Identità e vita spirituale. Intervista ad Alfredo D’Amato

Mozambique, Maputo Adherents from a Zion church pray on a beach during a purification ceremony. © Alfredo D'Amato / Panos Pictures.
Mozambique, Maputo Adherents from a Zion church pray on a beach during a purification ceremony. © Alfredo D’Amato / Panos Pictures.

Alfredo D’Amato lavora tra l’Italia e l’estero. È particolarmente attento a temi di importanza storica e culturale che riguardano, in special modo, alcuni dei paesi che frequenta nei suoi viaggi. D’Amato riflette sull’identità e sulle questioni religiose che riguardano i popoli con i quali interagisce; nei suoi viaggi entra in una sorta di relazione emotiva con il luogo e con le persone che incontra.


Hai studiato in una scuola di fotografia in Inghilterra, e precisamente hai diretto i tuoi studi nei riguardi della fotografia documentaria. Ci puoi dire quanto i tuoi studi hanno contribuito allo sviluppo del tuo percorso fotografico?

Ho iniziato da autodidatta, ma dopo un po’ di anni ho deciso di cominciare un percorso formativo. La scuola in Inghilterra mi fu consigliata da un amico che l’aveva frequentata prima di me. Quando entrai nella scuola mi accorsi che rispetto agli altri studenti ero più avanti, avevo già una certa consapevolezza su ciò che osservavo e fotografavo; questo perché prima di iniziare il corso ero entrato in contatto con alcuni fotografi e avevo frequentato alcuni workshop che mi avevano introdotto a ciò che poi sarebbe diventato il mio lavoro. Dopo pochi mesi però mi accorsi che anche gli altri studenti crescevano e si formavano raggiungendo a mio parere ottimi risultati ed è da quel momento che mi resi conto che quella scuola mi stava dando la possibilità di formarmi professionalmente. Per me è stata importante perché ha nutrito le mie radici. Ho studiato in profondità i concetti della comunicazione e del linguaggio visivo, un percorso definito che mi ha portato a conoscere la fotografia in modo diverso dal solito. È  stata un’esperienza fondamentale per la mia formazione. Lo è stata nonostante alcune cose più o meno fastidiose come le barriere o le direzioni un po’ rigide che potrebbe darti un percorso didattico di quel tipo. In realtà, viene a mancare quell’approccio più genuino, più sincero. La scuola, però, mi ha permesso il confronto, l’interazione, la possibilità di sentire riflessioni sulle mie immagini; tra studenti ci davamo dei consigli, non c’è mai stato un atteggiamento competitivo.
In Italia questo dialogo a me manca, o comunque è mancato, per un certo periodo della mia vita. C’è da dire che vivendo in Sicilia questa mancanza è ancora più marcata, a parte pochissimi momenti in cui con un numero ristretto di amici fotografi riesco a confrontarmi e a dialogare liberamente.

Romania, Winter landscape. © Alfredo D'Amato / Panos Pictures
Romania, Winter landscape. © Alfredo D’Amato / Panos Pictures

Cos’è per te la fotografia documentaria e secondo te esiste una sostanziale differenza tra un approccio documentario e un approccio legato al reportage?

Direi che più che parlare di differenze di approcci partirei da un discorso linguistico o meglio dal modo in cui racconti una storia. Se da una parte il documentarista si concentra più sul racconto di una realtà, cosi come gli appare, forse chi fa reportage interviene di più nell’elaborazione, nella sequenza, tenta di costruire qualcosa di più personale. Però devo dire che di questo aspetto non mi sono quasi mai preoccupato. Parto dal fatto che noi siamo dei filtri, nel senso che quando inizi a raccontare qualcosa ciò che tu sei viene fuori dalle immagini. Prima di lavorare penso molto, in base al tipo di discorso che intendo fare mi preoccupo più sulla scelta del tipo di supporto da utilizzare piuttosto che della “forma” reportagistica/ documentaristica, con la quale presentare il mio lavoro.

Nel tuo modo di rapportarti al mondo si nota un approccio “etico” verso le storie che racconti e verso le persone che fotografi. Cos’è per te la dimensione etica nel tuo lavoro? Per esempio in Life on the periphery c’è una delicatezza nel tuo sguardo che tende a non spettacolarizzare. Come sei arrivato a questo?

Ci sono dei punti fermi che devi rispettare se stai lavorando su una storia fotografica di un certo tipo; ci sono delle regole che sono personali e che ognuno di noi dovrebbe avere quando si trova di fronte a certe situazioni. Nel lavoro in Romania, Life on the periphery, penso di aver rispettato le famiglie che incontravo, e per me è stato un fatto del tutto naturale. Ero all’inizio e avevo necessità di esprimermi. Non pianificai nulla. Ero lì per un altro progetto e mi trovai in quella realtà quasi per caso. Posso dire che fu un lavoro emozionale, di sentimento e di cuore. Semplificherei la cosa, per me la dimensione etica ha che fare con il rispetto verso i soggetti con i quali ti capita di interagire.

Angola, Four scantily dressed women watch on during the production of a Kuduru/Kuduro music video being shot at a private villa on the outskirts of Luanda that is worth in the region of USD 6,000,000. © Alfredo D'Amato / Panos Pictures
Angola, Four scantily dressed women watch on during the production of a Kuduru/Kuduro music video being shot at a private villa on the outskirts of Luanda that is worth in the region of USD 6,000,000. © Alfredo D’Amato / Panos Pictures

Lavori molto all’estero. Come cerchi le tue storie? Che tipo di ricerca fai prima di iniziare? Parlaci, ad esempio, del progetto sulle ex colonie portoghesi.

Parto da un’idea molto ampia come quella riguardante le ex colonie portoghesi; ciò che faccio poi è quello di restringere il cerchio più possibile per non essere troppo generico. Stavo lavorando per l’Unicef in Mozambico. Dopo un po’ di tempo ho iniziato a interessarmi a una ricerca storica e antropologica. Ci sono ritornato più volte e ho iniziato a interessarmi alle colonizzazioni portoghesi. Si vedevano e si sentivano le radici africane e soprattutto quella cultura europea che era stata importata dagli stessi portoghesi.
Io penso che molto del lavoro prenda vita prima di intraprendere il viaggio, ma molto altro lo comprendi e lo conosci in maniera approfondita solo mentre sei li e giorno dopo giorno individui le storie da raccontare.
Il progetto nasce per narrare qualcosa di positivo rispetto a un luogo di cui spesso si raccontano solo tragedie. Insieme a una giornalista abbiamo iniziato uno studio e un’analisi sulle zone da attraversare da diversi punti di vista; quindi non abbiamo solo effettuato una ricerca storica ma abbiamo anche preso in considerazione ciò che sono oggi quei paesi. L’economia è cambiata, sono paesi che negli ultimi anni sono cresciuti molto. In queste storie, più o meno positive, traspare molto di quell’aspetto storico culturale che caratterizza quel paese. In un certo senso ho cercato di lavorare sull’emersione di quell’identità che per anni è stata modificata dal paese colonizzatore.

Angola, Luanda,  Teenage girls drink wine on the beach at Ilha de Luanda as they celebrate a friend's birthday. © Alfredo D'Amato / Panos Pictures
Angola, Luanda, Teenage girls drink wine on the beach at Ilha de Luanda as they celebrate a friend’s birthday. © Alfredo D’Amato / Panos Pictures

Che tipo di rapporto hai con il luogo che attraversi? lo vivi come “straniero” o ti senti parte di quel luogo?

Ho sempre fatto attenzione a questo, perché se ti fondi troppo con il posto perdi quella lucidità che ti permette di guardare in modo sincero e aperto. Io mi affeziono molto ai luoghi; apprendo la lingua; ho voglia di comunicare e lo faccio con piacere. Sono però consapevole che dopo un po’ salgo su un aereo e vado via. Secondo me sei sempre parte di un altro posto, puoi solo viverlo meglio o peggio e questo però può dipendere da molti fattori.

Secondo te esistono dei limiti espressivi entro i quali un fotogiornalista e/o documentarista si deve muovere per questioni editoriali e quindi commerciali?

Per me quando si lavora per un magazine si diventa un sarto, cioè si ritaglia un abito su misura per quel tipo di magazine. Il primo limite è il tempo che non ti permette di lavorare con i tuoi ritmi, per cui ciò porta a limitare la qualità espressiva. Poi, ci sono quei limiti che si riferiscono al tipo d’immagine che si adatta a una tipologia di magazine piuttosto che a un’altra. Quindi, i limiti esistono se si è già stabilito come far circolare un lavoro o a chi farlo vedere, o se lavori su commissione. Non esistono, invece, quando un progetto parte da altri stimoli, molto personali.

Brazil, Cachoeira, Salvador da Bahia  105 year old Mai Filinha, the Perpetual Judge (eldest member) of the Irmandade da Boa Morte (Sisterhood of the Good Death). © Alfredo D'Amato / Panos Pictures
Brazil, Cachoeira, Salvador da Bahia 105 year old Mai Filinha, the Perpetual Judge (eldest member) of the Irmandade da Boa Morte (Sisterhood of the Good Death). © Alfredo D’Amato / Panos Pictures

Uno dei tuoi ultimi lavori è in Africa e precisamente in Mozambico. C’è il tema della religione come anche in Sisters of the Good Death, ma noto anche la presenza in molte tue fotografie di simboli religiosi. Cosa ti porta a inserirli nelle tue immagini?

La questione religiosa è da un po’ di tempo che mi interessa. Sono immagini che faranno parte di un progetto più ampio che prima o poi metterò insieme. Io vengo da un passato curioso dal punto di vista religioso. Vengo da una famiglia cattolica, ma nei miei viaggi ho conosciuto molte religioni ed è proprio per questo motivo che ho maturato un interesse per l’esperienza umana dentro la dimensione religiosa. La religione è parte della mia ricerca e della mia vita, posso dire che sono stato buddista, mussulmano, ho avuto esperienze religiose in Brasile e in Africa. La mia curiosità per la spiritualità, le ritualità, le feste religiose, il credere e il non credere, il modo in cui la gente si rapporta con la religione mi fa osservare il mondo e l’essere umano come parte della mia vita e non con distacco. Ho sempre vissuto quei momenti come esperienze personali.

Ritorni mai nei posti  dove sei già stato?

Vivo una dimensione nostalgica con alcuni luoghi. A volte torno avendo nella mente le situazioni che ho vissuto nel viaggio precedente. Mi piace soffermarmi nei posti dove sono stato, sedermi nei luoghi che ho fotografato. Lo faccio in poche occasioni solo quando instauro un legame affettivo con il luogo che ho attraversato.

© CultFrame – Punto di Svista 10/2013

 

Alfredo D’Amato (Italia, 1977) ha studiato alla London College of Communications (LCC), per poi laurearsi a Newport presso la University of Wales, dove ha studiato Documentary Photography. D’Amato ha lavorato principalmente su reportage a lungo termine: prima in Europa centrale e in vari paesi dell’Europa dell’Est, poi in Africa e Sud America concentrandosi soprattutto sui paesi lusofoni. Ha collaborato con diverse organizzazioni non governative e il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato sulle maggiori riviste internazionali. Nel 2004 è stato insignito del prestigioso premio Observer Hodge a Londra. Ha ricevuto il primo premio One Media Award per la sezione fotogiornalismo così come il premio UNICEF photo of the year. Nel 2005 viene selezionato dal World Press Photo per partecipare al Joop Swart Masterclass ad Amsterdam. Nel corso dello stesso anno gli è stata assegnata la borsa di studio Marco Pesaresi in Italia.  Nel 2010, la sua prima monografia Cocalari è stata pubblicata da Edizioni Postcart. Attualmente, lavora a un progetto sulle ex colonie portoghesi nel mondo. Parte del lavoro di D’Amato è stato acquisito, nel 2009, dal Museo George Heastman House di Rochester (USA).