Estoy Viva. Mostra di Regina José Galindo al PAC di Milano

© Regina José Galindo. PIEDRA, 2013. San Paolo, Brasile. Foto di Julio Pantoja / Marlene Ramirez-Cancio. Commissionato e prodotto da Octavo Encuentro Hemisférico del Centro de Estudios de Arte y Política. Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery

Una performance impegnativa sospesa tra vita e morte quella di Regina José Galindo nella serata inaugurale della mostra Estoy viva presso il PAC di Milano. L’artista guatemalteca, Leone d’oro alla 51° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia come miglior artista under 35, giace distesa su una sorta di pietra tombale racchiusa in una stanza come lei bianca e nuda, costruita appositamente per questo evento. Fuori dalla porta decine di persone attendono di poter sfilare accanto a quel corpo esanime. L’eccitazione tra il pubblico è palpabile, ognuno di loro dovrà sostare brevemente accanto all’artista e accostare uno specchietto alle sue narici sul quale (forse) si fisserà per un istante una traccia del suo flebile respiro. Come gli specchietti che i conquistatori spagnoli regalavano alle popolazioni indigene ricevendone in cambio oro, l’artista qui li distribuisce al pubblico del “primo mondo” rivendicando in tal modo la propria ri-conquista. All’interno la stanza appare come una camera mortuaria: la temperatura è bassa e Galindo è distesa in uno stato di semi incoscienza grazie a una dose di sedativo che si è fatta iniettare. Ma si tratta di morte apparente perché quel corpo respira ancora, nonostante gli orrori narrati nella totalità della sua ricerca artistica “è ancora vivo”. Quel fiato che genera la vita nell’antico pneuma greco, nella ruach ebraica, nello spirito di Dio di cui parla la Genesi si manifesta proprio attraverso il corpo dell’artista il quale diviene lo strumento, assieme all’Arte stessa, capace di ri-generare la vita.

© Regina José Galindo. LA VERDAD, 2013. Città del Guatemala, Guatemala. Foto di David Pérez / Jorge Linares. Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery

E di morte e vita strettamente legate, tanto da non poterne distinguere la differenza, parlano abbondantemente le opere di Regina José Galindo: della violenza subita dalle donne indigene, della resistenza politica difronte all’orrore della tortura, della ferocia impiegata da un regime dittatoriale che dal 1960 al 1996 ha ridotto il Guatemala a un Inferno sulla Terra. Duecentomila le vittime di un governo assassino. L’arte ha il dovere di parlare di tutto ciò e in tal senso il lavoro di Galindo è politico. Emblematico il primo video che accoglie il visitatore all’entrata della mostra, La Verdad (2013):

“Non importa se cercano in tutti i modi di zittirci. La verità è lì, nessuno potrà farla passare sotto silenzio.”

L’autrice legge per un’ora di seguito testimonianze di sopravvissuti, perlopiù donne, ripetutamente anestetizzata alla bocca da un dentista, il tentativo è quello di imporle il silenzio. L’orrore desunto dalle testimonianze e semplicemente letto è di una intensità tale da risultare insopportabile all’ascolto: nulla viene mostrato eppure è come se dinanzi ai nostri occhi si materializzassero le scene descritte. È l’orrore dello stato perenne di guerra che rende ogni cosa straniante come se non appartenesse a una realtà immaginabile, coloro che lo vivono, carnefici e vittime, esistono in un corpo perennemente in tensione che porta i primi a scaricarla sui secondi i quali la subiscono impotenti, paralizzati dalla paura, e il ciclo si ripete senza fine intensificando sempre più le modalità dell’orrore e la paralisi dettata dalla paura, in una sorta di eterno girone dantesco senza uscita.

Dunque cos’è un corpo? Una forma sulla quale si possono scatenare le peggiori angherie fisiche e psicologiche.

Si pensa che tutto il mio lavoro ruoti intorno alla tematica di genere” – dice Regina José Galindo – “invece il mio obiettivo è quello di far capire che l’arte dovrebbe essere universale e che il mio corpo può essere il riflesso di altri corpi, non necessariamente quello femminile. Quando parlo della morte, ad esempio, parlo della morte in generale, della morte della società, dei problemi nello Stato, ma certo ne parlo dalla mia posizione di donna perché ho un corpo di donna” che è anche, diciamo noi, il corpo dell’artista nel mondo.

© Regina José Galdino. CAMINOS, 2013. Concepción 41, Antigua Guatemala, Guatemala. Foto di Jorge Linares / David Pérez. Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery

Il corpo ci appartiene è “cosa nostra”, l’unica che realmente possediamo. Galindo lo usa per stabilire una connessione tra sé e il fuori da sé, tra un popolo oppresso e i suoi oppressori, tra una generazione che ha vissuto la tortura e un’altra che l’ha ascoltata nei racconti della memoria, tra tutto ciò che è privato e tutto ciò che è pubblico, tra la violenza della guerra e la speranza della pace. Tutto ciò rappresenta il corpo del mondo che racchiude in sé, metaforicamente, ogni significato di oppressione, pertanto questa forma che vive viene dall’artista incisa con la punta di un coltello che scrive sulla coscia sinistra la parola “cagna” (Perra, 2006), si mostra in una stanza il cui accesso è consentito solo a persone non vedenti (Punto ciego, 2010) per evidenziare ciò che non percepiamo nel nostro campo visivo, si chiude in un sacco di plastica trasparente (No perdemos nada con nacer, 2000) per essere gettato tra i rifiuti della discarica di Città del Guatemala, si cela sottoterra coperta da una lastra di vetro (Suelo común, 2013) per rendere visibile a coloro che camminano su quel suolo cosa può contenere la terra che stanno calpestando incoscienti.

Il corpo, pare dirci l’artista, questa entità così concreta, può assumere ogni significato immaginabile e inimmaginabile proprio perché racchiude in sé la possibilità estrema della violenza subita e inflitta, della gioia di essere vivi e della paura di morire. “Tutte le strade portano alla morte, tutte le strade portano alla vita” (Caminos, 2013) e anche la morte può risultare più leggera se a sorreggerne il peso saranno persone che ne comprendono appieno il significato, senza piegarsi perché ciò porterebbe inevitabilmente tutti a non poterla sopportare (Negociación en turno, 2013).

Nonostante Galindo tenga giustamente a sottolineare quanto non sia solamente “femminile” la rappresentazione che essa propone del peso di un mondo tanto gravido di orrore quanto costantemente connesso alla vita, è innegabile la spropositata misura di violenza cui il genere femminile è continuamente sottoposto ed è per questo che non può che essere di donna il corpo che, attraverso la rappresentazione artistica, calpesta il suolo di un paesaggio che “inghiotte la realtà”, non può che essere di donna il corpo che parla di una vita quasi impossibile da vivere: Estoy viva – esso dice – questo è sufficiente.

© CultFrame 04/2014

 

INFORMAZIONI
ESTOY VIVA, di Regina José Galindo
Dal 25 Marzo  all’8 Giugno 2014
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano / Via Palestro, 14 – 20122 Milano / Telefono 02.88446359
Orario: martedì, mercoledì, venerdì – domenica 9.30 – 19.30, giovedì 9.30 – 22.30 / chiuso lunedì
Ingresso: 8 euro

LINK
VIMEO. Regina José Galindo. ESTOY VIVA. Video realizzato per il PAC di Milano e diretto da cosimo Alema
Il sito di Regina José Galindo

PAC, Milano