La luna su Torino. Incontro con il regista Davide Ferrario

Davide FerrarioCome scrisse Italo Calvino nel suo testo affidato alla voce narrante del cortometraggio documentario Città di Pavese (1960) di Massimo Mida: “Ci sono città, ambienti, che abbiamo imparato a vedere solo perché qualcuno ha saputo insegnarci ad aprire gli occhi su di essi: i poeti, gli scrittori. Ci sono città sature di letteratura e città ancora vergini per le quali nessuno ha scelto le immagini, le parole, con cui ci avverrà di identificarle. Cesare Pavese ci ha insegnato a vedere Torino”.

Ci pare naturale estendere la citazione calviniana anche ai registi e al modo in cui Davide Ferrario ci ha fatto “aprire gli occhi” su Torino in alcuni dei suoi film, da Dopo mezzanotte (2003) a La luna su Torino, già presentato all’ultimo Festival del Film di Roma e ora in uscita in sala. Se i protagonisti del primo oscillavano significativamente tra centro (la Mole) e periferie (la Falchera), come i personaggi di Pavese e Calvino, quelli de La luna su Torino inseguono i propri sogni in un più ampio raggio d’azione che copre tutta la Torino post-olimpica, dai parchi industriali ricavati nelle fabbriche oramai abbandonate dell’oltre Dora agli impianti sportivi rimessi a nuovo nel 2006 (il Palazzo a Vela) attraversando vari esempi di arte urbana (si vedono nel film opere di Merz e Pistoletto, oltre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo) e sollevandosi sopra la città nella mongolfiera bianca che offre questa possibilità non lontano da Porta Palazzo e che di notte si presenta come la vera “luna” della Torino contemporanea.

La Torino post-industriale del nuovo millennio è stata portata sul grande schermo da diversi registi, ma Ferrario può rivendicare il merito di averla resa memorabile seguendo la lezione leopardiana del “fantasticare”, vale a dire di avere saputo dare una forma compiuta, per immagini, alle fantasie che i luoghi urbani possono ispirare. Infatti, rispetto alle cartoline torinesi oramai frequenti nelle fiction nostrane o nel recente programma televisivo Masterpiece, Ferrario non risparmia tocchi surreali e autocitazioni, ispirandosi soprattutto a una serie di massime di Giacomo Leopardi più volte riportate dai protagonisti de La luna su Torino e alla “leggerezza” teorizzata da Calvino, la cui capacità di indagare i legami tra le parole e i luoghi è riassunta in un celebre passo de Le città invisibili: “Non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altra c’è un rapporto”.

Il segno sul quale Ferrario articola il discorso più “immaginoso” del suo ultimo film torinese è quello del 45° parallelo nord, che passa proprio per Torino e che egli aveva già esplorato nel documentario Sul 45° parallelo (1997), perché, come lo stesso regista ha dichiarato:

“io sul 45° parallelo ci sono nato, esattamente a Casalmaggiore. E poi il destino mi ha portato a vivere a trecento metri dalla linea del parallelo, nella campagna torinese. Sembra che la mia vita sia segnata da questo arcano. Ma al di là dell’aspetto privato, il 45° parallelo mi appassiona perché è una metafora dell’equilibrio. Qui siamo a metà dell’emisfero, e nessuno ci pensa mai. Un passo verso nord o verso sud e finiamo per pencolare di qui o di là, cosa che non accade per altri paralleli. Infine, geograficamente, trovo estremamente suggestivo percorrere quella linea immaginaria e vedere dove ci porta. Scoprendo magari di essere più ‘simili’ ai mongoli del Gobi che a molti italiani.”

Tra una manifestazione in difesa della produzione di documentari in Piemonte e una lettera aperta al sindaco di Torino contro ai tagli alla Cultura e al Cinema, abbiamo incontrato Davide Ferrario a pochi giorni dall’uscita in sala de La luna su Torino in una delle sue location più insolite, il Bioparco Zoom di Cumiana (To). In questa particolare cornice il regista ha innanzi tutto voluto sottolineare la coerenza tra le acrobazie esistenziali dei suoi personaggi, in bilico tra precarietà e libertà, e il proprio percorso di autore indipendente.

Anche questo suo ultimo film è una produzione siglata dalla Rossofuoco, la società cui il Ferrario produttore ha dato un nome che era il titolo di uno dei film che il Ferrario regista non è mai riuscito a realizzare

La Rossofuoco, creata dieci anni fa per realizzare Dopo mezzanotte, ha avuto una vita tutto sommato fortunata e che non avrei pensato così lunga. Questo è il terzo film di finzione che produciamo e abbiamo fatto anche diversi lungometraggi documentari, come La strada di Levi e Piazza Garibaldi, e alcune altre opere. Per La luna su Torino abbiamo messo insieme una combinazioni di finanziamenti, quasi esclusivamente privati, con la Fargo Film, una società di produzione esecutiva che di solito fa service, il contributo della Banca Sella e una partecipazione del pubblico non come sovvenzione ma tramite il fondo d’investimento FIP (Film Investment Piemonte). Tutte queste realtà si sono giovate del tax credit, hanno cioè investito dei soldi nel film sapendo che li avrebbero potuti recuperare con uno sgravio d’imposta. Si tratta insomma di una produzione a costo zero dal punto di vista dell’investimento pubblico e che si presenta autonomamente sul mercato.

Il film ha poi avuto il sostegno della Film Commission Torino Piemonte e si avvale del forte apporto del Bioparco Zoom di Cumiana, che è entrato nel progetto con una forma di “product placement”. Il tipo di relazione che abbiamo instaurato con Zoom è ascrivibile a una lunga storia di rapporti tra i miei film e alcuni luoghi determinati, per esempio la Mole Antonelliana in Dopo mezzanotte, che non era un film finanziato dal Museo del Cinema o dalla Film Commission di Torino come molti allora credevano.

Non si tratta soltanto di un film a basso budget ma anche di una produzione a bassissimo impatto ambientale

Il film è realizzato in digitale, come avevamo fatto in modo pioneristico già con Dopo mezzanotte. In questo caso abbiamo usato una Canon 300D. Le riprese sono state durate solo quattro settimane più qualche altra uscita per riprendere la città di notte e per tutta la lavorazione sono serviti meno di 3kw di corrente elettrica, anche perché abbiamo usato quasi esclusivamente tecnologia wi-fi, senza fili, o, per esempio, dei droni per le riprese aeree invece di elicotteri costosi e inquinanti.

Dopo la buona accoglienza al Festival di Roma il film arriva in sala con alcune anteprime a cui è associata un’altra iniziativa tecnologicamente avanzata, per poi uscire ufficialmente il 27 marzo

Abbiamo organizzato per il 19 marzo una serie di anteprime con una peculiarità realizzata in collaborazione con Visionaria e Open Sky: quella di tele-trasmettere digitalmente la nostra presentazione organizzata insieme a Gianni Canova all’Anteo Spazio Cinema di Milano in tutte le altre sale italiane coinvolte. Il 27 il film esce in una quarantina di copie. Purtroppo da cinque anni a questa parte il mercato italiano è molto cambiato: o un film esce nei multiplex con duecento copie, ed è un gioco molto rischioso, o si scegle la nostra strategia di selezionare locali più radicati nel centro delle città e più specializzati sperando di avere una bella media per copia alla fine della prima settimana, e poterci così permettere di allargarci.

Come in Dopo mezzanotte, agli attori del film non è stato richiesto di seguire una sceneggiatura intoccabile ma di darvi il proprio contributo

Lavorare con un cast che con un bell’eufemismo si dice “emergente”, sono quasi tutti debuttanti, è una cosa che ho fatto più spesso che lavorare con attori affermati. Questo perché c’è una piacevole energia nel lavorare con qualcuno che non conosce il cinema e che soprattutto ha una faccia fresca e non usurata, mentre molti attori si portano dietro tutti i film che hanno fatto prima: quando per esempio vedo Margherita Buy non riesco a non pensare a tutte le sue interpretazioni precedenti e anche se è una bravissima attrice quando la vedo sullo schermo ho la sensazione di sapere già troppe cose del suo personaggio.

Ho scelto il cast del film dopo aver fatto dei provini ma, come spesso mi capita, invece che cercare l’attore che corrisponda a un’idea predeterminata di un personaggio ho preferito farmi influenzare da chi stavo incontrando facendo così crescere la mia idea del personaggio senza fissarmi su quello che avevo in mente quando ho iniziato a cercare gli interpreti del film. La preparazione di un attore è fondamentale, ma c’è una componente umana da cui parto per costruire un personaggio quasi come stessi facendo un documentario sugli attori, una tecnica che uso spesso in più modi anche dal punto di vista estetico nei miei film che giocano spesso tra la finzione e il documentario.

Nel film vi sono inoltre molti animali

La presenza degli animali è anche molto consistente nell’ultimo romanzo che ho scritto, Sangue mio, forse perché credo che l’idea antropocentrica secondo cui tutto si deve rapportare a noi uomini è un punto di vista molto mediocre che ne esclude altri che non siano i nostri. Vedere gli animali ci cambia prospettiva e le continue apparizioni di animali nel film, come quelle dei topi nella villa in cui abitano i protagonisti, non hanno una valenza simbolica vera e propria; ma ricordare che in quella casa ci sono anche i topi oltre ai personaggi mi serve, per così dire, ad allungare il fuoco sull’immagine oltre a suggerire che nonostante tutti i grovigli sentimentali e le partenze dei personaggi, alla fine, in quella casa, resteranno sempre i topi.

Le musiche del film sono di Fabio Barovero, che è anche coautore del nuovo singolo di Dente che accompagna i titoli di coda

Con Dopo mezzanotte e Tutta colpa di Giuda questa è la terza volta in cui lavoro con Barovero, già leader storico dei Mau Mau oggi specializzato in colonne sonore e musicista a più ampio spettro. Per realizzare la colonna musicale del film abbiamo messo insieme una piccola orchestra di ventotto musicisti ed è una cosa di cui siamo davvero orgogliosi.

© CultFrame – Punto di Svista 03/2014

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