nostro obiettivo è quello di proporre un’alternativa alle scuole fotografiche classiche. Infatti, abbiamo iniziato dal lato opposto, da queste domande e non dalla tecnica. L’idea è promuovere un tipo di fotografia intesa come il risultato di processo soggettivo, di un’esperienza propria, sincero e originale e su queste basi si fonda il tutto nostro programma formativo.

 
Camilla de Maffei   Camilla de Maffei   Camilla de Maffei   Camilla de Maffei

© Camilla de Maffei. Looking For Love

 

Come ti sei avvicinata alla fotografia? Cosa ti ha attratto? E perché fotografi?

Anche mio nonno era fotografo, le sue immagini sono state le prime foto che ho amato e che ancora guardo. Lui passava ore in camera oscura e per me accompagnarlo era sempre davvero emozionante. Ricordo che la cecità momentanea che implicava entrare in quella stanzetta in fondo al corridoio mi spaventava moltissimo, però sapevo che con un po’ di pazienza sarei di nuovo riuscita a distinguere gli oggetti e l’oscurità non sarebbe stata più cieca.

Sono sicura che quei primi viaggi nel buio abbiano segnato il mio modo di osservare la realtà che mi circonda. Sono affascinata dalla ricerca di ciò che non si vede, o che non si vede subito, dai riflessi, dalle piccole rivelazioni che si nascondono dietro a una prima percezione delle cose. La solitudine, l’amore, il dolore, la memoria, la nostalgia, l’assenza, l’illlusione, la felicitá sono temi che si intrecciano fra loro e che da sempre mi ossessionano a causa della loro inafferrabilitá, o non rappresentabilitá. Concetti indefiniti, che sfidano i limiti della fotografia come lo fa l’assenza di luce.

Hai scelto di percorrere la strada della fotografia documentaria. Quali motivazioni ti hanno spinto verso questo ambito?

Dipende dal significato che si attribuisce alla parola “documentaria”. Certi termini a volte sono pericolosi perché non hanno un solo significato e sono intesi piuttosto in modo ambiguo.

Per me la definizione “fotografia documentaria” è estremamente ampia e abbraccia infinite possibilità espressive, che non si riducono al mero documentare o illustrare una realtà. Quindi se mi dovessi definire come una fotografa documentaria lo farei nel senso più creativo del termine. Come ho detto sono curiosa di fare esperienze e mi piace raccontarle ma con un linguaggio aperto.

Come vivi la questione che questo tipo di fotografia, nella maggior parte dei casi oggi, sia  praticata soprattutto da uomini? Hai anche tu questa percezione? Secondo te cosa comporta? Pensi ci sia necessità di dare più spazio al femminile?

Non ci ho mai fatto caso. Sono immersa nelle immagini dei fotografi e fotografe che mi circondano e ti dico che nel mio spazio, nel mio territorio fotografico non ho mai sentito la necessità di rivendicare nella fotografia qualcosa di più femminile anche perché credo che sia un mezzo così accessibile che qualsiasi essere umano che abbia voglia di esprimersi lo possa fare. Le difficoltà penso siano le stesse sia per gli uomini che per le donne. Certo, penso che fino a oggi la prospettiva maschile sia stata il filtro dominante per decifrare la realtà, ma credo anche che, sempre di più, le modalità femminili di vedere e capire il mondo stiano alterando questo equilibrio, minandone le basi.

Per quanto riguarda la fotografia, credo, come ho detto prima, che tutto dipenda dalla sensibilità personale delle esperienze che hanno segnato il cammino di ognuno. Tutti gli sguardi in un certo senso nascono o si sono lasciati influenzare dagli stereotipi e da immagini preesistenti. Forse, se dovessi identificare delle differenze, mi sentirei di dire che in alcuni casi e davanti ad alcuni soggetti l’approccio maschile e femminile può essere diverso. Di certo, una donna può risolvere una storia femminile in modo completamente diverso, ha più possibilità di comprenderla da dentro, di immedesimarsi, di immaginare più in là di quello che magari si vede.

Che tipo di discorso e percorso visivo stai facendo intorno all’universo femminile? Ci sono due lavori tra i tuoi progetti: Women e Smoking Women. Ce ne potresti parlare?

La mia attrazione per l’universo femminile è come sempre legata alla necessità più intima di confrontarmi con me stessa. Molti temi che ho sviluppato nei miei progetti legati alle donne sono questioni che in primo luogo ossessionano me e che poi ho avuto l’occasione di approfondire entrando in relazione con altre donne. Women, infatti, è un progetto che parla di me. Grazie a questa esperienza, che mi ha portato a condividere con altre donne qualcosa così nascosto e intimo come la tristezza, ho scoperto che c’è una dignità/modo profondamente femminile di digerire la solitudine o il dolore.

Smoking Women, invece, è un progetto sulle donne anziane che si sono dedicate o ancora si dedicano alla prostituzione/al lavoro sessuale. Anche in questo caso si tratta di una collaborazione, questa volta con la giornalista Catalina Gayà. Volevamo indagare che cosa significasse e cosa fosse il lavoro sessuale da un punto di vista diverso, ponendoci domande sull’invecchiare, sulla perdita del corpo, libertà, solitudine.

Cosa può raccontare una donna alle altre donne? Questa era la domanda che mi rivolgevo. Ci interessava porre l’accento sulla donna e il suo percorso vitale, sulla sua relazione con il corpo, l’amore, l’uomo e la libertà. Si tratta spesso di vite invisibili, auto censurate e questo perché la società ne rifiuta le ragioni, non le comprende e condanna semplicemente. Spesso, anche ci si illude di no, ci lasciamo ingannare dai luoghi comuni e siamo preda dei pregiudizi. Grazie a questo progetto e alla disponibilità di tutte le donne che ho incontrato, io stessa ho potuto cominciare a riflettere in modo diverso e liberarmi da molte idee superficiali.

© CultFrame – Punto di Svista 04/2014

 

Camilla de Maffei (Italia 1981). Fotografa freelance, vive a Barcellona. Dal 2009 concentra la sua produzione nell’area dei Balcani, dove sviluppa progetti a lungo termine volti ad approfondire i temi di identità, frontiera, periferia e paesaggio in relazione al contesto geopolitco europeo. La Montagna Visibile, un progetto realizzato a Sarajevo con la collaborazione dell’antropologa Caterina Borelli, è stato finanziato dal CONCA nel 2010 ed ha ottenuto recentemente il Gran premio della Giuria, il Premio Exchange e il Premio del Pubblico durante il festival Les Buotographies di Montpellier. Parallelamente realizza diversi progetti che esplorano l’universo femminile. Smoking Women, un progetto che racconta le storie di vita di donne anziane che esercitano la prostituzione a Barcellona, è stato premiato dal Conca nel 2010. Nel 2014 è stata selezionata da PDN – Photography District News of New York – tra i 30 fotografi emergenti di quest’anno. I suoi lavori sono stati pubblicati dal Peridico de Catalunya, Metropolis, Emergency, Positive Magazine, Osservatorio sui Balcani de Ojo de pez. Nel 2011 fonda e coordina El Observatorio, uno spazio di creazione fotografica che ha sede a Barcellona.


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