Islands. Mostra di Dieter e Björn Roth. HangarBicocca Milano

Dieter Roth. Solo Scenes (Video Still), 1997/1998. Video installation; 131 monitors, ca. 1200 x 210 x 45 cm. © Dieter Roth. Courtesy the artist and Hauser & Wirth

Se esiste un autore in grado di mescolare i diversi linguaggi dell’arte riuscendo a mantenere coerenza e profondità questo è Dieter Roth (Hannover 1930 – Basilea 1998). Nel suo lavoro le barriere vengono abbattute, non esistono gerarchie, non viene privilegiato un linguaggio rispetto a un altro, semplicemente essi si mescolano nella consapevolezza di esprimere un ‘unico’ modo d’essere. Ma Dieter Roth va oltre, fa entrare nelle sue opere il proprio privato con naturalezza tanto che il fruitore non percepisce alcuna differenza tra vissuto personale e atto artistico perché in lui arte e vita coincidono.

Della mostra Islands, ospitata all’HangarBicocca di Milano e all’interno della quale troviamo pezzi realizzati a quattro mani con il figlio Björn, una delle prime opere che incontriamo è Solo Scenes (1997-1998) una installazione di 131 monitor che ritraggono l’agire dell’autore nel suo studio in una sorta di osservazione di se stesso. Roth dorme, legge, mangia, lavora, ozia, lo vediamo persino seduto sul water nell’atto di espletare le proprie funzioni corporali, precorrendo quel fenomeno che più tardi sarebbe dilagato sugli schermi televisivi del nostro tempo: quell’esplorazione impietosa e implacabile della vita privata che va sotto il nome di Grande Fratello ma con una finalità niente affatto spettacolarizzante, bensì mirata verso il tentativo di dimostrare l’evidenza imprescindibile dell’uomo che si vive. Nonostante l’impronta fortemente autobiografica in questi filmati prevale l’aspetto del lavoro creativo e di come esso si coniuga col vivere quotidiano. Infine tutto il processo confluito nella mente passa attraverso il filtro dell’intuizione per trasformarsi in un evento significante pronto ad uscire dal sé e mostrarsi agli altri.

Sappiamo che Dieter Roth non considerava l’opera d’arte come qualcosa che deve finire chiusa in un museo per farsi ammirare, bensì come materia che vive un processo di decadimento progressivo fino, estrema condizione, alla morte, proprio come la vita umana. Dunque le sue installazioni portano sulle proprie spalle il peso del tempo. Accumuli di oggetti, catalogazioni, dossier, marchingegni inventati riutilizzando manufatti altrimenti inservibili: la meticolosità del cercare e mettere da parte perché può essere “riutilizzato”, ma anche la metafora dell’accumulo inutile che diventa “in-smaltibile”. Le installazioni di Roth, che in parte sono la riproduzione di alcuni degli ambienti da lui realmente vissuti, possiedono una doppia chiave di lettura: quella della sfera personale nella quale si intuisce la ricerca del senso esistenziale dell’opera stessa in quanto parte integrante del vivere quotidiano e quella della sfera più sociale nella quale il senso sembra mettere sotto la lente di ingrandimento la responsabilità dell’uomo nell’accumulare detriti, rifiuti, oggetti inessenziali che andranno inevitabilmente a trasformare il Pianeta in una discarica a cielo aperto, metafora anch’essa del decadimento e della morte. E il cerchio si chiude.

Dieter Roth e Björn Roth, Islands. Installation view HangarBicocca, Milano, 2013. Foto di Agostino Osio. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. © Dieter Roth Estate, courtesy Hauser & Wirth

I reperti si accumulano nelle vite di ognuno e la maggioranza di essi è costituita da materiali di scarto che in ogni caso qualcuno ha prodotto, inventato. Nell’opera Flat Waste (1975-1976/1992) Roth li raccoglie catalogandoli in una serie di faldoni da ufficio: scontrini, biglietti usati, pezzi di giornale, sacchetti del pane, altri involucri, tutti elementi che sono passati nella vita dell’artista e che normalmente finiscono nella spazzatura, in questo contesto assumono viceversa un significato pregnante manifestando tutta la loro invadenza. Ci troviamo difronte a un racconto strettamente autobiografico: l’arte entra nel quotidiano, lo manipola e lo ri-mostra dicendoci che ogni oggetto può essere “collezionato” perché possiede una funzione per la quale qualcuno lo ha immaginato. La riproduzione del luogo di lavoro (e di vita) appare ordinata, nella volontà di mantenere una disciplina dell’inventare, e al tempo stesso appare come una sorta di cantiere perpetuo ove l’opera stessa è in continuo divenire e mai ultimata. Infine l’autore non si ferma, come abbiamo detto, al mostrare ciò che ha inventato/vissuto ma desidera che il fruitore lo viva a sua volta e dunque diverse opere possono essere visitate al loro interno quasi come se Roth volesse rendere completamente partecipe l’osservatore, dargli la possibilità di riconoscersi in esse. Il culmine di tale intento viene raggiunto con l’opera Economy Bar (2004-2013) realizzata dagli eredi dell’arte di Dieter Roth, suo figlio Björn e i nipoti Oddur e Einar, un bar funzionante che in alcune fasce orarie del giorno serve realmente il pubblico. Naturalmente anch’esso è realizzato in perfetta sintonia con lo stile concettuale che Dieter ha trasmesso alla sua famiglia – ancora l’aspetto autobiografico – che prevede la collaborazione con altri artisti e la fruizione calata nella realtà. Anch’esso è assemblato con pezzi che paiono essere depositati lì da molto tempo, così come sul retro troviamo un ricettacolo di oggetti accumulati pressoché inutilizzabili ma familiari, che non si riesce ad eliminare e anche se lo si facesse dove finirebbero?


Dieter Roth. Reykjavik Slides Part 1: 1973-1975; Part 2: 1990-1998 – 31.000 slides, 3 wooden shelves, 8 slide projectors on wooden, pedestals. Dimensions variable. © Dieter Roth Estate/Courtesy Hauser & Wirth

Uno dei linguaggi maggiormente utilizzati da Dieter Roth è la fotografia. Reykjavik Slides. Part 1 (1973-1975) e Part 2 (1990-1998) è ancora una volta un’opera meticolosa nella sua serialità che riempie lo sguardo e la mente con i suoi 16 proiettori collocati su altrettanti piedistalli i quali riproducono 31.000 diapositive della città a ciclo continuo, ininterrottamente. Le immagini, riprese nel luogo in cui la famiglia dell’artista risiede – realizzate anche qui con la collaborazione dei figli, tra gli altri – si alternano turbinose, narrano l’apparente banalità visibile, tanto rassicurante quanto ambigua. Nulla di suggestivo, solo case, strade, automobili parcheggiate, neve, villette anonime e impenetrabili. Queste diapositive appartengono a una fase di progresso nella scala della rappresentazione del sé: un accumulo di immagini che parla di ciò che sta intorno e fuori senza dire nulla o, viceversa, dicendo tutto quanto c’è da dire.

Dieter Roth e Björn Roth, Islands. Installation view HangarBicocca, Milano, 2013. Foto di Agostino Osio. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. © Dieter Roth Estate, courtesy Hauser & Wirth

Large Table Ruin (iniziata nel 1978) e The Studio of Dieter and Björn Roth (1995-2008) rappresentano due momenti significativi del passaggio di consegne tra padre e figlio. Entrambi i lavori riproducono, lo studio originario di Roth, che il tempo ha trasformato e nel quale è protagonista sia attraverso l’emergere di oggetti che divengono “rovine” col passare di esso, sia grazie alla stratificazione continua generata dalle sedimentazioni cui le due installazioni si sono sottoposte durante le loro esposizioni al pubblico in una sorta di autoalimentazione che avviene attraverso il vissuto dell’autore. Ciò sovverte ogni regola che vuole l’opera d’arte immodificabile ma che evidentemente nella dimensione di Dieter Roth non ha alcun senso perché come lui stesso afferma: “Le opere d’arte dovrebbero cambiare, invecchiare e morire come l’uomo”. Dunque torniamo all’inizio, a quei video che mostrano la vita dell’artista nel suo studio, e confrontiamoli con la sua riproduzione “infedele”: il luogo dell’artista (il suo emblema) diviene una sorta di museo di se stesso. Cosa siamo al fine? Pare chiedere l’autore/uomo, luoghi vaganti, in movimento ciascuno con il proprio museo interiore. Raccogliamo reperti ed essi, nella mania accumulatrice che ci contraddistingue, diventano il nostro mondo unico e personalissimo. In conclusione possiamo dire che Dieter Roth, attraverso lo svelamento di se stesso, ottiene un più generale svelamento di chi osserva le sue opere, obbligandolo a riflettere su tutto ciò che è superfluo e inutile ma con il quale non cessa di riempirsi la vita nella speranza di attribuirle un senso.

© CultFrame 01/2014


INFORMAZIONI

Mostra: Islands di Dieter Roth e Björn Roth
Dal 6 novembre 2013 al 9 febbraio 2014
HangarBicocca, Via Chiese 2 – Milano / telefono 02.66111573
Orari: giovedì – domenica 11.00 – 23.00 / Ingresso libero

LINK
Video intervista a Bjorn Roth
HangarBicocca, Milano