L’errore come possibilità espressiva. Intervista a Maurizio Cogliandro

Maurizio Cogliandro è un fotografo che opera in modo diretto tramite il dispositivo ottico. L’atto del fare fotografia nella sua concezione è assolutamente personale e si articola secondo principi che si collocano al di fuori degli schemi preordinati della narrazione visuale. La sua tendenza creativa è quella di rapportarsi in modo mai rapace rispetto alla porzione di realtà che cattura con la macchina fotografica. Il suo modo di lavorare nella realtà non è incentrato su un meccanismo “muscolare” ma su un approccio da lui stesso considerato di tipo “sentimentale”, e che potrebbe essere definito personale, o più genericamente umano.
Tale processo espressivo lo porta a produrre immagini attraverso un procedimento che trasforma la fotografia in “autentica accoglienza” del mondo circostante; per tale motivo le sue opere sono caratterizzate da una mancanza di ossessione formalista che lo spinge ad accettare l’errore come una valida opportunità espressiva. E il ruolo della memoria rappresenta in tutto ciò una parte molto significativa. In questa logica anche un palcoscenico ultra utilizzato come la città di Roma diviene territorio di ricerca e scoperta di rinnovate soluzioni visive. (Maurizio G. De Bonis)


                             

                              

© Maurizio Cogliandro. Dalla serie Lidia, il cielo cade


Cosa ti spinge verso la fotografia?

Fotografare per me ha a che fare con quell’attitudine per cui luoghi, cose e persone con cui entro in relazione restituiscano qualcosa per me interessante. Un’attitudine che mi consente di costruire le mie immagini su tutto ciò che mi circonda e su ciò che mi accade. La fotografia come disciplina, come studio, mi ha dato molto anche dal punto di vista sentimentale. Per me è stata, ed è, un’esperienza molto forte; nella mia vita molti miei ricordi sono legati a immagini. La fotografia per me è memoria, collego molto le immagini al mio vissuto.

Quanto la tua vita personale ha influito nella tua fotografia?

Pur avendo fatto un percorso accademico e di studi, ho cominciato a sentirmi fotografo in seguito all’esperienza vissuta con mia madre e al lavoro che ho fatto insieme a lei, che ha poi preso la forma di un libro. Quella è stata un’esperienza fondamentale che ancora oggi porto con me. Ho un ricordo molto vivido; da parte di mia madre c’era una forte necessità di voler fare tutto fino alla fine, completare quello che insieme stavamo costruendo giorno per giorno. Il lavoro con mia madre è nato in una maniera anche un po’ azzardata; è avvenuto tutto in maniera naturale. Nel primo anno e mezzo è stato molto piacevole, quei momenti erano anche di svago. Io vivevo insieme a lei, senza sapere nulla rispetto a ciò che sarebbe poi stata la fotografia per me. Oggi lo considero un processo formativo. Andando avanti mi rendevo sempre più conto delle difficoltà. Però non ho forzato nulla, non ho mai avuto l’idea di parlare della malattia di mia madre. L’intento era quello di fotografare insieme a mia madre. Il libro è il risultato di questo rapporto.

Da questo primo lavoro è scaturita la voglia di dedicarmi molto a me stesso, anche con un atteggiamento un po’ egoistico. La mia fotografia ha molto a che fare con me stesso e con il mio benessere sentimentale, nel senso che in realtà io mi metto nelle condizioni per far sì che tutto ciò che mi circonda sia fotografabile. Esco completamente dalle tematiche, dai progetti, dal racconto cronologico, mi metto nelle condizioni per cui tutto ciò che ha che fare con me sia giusto fotografarlo. Il mio rapporto con la fotografia riguarda il dispositivo che utilizzo; ci sono arrivato nel tempo e sto in questo mondo con l’intento di “fotografare per fotografare”, non per altre ragioni.

Dopo questa fase iniziale ho sentito la necessità di uscire al di fuori della mia casa, e ho iniziato ad avere a che fare con l’altro, con il mondo esterno. Mi sono allontanato dall’atteggiamento precedente, ho iniziato a utilizzare dispositivi diversi. Ho sentito il bisogno di dare al mio lavoro una sorta di spina dorsale e ho pensato che la cosa migliore fosse quella di lavorare nel mio paese, nel mio vissuto. Questa è stata sicuramente una fase che mi ha portato a mantenere una certa distanza da connotazioni tematiche ben precise.

Quanto il tuo approccio personale e intimo ha a che fare con la fotografia documentaria?

Per me la fotografia documentaria è connotata da coordinate spazio/temporali. Se devo essere sincero, io non mi ci trovo e questo accade sicuramente per vocazione o più per semplice casualità. Il mio lavoro non ha nulla a che fare con la fotografia documentaria. Credo anche perché io ho sempre avuto un atteggiamento di sottomissione rispetto all’evento più che una posizione predominante.

Come ho detto all’inizio, cerco l’interessante nel tutto che è intorno a me. La fotografia ha un aspetto predominante nella mia presa di coscienza del luogo, della persona, dell’evento o della tematica che a volte potrebbe essere anche ricondotta ad aspetti più sociali o culturali, ma a me interessa fare una fotografia che abbia a che fare solo con se stessa.

Nelle tue immagini riesci a creare atmosfere oniriche, quasi nel tentativo di far emergere i lati più oscuri dei luoghi e degli esseri umani. Cosa ti porta ad entrare in quella dimensione?

Io non costruisco immagini per portare l’osservatore in chissà quali dimensioni oniriche, quelle sporcature formali che si vedono nelle mie immagini hanno più a che fare con l’atto del fotografare in sé. La mia fotografia ha molto a che fare con il concetto dell’accettazione dell’errore. Io credo che l’errore nella fotografia sia qualcosa di predominante. Il fotografo stesso si deve mettere nelle condizioni di poter accettare nel suo lavoro l’errore fotografico. Può essere anche un errore puramente tecnico. Io mi affido molto al dispositivo senza la pretesa di voler dominare il mezzo stesso.

Alcune tue fotografie sono state scattate a Roma, città in cui vivi e lavori. Cosa pensi riguardo le difficoltà nel rappresentare una città che è stata più volte fotografata? Che tipo di esperienza personale e visiva hai avuto e hai con Roma?

Non mi pongo difficoltà nella rappresentazione di una città che è stata più volte fotografata. Io mi trovo a fotografare Roma solo perché è la città nella quale passo la maggior parte del mio tempo. Penso che le difficoltà potrebbero essere molteplici nel momento in cui si inizia a lavorare sulla città in maniera più progettuale o per una commissione. È evidente che non mi interessa inserire riferimenti nelle mie immagini rispetto al luogo che ho fotografato, anzi li sottraggo ed è forse per questo che molte delle mie immagini su Roma escono da quel tipo di rappresentazione alla quale siamo tutti abituati. Sono tantissimi i lavori su questa città sia dal punto di vista professionale che amatoriale. Qualsiasi tematica che affrontiamo può presentare difficoltà in questo senso, ma io non la sento così, non cerco quasi mai riferimenti su come in passato sono state affrontate certi argomenti.

                              

                              

© Maurizio Cogliandro. Dalle serie One Step Behind You


Pariamo di alcuni tuoi lavori. Mi viene in mente One Step Behind You

Questo lavoro parla del mio rapporto con il paese in cui sono nato e vivo. Ero invaso da sensazioni che mi avrebbero poi portato a un pensiero sulla mia fotografia. Il mio approccio non poteva predominare sugli oggetti, sulle persone e sui luoghi con cui avevo a che fare, ma poteva soltanto prenderne atto. È stato un volermi assoggettare a un qualcosa più grande di me, in questo caso il mio paese. Per me è stato anche semplice e naturale entrare in quell’atmosfera. Ho cercato di parlare di un malessere che non ha solo a che fare con l’aspetto sociale di cui tutti siamo a conoscenza, ma anche con quello sentimentale. Ho sentito quella sensazione di smarrimento e di impotenza che condiziona tutti noi; ma questo è evidente nel periodo storico attuale nel quale noi tutti comunque subiamo gli eventi.

Secondo te esistono delle vere e proprie regole tecniche per raccontare “se stessi” attraverso il dispositivo fotografico? Pensi che questo aspetto riguardi l’idea di tecnicismo o invece è qualcosa che concerne una modalità espressiva maturata nel tempo all’interno di un proprio percorso personale?

Quando si affrontano determinati temi che hanno a che fare con una sfera più personale, spesso si tende ad utilizzare schemi già preesistenti. Io credo che quando ci si mette in gioco in quel modo si debba correre il rischio di sorprendersi rispetto a quello che si produce e pensare che si possa produrre anche qualcosa senza ottenere risultati soddisfacenti. In un secondo momento si può anche correre il rischio di fare qualcosa di già visto. Rischi però che bisogna correre senza pensarli come punti di partenza. Penso che il fotografare non abbia molto a che fare con il concetto di sfida. Alcuni apprezzano i lavori che hanno sfidato qualcosa, che sono andati oltre. Forse, però, così rischiamo di trasformare la fotografia in un atteggiamento muscolare che non ha nulla a che fare con il piacere di fare fotografia.

© CultFrame – Punto di Svista 12/2013


BREVE BIO

Maurizio Cogliandro nasce a Bracciano (Roma) nel 1979. Studia fotografia presso il Leeds College of Art & Design di Leeds e presso la Scuola Romana di Fotografia di Roma. Riceve diversi riconoscimenti nazionali ed internazionali tra cui “Premio Canon Giovani Fotografi” (2005), il “Premio Pesaresi” (2006) e il “Premio Attenzione Talento Fotografico Fnac” (2009). Nel 2010 pubblica il libro monografico “Lidia, il cielo cade” (Postcart Edizioni), un diario intimo e privato sugli ultimi anni di vita della madre. Dal 2010 entra a far parte dell’agenzia Contrasto. Vive e lavora a Roma.

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