Gola. Arte e Scienza del gusto. Artisti internazionali in mostra a La Triennale di Milano

Cos’è che fa muovere il gusto? Cosa lo determina? La materia di cui parliamo è il cibo, il tema principe dell’evento internazionale più importante che si terrà il prossimo anno nel nostro Paese: Expo 2015. Milano dunque si prepara a misurarsi con lo sconfinato mondo degli alimenti affinché si giunga all’appuntamento edotti. In questo caso l’azione è duplice: la mostra Gola. Arte e Scienza del gusto, allestita a La Triennale fino al 12 marzo, intende rendere l’argomento fruibile da un vasto pubblico informando su alcuni dei principali aspetti del formarsi del “gusto” e utilizzando un accostamento di sapore didattico/culturale che affianca un impianto audiovisivo a opere di importanti artisti quali Marina Abramović, Boaz Arad, Sophie Calle, Cheryl Donegan, Christian Jankowski, Martin Parr, Jørgen Leth e altri. L’esposizione curata da Giovanni Carrada per la parte scientifica audiovisiva e da Cristiana Perrella per la parte artistica, viaggia quindi su due binari: il primo più didattico, attraverso il quale viene mostrato come il cibo ci condiziona, come lo si mangia nelle diverse parti del mondo, che impatto ha sul corpo umano, come è possibile tornare a economie più accessibili sia per quel che riguarda il consumo sia rispetto alla propensione verso forme di business che ci rendono dipendenti da esso, infine come viene vissuto a livello visivo/estetico. Il secondo binario chiama in causa una serie di artisti di fama internazionale cercando di mostrare attraverso le loro opere come il cibo può metaforicamente interpretare i numerosi aspetti del vissuto di ognuno.

L’operazione di per sé parrebbe essere di un certo interesse, anche se emerge un tipo di impostazione abbastanza semplificata che con tutta evidenza, vuole probabilmente toccare il maggior numero di persone possibile offrendo loro una parte scolasticamente formativa, piuttosto che scientifica (un po’ di nozioni ben visualizzate su schermo e organizzate per aree tematiche), e un’altra parte che viceversa mette assieme un certo numero di artisti che negli ultimi trent’anni circa hanno utilizzato proprio il cibo per raccontare le relazioni, il dolore, il multiculturalismo, la memoria, lo stacco generazionale.

© Sophie Calle. Le régime chromatique, 1997. 7 fotografie, testi, menu, mensola 30 x 30 cm (6 foto) + 49 x 73,5 cm (1 foto). Courtesy l’artista e Galerie Perrotin, Parigi/New York

Troviamo così accostati tra loro le fotografie di Martin Parr appartenenti alla serie Junk Food (2014), work in progress dell’autore che con i propri scatti ha reso evidente quanto il cibo spazzatura sia ormai entrato a far parte della vita quotidiana dei Paesi industrializzati, e l’intervista video realizzata alla propria madre dall’artista israeliano Boaz Arad – Gefilte Fish (2005) – mentre prepara una pietanza tipica della tradizione ashkenazita. Nel video si vedono le mani della donna durante la preparazione del piatto a base di pesce mentre, intercalato tra un ingrediente e l’altro, madre e figlio affrontano una riflessione sul particolare rapporto tra le varie etnie ebraiche. O ancora il video Head (1993) di Cheryl Donegan in cui l’artista cerca di bere direttamente dal contenitore il liquido che zampilla dall’apertura inscenando una sorta di lotta con esso che sfocia sempre più in una rappresentazione provocatoriamente sessuale, agli scatti realizzati da Sophie Calle – Le régime chromatique  (1997) – nei quali l’artista francese interpreta un personaggio immaginario inventato dallo scrittore Paul Auster, Maria, protagonista del racconto “Leviathan”. Maria ogni giorno osserva la regola di nutrirsi di cibo tutto dello stesso colore, la Call mostra le sei varianti per altrettanti giorni della settimana. L’intento pare essere quello di voler sottolineare come il cibo possa essere scelto per la sua componente estetica divenendo “cosa” e non più “nutrimento”, equiparabile alla scelta di un accessorio di abbigliamento come un paio di scarpe o un cappello in tinta.

© Marina Abramović. The Onion, 1995. Performance per video, 10’, UTA Dallas. Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

La declinazione del gusto nell’arte continua poi, nella ricerca di significati, con il famoso video di Marina Abramović The Onion (1995) nel quale l’autrice si mostra nell’atto di addentare una cipolla cruda, la vediamo masticarla lentamente, fino a quando il viso si contrae per il disgusto e gli occhi cominciano a lacrimare copiosamente. Abramović si sottopone a una tortura autopunente e la trasformazione che avviene sul suo volto appare come la raffigurazione dallo stato di sempre maggiore assunzione di consapevolezza nei confronti della stanchezza di trovarsi ad affrontare momenti particolarmente stressanti della propria vita, privata e pubblica.

© Jørgen Leth e Ole John. Burger New York, 1982. Una sequenza da 66 scenes from America. Diretto da Jørgen Leth, prodotto da Ole John. Courtesy Ole John Film, Copenhagen

Il cibo è un “fare” e la sua introduzione all’interno del corpo può diventare un atto iconico se a eseguirlo è il re della rappresentazione iconica pop americana per eccellenza: Andy Warhol. Per una volta l’artista diviene esso stesso l’opera d’arte, Jørgen Leth lo ritrae in un video in bianco e nero (in netto contrasto con la materia colorata di cui Warhol ha sempre fatto uso) della durata di 4 minuti circa in cui lo si vede seduto a un tavolo mangiare un hamburger in assoluto silenzio. “My name is Andy Warhol and I just finished eating a hamburger” dirà semplicemente alla fine dando finalmente vita a quell’indifferenza verso ciò che mangiamo, un atto senza scopo. Nel breve video realizzato da Christian Jankowski Die Jagd (La caccia, 1992) invece osserviamo come l’autore tenta di stimolarci ad una maggiore consapevolezza nello scegliere fra le centinaia di prodotti collocati sugli scaffali di un supermercato rapportando l’atto all’esperienza primordiale in cui l’uomo per cibarsi era costretto a cacciare con arco e frecce, le stesse che utilizza il personaggio ritratto nel video che vediamo destreggiarsi in una foresta postmoderna fatta di scaffalature stracolme di cibo.

Altre immagini colorate arrivano dal fondo della sala, buio e dall’aspetto precario. Il sonoro audiovisivo interferisce fastidiosamente con l’esiguo spazio espositivo concesso a ciascun autore, il percorso è affollato di opere esposte una sull’altra. È un vero peccato, infine, dover constatare quanto le risorse impiegate avrebbero potuto essere meglio sfruttate concedendo al progetto la possibilità di esprimersi in uno spazio di maggiore estensione fisica oltre che mediante una coerenza di contenuti un po’ meno affastellata.

© CultFrame 02/2014

 

INFORMAZIONI
Mostra: GOLA. Arte e Scienza del gusto / A cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella
Dal 31 gennaio al 12 marzo 2014
La Triennale / Viale Emilio Alemagna 6, Milano
Orari: martedì – domenica 10.30 – 20.30 / giovedì 10.30 – 23.00 / chiuso lunedì
Biglietto: 8 euro / gratuito per le scuole, previa prenotazione presso la segreteria organizzativa

LINK
Triennale di Milano – Il sito