Gravity. Mostra di Trisha Baga

Immagini, parole, suoni, oggetti, pensieri, passato, privato, immaginario, realtà. L’elenco – come in un testo di Borges – potrebbe continuare ancora a lungo rimanendo il modo più immediato di entrare nel lavoro di Trisha Baga Gravity, titolo attinto dalla recente pellicola in 3D di Alfonso Cuarón, esposto da Peep-Hole a Milano.
Ad un primo approccio Gravity appare come il ricordo dell’indolente mondo di Blade Runner, con i suoi replicanti pieni di memorie. Questo dà la misura di quanto articolato sia l’universo dal quale la giovane artista statunitense (Venice, Florida, 1985) sembra attingere: letterario, cinematografico, televisivo, musicale. Molteplici sono gli spunti e l’autrice fonde i diversi piani espressivi tutti assieme senza però perdere la specificità di ciascuno di essi. Il mezzo privilegiato per restituire la sua personale visione del contemporaneo è il video tridimensionale, realizzato in una forma artigianale, da cinema casalingo che si guarda nel soggiorno della propria casa con gli amici e al quale Trisha Baga abbina un impianto scenografico che a volte sembra riprendere alcuni degli oggetti presenti nel video stesso. Così il mondo appare ‘dentro’ e ‘fuori’: dentro il video e fuori da esso e si fatica a capire il salto tra il reale e l’immaginario che si svolge sullo schermo in quanto essi sono identici pur provenendo da mondi differenti. L’immaginazione supera il confine del reale e, viceversa, il reale irrompe sulla scena dell’immaginazione. Dove si colloca allora lo spettatore? Egli osserva ma al contempo ne fa parte, e in questo la tecnica 3D aiuta, non distinguendo più la propria reale identità.

C’era una volta l’uomo che osservava. Esso stava al di qua della barriera virtuale e poteva ancora sognare di entrare in altri mondi, poteva ancora immaginare un altrove un giorno forse raggiungibile. Attraverso il percorso che l’autrice ci propone, di video in video, vediamo l‘avanzare della trasformazione dell’osservazione in azione. I video paiono essere coordinati tra loro e l’esercizio al quale veniamo sottoposti sembra essere quello di cercare di raccordare i pezzi, di scoprire la composizione del puzzle tranne verificare, alla fine, che ogni pezzo può essere spostato: la trama si muove adattandosi alla storia di ciascuno.

Gli oggetti/scultura sparsi lungo il percorso paiono assomigliare ai resti di una installazione che comincia fuori dal video per finire al suo interno. Come relitti abbandonati nello spazio, ormai inutilizzabili, sono anch’essi traghettati in quell’altrove tridimensionale, livelli sovrapposti di una coscienza che partendo da ciò che è più immediatamente visibile arriva fino alle profonde viscere del cervello, fino a perdersi e non riconoscersi più. Eppure questo vortice passa attraverso una filtratura costante che conduce lo spettatore difronte all’ultimo grande schermo dal quale emana il sonoro – Other Gravity, unico video a possederlo, ci mostra l’altra gravità, quella nuova – che detta il passo finale: l’annullamento di tutti i linguaggi utilizzati dall’artista in un unico linguaggio altro: immaginario mediatico popolare che dialoga con il mondo personale. Tutto appare precario e transitorio. Gli oggetti, in parte trovati e in parte ricostruiti, formano i due poli all’interno dei quali il corpo si muove, attraversando il reale per finire nell’astratto. Avviene come una sorta di smaterializzazione del corpo, la materia che si fa rappresentazione e, rappresentazione dopo rappresentazione, lo spettatore finisce per trovarsi nel mezzo del cumulo di materia: un amalgama denso di possibilità tenute incollate tra loro dalla gravità. Al suo interno possiamo riconoscere distintamente ogni parte di quell’esperienza che abbiamo consegnato al fluire della vita: parti intime o estremamente effimere con il medesimo peso specifico, la medesima gravità, appunto.
In questo cumulo possiamo ritrovare figure iconiche dell’arte come Pablo Picasso, della musica come David Bowie, della fiction televisiva come la serie americana Sex and the City cucite assieme ai rumori del quotidiano vivere di Trisha nel suo studio, alle figure più consuete della sua vita personale, come gli amici. Tutto mescolato per poi essere ricollocato in complesse installazioni in cui ogni elemento torna a  interagire in una nuova incredibile relazione.

Nel video finale – Other Gravity – un’auto percorre una lunga strada a velocità sostenuta, proiettandoci nel profondo della mente. Altri segni si sovrappongono ed è la ribellione della mente, fino a quando l’immagine non s’acquieta mostrandoci un cane che osserva il mistero del bosco davanti a sé. Emergono così le tracce di una consapevolezza del sé che si combina perfettamente con tutti gli altri elementi permettendo il raggiungimento di una sfaccettata armonia.

Trisha Baga ci consegna contenitore e contenuto così come è stato ri-composto nello spazio che è uno spazio fuori di noi e all’interno di noi. E ci accorgiamo di essere noi stessi il contenitore così come siamo anche il contenuto. E ci accorgiamo che lo spazio al di fuori di noi è anch’esso il contenitore come pure il contenuto: senza soluzione di continuità.

© CultFrame 11/2013

 

IMMAGINI
© Trisha Baga, courtesy galleria Peep Hole

INFORMAZIONI
Trisha Baga: Gravity
Dal 26 settembre al 16 novembre 2013
Galleria Peep Hole, via Stilicone 10, Milano / Tel. 02.87067410; 3450774884 / info@peep-hole.org Orari: mercoledì – sabato 14.30 – 19.00 o su appuntamento / ingresso libero

LINK
Il sito di Trisha Baga

Galleria Peep Hole, Milano