Una osservazione creativa. Berenice Abbott in mostra a Milano

È il 1939 quando Berenice Abbott che ha già immortalato numerosi artisti di successo e realizzato Changing New York, il suo lavoro più noto, comincia ad appassionarsi a un nuovo progetto: l’idea di ritrarre alcuni fenomeni scientifici mettendo in atto una propria “osservazione” creativa. In quegli anni la Abbott ha una carriera già piuttosto avviata, un proprio studio fotografico ed è photo-editor per Science Illustrated rivista per la quale conduce specifiche ricerche volte allo sviluppo di nuovi apparecchi fotografici e metodi di illuminazione. Nella mostra a lei dedicata alla Galleria Carla Sozzani di Milano, accanto alla non convenzionale rappresentazione documentale della città di New York, ritratta in modo avanguardistico per l’epoca (1931-32), compaiono, fino al 6 gennaio 2014, queste immagini, realizzate tra il 1958 e il 1961, le quali sovvertono totalmente la “forma”, offrendo una visione sensoriale e estremamente innovativa tanto da figurare quasi come un’altra rappresentazione di quello stesso scenario urbano mostrato come in una sorta di confronto.

Sul muro bianco della galleria campeggia, come un monito, una frase della Abbott che non si può ignorare: “La fotografia non potrà mai crescere fino a quando imiterà le altre arti visive. Deve camminare da sola: deve essere se stessa”. In che modo questo può avvenire? Berenice Abbott, consapevole della sua stessa affermazione, tenta di mostrarlo attraverso questa serie di immagini in cui osserva scientificamente, sciogliendo le briglia della creatività, eventi che raggiungono il loro apice nella forma generata dall’esposizione multipla. E quelle forme assumono l’aspetto di un mondo fantastico che al tempo stesso ci ricorda ciò che ci sta attorno. L’immaginazione che scaturisce dalla loro visione ci fa adattare l’immagine al reale perché non abbiamo più – o abbiamo perso – la capacità di liberare la mente. Così in queste fotografie che qualcuno potrebbe considerare di banale documentazione, ci pare viceversa di osservare un grattacielo, una torre, un’autostrada vista dall’alto: il visibile prende i contorni della città, quella stessa città – New York – che la Abbott ha documentato con grande attenzione al suo significato non convenzionale. Insomma: una sperimentazione consapevole.

In realtà le immagini di questo lavoro paiono invece alludere ad un mondo fantastico di pura immaginazione, nonostante la scientificità dell’osservazione e la serialità intenzionale dello scatto, come per la foto dal titolo Bolle di sapone nella quale è possibile immergersi in assoluta libertà certi di poter finalmente dare ascolto a un inconscio giocoso e inaspettato. In Specchio parabolico si riflette un occhio proposto in una serie di ripetizioni in circolo: l’occhio appare sbalordito e come assalito da una forma di paura del guardare (e al suo interno possiamo anche leggere un rimando a esperienze cinematografiche) ma oltremodo spinto – quasi obbligato – a farlo. In controcanto la Visione notturna di New York (1932) appare come un clone di una stessa forma ripetuta fino a delinearne una nuova. I segni presenti nella città, la grafica che da essi sprigiona, così pulita e essenziale, trova dunque la sua naturale evoluzione in questo progetto che mostra come un lavoro di precisione scientifica possa raggiungere un alto livello di espressione artistica quasi a dimostrare la “scientificità” presente nell’arte e, viceversa, la creatività presente nella scienza. La fotografia può quindi essere in grado di parlare di tutto questo e al tempo stesso mantenere una propria pura identità.

È pertanto di straordinaria attualità ciò che sulla fotografia afferma Berenice Abbott: “Innanzitutto definiamo cosa non è fotografia. Una fotografia non è un dipinto, una poesia, una sinfonia, una danza. Non è solo una bella immagine, non un virtuosismo tecnico e nemmeno una semplice stampa di qualità. È o dovrebbe essere un documento significativo, una pungente dichiarazione, che può essere descritto con un termine molto semplice: selettività”. Tale dichiarazione esplicita, tratta da “Universal Photo Almanc” (1951), andrebbe stampata ancora oggi su tutti i muri delle scuole di fotografia per riallineare quei concetti ormai completamente stravolti che ruotano attorno al senso dello scattare immagini.

Osservare cercando di essere obiettivi. Vedere le cose così come sono, un metodo scientifico che non esula dalla possibilità di liberare lo sguardo dal condizionamento, anzi proprio a causa di questa sorta di scientificità lo sguardo assume quel carattere di creatività che rende l’oggetto osservato presente in noi.

© CultFrame 12/2013

 

IMMAGINI
1 Berenice Abbott. Transforming Energy, MIT, 1958-61. © Courtesy Galleria Carla Sozzani.
2 Berenice Abbott. Night View, New York, 1932. © Courtesy Galleria Carla Sozzani.

INFORMAZIONI
Mostra: Berenice Abbott
Dal 10 novembre 2013 al 6 gennaio 2014
Galleria Carla Sozzani / Corso Como 10, Milano / Telefono: 02.653531
Orari: martedì, venerdì – domenica 10.30 – 19.30 / mercoledì e giovedì 10.30 – 21.00 / lunedì ore 15.30 – 19.30 / Ingresso libero

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Galleria Carla Sozzani, Milano