Non oltre l’immagine

Da Icnologia. Installazione di Pietro D’Agostino e Giulio Marzaioli. © Gli autori
Da Icnologia. Installazione di Pietro D’Agostino e Giulio Marzaioli. © Gli autori

Lo stimolo a scrivere ancora di fotografia, come nel mio precedente articolo (Immagini che dialogano con la scrittura), nasce da una recente occasione di “esposizione” in dialogo, un percorso di confronto durato all’incirca due anni. Scrivo “percorso”, e non opera, dal momento che proprio la sintesi delle riflessioni condivise si è esplicitata nell’exemplum portato all’attenzione del pubblico.
Sia inteso, nel linguaggio artistico non si può prescindere da una scelta formale. Tuttavia, in questo caso, lo strumentario concettuale di avvicinamento all’opera era fortemente rappresentato nell’opera stessa, nello specifico in Icnologia.

Astraendo dall’esperienza, da quell’esperienza filtrano alcune considerazioni da giocare sul tavolo delle approssimazioni. In primo luogo quella che qualcuno ha definito la “non innocenza del supporto”. Nel fare arte, si deve considerare che tutto ciò che si aziona comporta una responsabilità. E ciò vale anche in riferimento al gesto iniziale, alla delimitazione del campo precedente l’azione.
Ancora, la possibilità di condividere una medesima sintassi, sia pure nell’utilizzo di linguaggi diversi. L’inter-azione tra immagine e scrittura – e vado terminologicamente a contraddire quanto sopra scritto – non deve essere necessariamente considerata nell’ambito di un dialogo o di una sintesi, ma anche nel segno di un rapporto di identificazione e immedesimazione nel momento in cui si crea una condivisione di superfici (la stessa lastra, lo stesso pannello etc.).
Infine, la proiezione del gesto iniziale sul visitatore/lettore. Come noto, non si realizza, non si dovrebbe realizzare, un’opera per un pubblico; tuttavia si può lasciare “aperta” l’opera all’ulteriore azione di chi ne usufruisce, offrendo (esponendo) e quindi oggettivando anche (in parte) il processo che ha condotto alla realizzazione dell’opera.

Dalle precedenti riflessioni si spiega, forse, la scelta del titolo di questo intervento. L’immagine (sia essa fotografia o parola scritta) non cela niente dietro la propria superficie. Tutto si compie in essa, ma la superficie non deve considerarsi un piano delimitato e riflettente, bensì un campo in cui forze diverse possono entrare in relazione. Una superficie-documento in cui vengono registrate le modalità di rapporto tra intenzione e oggetto.

Torniamo alla responsabilità dell’autore rispetto alla “superficie” dell’opera. Responsabilità che – a meglio intendere – risale al momento precedente l’adozione del supporto e soprattutto si estende alle modalità di adozione e al fine (o meglio la funzione) per cui questo viene adottato. Può quindi essere frequentato il percorso precedente l’opera, ma oltre l’opera non ci sarà alcuna destinazione conoscitiva, se non volendo ammettere dimensioni parallele in assenza di referenti; se non volendo ripiegare, in definitiva, all’interno di derive simboliste.
Intenzione-modalità-scelta iniziale rispetto al supporto (e al procedimento creativo, alla tecnica etc.) nonché funzione-funzionamento-funzionalità dell’opera sono due cluster tra i quali si dovrebbe estendere, a mio parere, ogni ragionamento critico.

© CultFrame – Punto di Svista 11/2013