STUDIO SHOWS. Artisti in residenza al MACRO. Artist Talk e mostra di Hilla Ben Ari

Pubblichiamo le relazioni dell’artista israeliana Hilla Ben Ari e della curatrice Giorgia Calò effettuate nell’ambito dell’Artist Talk svoltosi al MACRO di Roma martedì 19 novembre 2013. La mostra di Hilla Ben Ari, inserita nell’ambito del programma Artisti in residenza #4, è visitabile fino al 19 gennaio 2014.


Giorgia Calò

Si è conclusa nei giorni scorsi la residenza d’artista presso il MACRO a cui ha partecipato Hilla Ben Ari tra i quattro vincitori di questa stagione. L’esperienza si chiude dopo quattro mesi con una mostra, realizzata da ciascun artista nello spazio che ha occupato durante questo periodo. L’inaugurazione della mostra si è tenuta il 28 novembre 2013 e durerà fino al 19 gennaio 2014.
Durante i mesi di permanenza sono andata varie volte nello spazio/studio di Hilla. È sempre molto interessante partecipare, anche solo come spettatrice, a un work in progress. Vedere come le idee prendono forma fino alla completa realizzazione. Il talk di oggi verterà proprio sul progetto che Hilla ha creato per il Macro.

Hilla Ben Ari ricordiamolo è un’artista israeliana, nata nel Kibbutz Yagur, a pochi chilometri da Haifa. È molto attiva in ambito nazionale e internazionale, come dimostrano le sue partecipazioni nei più importanti musei israeliani, e all’estero a Berlino, Pechino, Taiwan, New York, Bruxelles, Barcellona, Roma. Con Hilla ormai ho già condiviso nel 2012 l’esperienza del progetto collettivo About Paper. Israeli Contemporary Art, mostra e libro.

Oggi, questo talk parlerà di cosa realmente ha significato questa esperienza per lei, e di come sia arrivata alla realizzazione di questo lavoro. Ma prima di entrare nel vivo della questione, vorrei parlare dell’attività di Hilla, della sua poetica e di alcuni punti focali che ritornano soventemente nei suoi lavori.

Hilla si è sempre concentrata sul corpo femminile inteso come materia espressiva e assurto come metafora di un processo di ridefinizione identitaria, o viceversa come rappresentazione materiale di un imprigionamento fisico e mentale. Quello che interessa a Hilla è indagare il corpo femminile non tanto sotto l’aspetto sessuale, infatti i suoi corpi appaiono spesso androgini, privati quindi di una carica sessuale, quanto come vedremo l’artista si concentra su alcuni aspetti emotivi, emozionali e prettamente fisici. Inoltre, sia i suoi video che le sue installazioni sono caratterizzati da una forte staticità. Penso ai video Dusk, o Horizontal Standing, in cui, in maniera quasi warholiana, l’inquadratura è fissa mentre riprende soggetti che si muovono impercettibilmente.

 

Dusk, video del 2011, è una sequenza unica di una ginnasta che si trova all’interno di un ambiente scuro, senza luce, quindi molto intimo. La protagonista compie uno sforzo enorme per non toccare il suolo, è come se si infliggesse una punizione, una sorta di autotortura. La tensione del suo corpo, delle gambe, della schiena, indicano una posizione tanto difficile quanto instabile. Un’idea di congelamento che ritroviamo anche nelle sue installazioni (penso a LacunaThe Left Shoulder Diana) che interagiscono con il pubblico e con l’ambiente ma sempre in modo “immobile” direi.

Nella mostra del 2008 The Left Shoulder, Hilla ha cercato di rappresentare questi confini creando degli spazi che limitassero l’ambiente il più possibile e dessero la sensazione contrastante di fragilità e stabilità. Del resto è questa l’attuale condizione femminile: una presenza, molto fragile seppur stabile, della donna nel mondo.

Dunque, nei lavori di Hilla vengono indagati i limiti e i confini del corpo femminile, mettendo spesso questo a confronto con altri corpi o oggetti minacciosi che hanno la capacità di infierire sul corpo ma allo stesso tempo lo sostengono, esprimendo così la tensione senza fine tra fragilità e aggressività. Questo concetto si manifesta anche nei lavori su carta, che sono spesso ripetitivi, legati uno all’altro. Nella mostra del 2004 dal titolo Diana, ad esempio, le figure facevano parte di un pattern, tutto uguale. Il corpo perde la sua carica femminile, potremmo dire sessuale, per divenire elemento androgino. Quindi non c’e’ realmente un corpo, ma solo la sua facciata.

Peep, lavoro presentato per la mostra al Petach Tikva Museum nel 2005, dove Hilla ha delineato sul pavimento l’immagine bidimensionale del corpo di una donna di grandi dimensioni, composta da migliaia di topi bianchi. I topi, che sembrano divorare il corpo, allo stesso tempo lo strutturano, senza di questi infatti non si vedrebbe la sagoma femminile tracciata proprio dai ratti stessi. Inoltre, a un primo sguardo lo spettatore non percepisce subito i topi, sembrerebbe piuttosto essere un bel vestito di pizzo bianco, magari un abito da sposa. Solo a uno sguardo più attento ci si accorge della tragicità della scena: il sangue e i topi che divorano il corpo. Questo lavoro parla delle donne che vengono in Israele per prostituirsi, in tal senso Peep è sicuramente un lavoro a sfondo sociale, dove si evidenzia lo stato delle prostitute e la loro strategia di sopravvivenza che è quella di separare il corpo dalla mente. Peep parla di purezza e di peccato: se quest’ultimo è evidente, la purezza viene invece rappresentata dalla particolare illuminazione che rende l’immagine quasi evanescente, oltre che dall’uso del bianco.

In questi due ultimi lavori citati, Diana e Peep, si denota una caratteristica dell’artista, la ripetizione dell’immagine, il lavoro certosino con cui viene lavorata la carta al fine di dare un aspetto diverso, illusorio. Basti vedere ad esempio la grande installazione Mating Flight realizzata nel 2008 e presentata l’anno dopo all’Israel Museum di Gerusalemme per la mostra collettiva Paperworks. In questo caso si trattava di migliaia di vespe realizzate con la carta. Un gigantesco vespaio situato su due finestre a forma di nicchie e chiuse da una griglia. La delicatezza della composizione è in netto contrasto con l’immagine negativa degli insetti brulicanti. Il duplice aspetto sta nella curiosità del pubblico invitato a guardare attraverso la griglia, e la minaccia degli insetti che potrebbero liberarsi. Ancora una volta la rappresentazione della forza e della debolezza.

Several Times, lavoro realizzato site specific per la galleria Marie-Laure Fleisch di Roma alla fine del 2011, è un vero e proprio arazzo ipermoderno fatto di carta, dove le figure, tramite il movimento stesso della carta, si “animano” nello spazio diventando quasi tridimensionali. Il lavoro di grandi dimensioni è composto da tre figure femminili strutturate da elementi molto piccoli, strisce di carta e fili intessuti tra loro, in modo da poter costruire figure voluminose, cercando così di superare il concetto di bidimensionalità che è proprio della carta. Per questo lavoro Hilla è partita dal basso verso l’alto in un processo molto lento e in cui le immagini delle figure femminili che hanno le braccia in alto, sono rappresentate fino ai polsi, dunque senza mani. Questa idea di “non finito” potrebbe far pensare a un’opera che deve essere completata, o viceversa annullata e disfatta. I corpi, seppur si presentino come grandi presenze nello spazio, indicano ancora una volta un senso di fragilità, proprio perché i fili su cui si reggono e il muro di supporto sono elementi senza i quali l’opera non potrebbe sostenersi.

L’opera è strutturata su un’idea di verticalità che ritroviamo anche nei suoi video come Dawn e Lacuna dei quali ci parlerà ora Hilla.


Hilla Ben Ari

Nell’opera Dawn appare una figura femminile il cui corpo teso è collocato in una fila di attrezzi da lavoro. Il lavoro quasi statico si sviluppa in un loop senza fine. Anche in questo lavoro c’è una tensione tra la vulnerabilità del corpo, appoggiato e agganciato alla parete, e la forza del corpo stesso e la sua elasticità. Tutto questo è mostrato grazie a una posizione virtuosistica e allo stesso tempo a un movimento limitato. Lo spazio nei miei lavori video è sempre uno spazio metaforico e allude alla maniera in cui il corpo è costretto a situarsi all’interno di strutture sociali e culturali. La tensione tra l’individuo e la collettività è un tema di cui mi occupo in molti dei miei lavori, cioè mi occupo della connessione diretta che si crea tra la coscienza e la morale del gruppo e il corpo dell’individuo, e della mancanza di separazione tra il corpo privato e quello collettivo.

In Lacuna la posizione della figura sul terreno è sempre precaria e il suo equilibrio è insicuro. In un altro mio lavoro intitolato Shtil (pianta) appare una figura che si muove tra stabilità e crollo ed è costretta a sostenere uno sforzo senza fine per poter sopravvivere. La figura è una sorta di struttura che protegge la pianta fragile e contemporaneamente blocca la sua crescita. Questo lavoro è stato esposto per la prima volta un anno e mezzo fa nell’ambito di una mostra personale intitolata “Lacuna”. La mostra era incentrata sul tentativo del corpo imperfetto e menomato di mantenersi in uno stato di normalità. Dal mio punto di vista svolgo un’indagine su una condizione che sta sempre sull’orlo del fallimento e del crollo. In ogni caso, è una condizione sterile che non genera la connessione desiderata e fertile tra corpo e luogo.

I lavori di carta sono stati realizzati con ritagli di carta e tessitura, come per esempio in questo lavoro, una riproduzione di un vecchio silo che contiene grano. Ogni parte del lavoro in questa installazione funziona come uno spazio distaccato, isolato e senza sostegno. Questa sospensione si trova anche nelle immagini stesse. Solo le coordinate verticali e orizzontali nello spazio creano il legame fisico e immaginario tra le parti dell’installazione, cioè tra le colonne nel video e quelle collocate nello spazio e anche nei riguardi della trama e dell’ordito nei lavori bi-dimensionali. I tubi di sostegno sono di carta sulla quale ho stampato una scansione di qualità di lastre di metallo arrugginito così che i confini della materia si estendono come i confini del corpo. In realtà ho continuato a lavorare con questa tecnica e a svilupparla nella nuova installazione presentata qui al Museo.


Giorgia Calò

Entriamo ora nel vivo della mostra realizzata al Macro. Come abbiamo visto, la ricerca di Hilla segue un percorso binario che riesce a coniugare mezzi apparentemente antitetici. Infatti, alla sua produzione video si affianca la realizzazione di grandi installazioni che spesso hanno come protagonista la carta in un dialogo continuo. Entrambi i mezzi le permettono di sollevare questioni a lei care come il corpo, i suoi confini, la sua violazione, la forza e la debolezza, il sostegno, il controllo, il potere e la violenza.

Con la carta prova a verificare come un materiale bidimensionale e fragile può sostenersi da solo nello spazio, anzi creare lo spazio. Infatti, in molti dei suoi lavori la carta imita materiali più resistenti e solidi come il metallo ad esempio. Questa dualità è presente anche nelle opere video che mettono in risalto il corpo nella sua fragilità, e allo stesso tempo ne evidenziano la forza che si evince dalla postura in continua tensione ed equilibrio.

  

Nei video realizzati durante la residenza (Lucrezia la Linea e Lucrezia il Cerchio), Hilla prende a modello una figura femminile storica per riflettere sulla connessione tra il corpo femminile e gli aspetti politici e sociali. La dualità tra la figura femminile come vittima e la sua possibilità di diventare l’aggressore di se stessa. Il suo stupro da parte di Sesto Tarquinio e il conseguente suicidio di Lucrezia indicato come la causa immediata della rivoluzione che rovesciò la monarchia e stabilì la Repubblica Romana.

Interessante è come Hilla rappresenti l’aggressione avvalendosi di due figure geometriche: la linea, che sta a simboleggiare la spada con cui Tarquinio minaccia Lucrezia, e il pugnale, con cui poi lei si suicida. Il cerchio invece rappresenta la purezza sessuale, la donna che accoglie anche suo malgrado. Questo mi fa pensare a Kant secondo il quale l’uomo non deve disporre il corpo secondo un suo arbitrio, perché non ha possesso su di sé, non è il proprietario delle sue facoltà sessuali. Allora chi è il padrone legittimo dei suoi organi sessuali? Non io, in questo caso Lucrezia, ma colui che la fa proprietario dei suoi.

Questa è la rappresentazione di una donna violata che però reagisce alla violenza con altra violenza, su se stessa. Il cerchio, dunque, indica anche il ciclo di violenza autoinflitta, senza la presenza di un aggressore esterno. Hilla utilizza le figure geometriche in maniera direi kandiskiana, conferendo a queste una simbologia e caratteristiche quali il dinamismo e la staticità, la forza e la debolezza, l’aggressività e la calma. Allo stesso modo Hilla si avvale dei colori. Non è un caso infatti che i due video siano caratterizzati da solo due colori: il blu e il rosso, un colore freddo e un colore caldo.

Per quanto riguarda la grande installazione che occupa per intero lo spazio, Hilla ha continuato a lavorare su una ricerca intrapresa nell’ambito della sua ultima mostra personale Lacuna (Gallery 39 for Art, Tel-Aviv, 2012), in cui ha realizzato una serie di pilastri utilizzando una tecnica da lei stessa brevettata per produrre una carta “arrugginita”. Il progetto di Hilla Ben Ari per il Museo prevede dunque l’utilizzo di questa tecnica – tramite cui l’artista dona alla carta l’aspetto del metallo – per creare un’opera in stretta connessione con lo spazio. Ancora una volta Hilla lavora sull’illusione, sull’arbitrarietà dell’immagine, sul significato e il significante, sull’interpretazione.

Vorrei che Hilla ci parlasse di come è nata questa idea di coniugare una grande installazione postindustriale con la realizzazione dei due video dedicati a Lucrezia.


Hilla Ben Ari

La connessione tra una struttura e un corpo è un tema per me complesso. Penso che nei miei lavori il corpo funzioni sempre come una struttura e che le strutture funzionino come un corpo. Cerco sempre di creare un incrocio tra la griglia (in questo caso la costruzione) e il corpo e mi occupo del dualismo che scaturisce da questa relazione: tra la griglia che serve come un supporto fisico e metaforico e l’imposizione e la tensione generate da questo incontro. Nei lavori precedenti, come per esempio nell’installazione Diana le figure ripetute sono quelle che hanno formato la griglia stessa. Negli ultimi lavori provo a esaminare una figura sola estrapolandola dalla griglia stessa. In questa installazione la figura è riconoscibile all’interno della griglia, ma è ancora inserita in una relazione quasi totale; ma per me non è possibile ancora staccarla.

La storia di Lucrezia è legata al tema della vittima, un tema che ritorna nei miei lavori. Mi occupo delle rappresentazioni che mettono in relazione il corpo femminile come corpo che porta colpa e vergogna con il corpo privato che porta su di sé il delitto collettivo come emerge nella cultura cristiana. Nell’installazione Lucrezia le rappresentazioni cristiane echeggiano attraverso i lavori video ma anche attraverso la costruzione che ricorda una cappella cristiana.

Un ulteriore elemento che lega le varie parti dell’installazione al MACRO è il metallo: Nello spazio come ho detto c’è una costruzione fatta di carta che sembra metallo. In un video il metallo appare come un’immagine e nell’altro si percepisce solo il rumore. Quindi il metallo si manifesta in tre modi ma senza la reale presenza del materiale stesso.

© Giorgia Calò, curatrice dell’artist talk
© Hilla Ben Ari

CultFrame 12/2013

 

TUTTE LE IMMAGINI © Hilla Ben Ari

1 Lucretia, 2013. Installazion view. MACRO, Roma (Photo: Luis Do Rosario)
2 Dusk, 2011. Video, 48” in loop. Petach Tikva Museum of Art, Israel
3 Horizontal Standing, 2008. Video
4 Peep, 2005. Mixed media, 550x410cm. Petach Tikva Museum of Art, Israel
5 Several Times, 2011. Galleria Marie-Laure Fleisch, Roma
6 Dawn, 2011. Video. Petach Tikva Museum of Art, Israel (Photo: Amit Yazur)
7 Seedling (Shtil), 2012. Video (Photo: Assaf Sadan)
8 Lucretia the Circle, 2013. Video. MACRO, Roma
9 Lucretia the Line, 2013. Video. MACRO, Roma
10 Diana, 2004. Installation view. Herzliya Museum of Contemporary Art, Israel

INFORMAZIONI
Hilla Ben Ari / STUDIO SHOWS – Artisti in residenza #4
Dal 29 novembre 2013 al 19 gennaio 2014
MACRO / Via Nizza 138, Roma / Telefono: 06.671070400
ORARIO:  martedì – domenica 11.00—19.00 / sabato 11.00—22.00 / chiuso lunedì

LINK
CULTFRAME. About Paper. Israeli Contemporary Art. Un libro a cura di Giorgia Calò di Maurizio G. De Bonis
Il sito di Hilla Ben Ari
MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma

 

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