Dalla documentazione del territorio al tema dell’identità. Intervista ad Alvaro Deprit

© Alvaro Deprit. Giavid, un ragazzo afghano, nella sua stanza della comunità. Da Suspension
© Alvaro Deprit. Giavid, un ragazzo afghano, nella sua stanza della comunità. Da Suspension

Alvaro Deprit è un fotogiornalista che sceglie di raccontare storie non in base ad un tema specifico; non cerca l’impatto mediatico, preferisce entrare in relazione con ciò che tutti i giorni accade intorno a lui. La curiosità e l’attitudine verso la conoscenza e l’approfondimento di certe questioni sociali gli permettono di osservare e comprendere con una certa attenzione le persone e i luoghi che attraversa in maniera più profonda senza dover sempre ricorrere alle solite schematizzazioni che un certo tipo di fotografia impone.

Nel tuo lavoro mi sembra di riconoscere due passaggi: uno iniziale dove hai un rapporto più classico con la ricerca fotogiornalistica e un secondo dove ti dedichi a progetti con temi più ampi e a lungo termine. Consideri quella classica una ricerca che appartiene al passato o riesci a lavorare in entrambi gli ambiti?

Penso che partire dal fotogiornalismo nel senso più classico, per una persona che si avvicina a un certo tipo di fotografia, sia l’inizio di un percorso formativo. In primo luogo, ti aiuta a conoscere in maniera più approfondita “l’altro” che vive vicino a te e nel tuo mondo. In seguito, attraverso le storie che riesci a raccogliere nel tempo, è possibile avere un’idea più chiara e personale delle cose che ti circondano. Oltre alla conoscenza e al rapporto con l’altro hai anche la possibilità di conoscere meglio te stesso, i tuoi limiti, le tue insicurezze e, soprattutto, di trovare un tuo sguardo e una tua visione personale. Il tutto per dare senso al tuo pensiero sui temi e sulle storie che scegli di raccontare.
Il reportage ha una conformazione determinata, schematizzata. Sai che devi scattare certe immagini, sai di cosa hai bisogno per avere un lavoro con una storia che abbia un senso compiuto. Il reportage ha delle caratteristiche molto forti e impostate su una sequenza di immagini che dal punto di vista editoriale devono raccontare qualcosa di estremamente attuale o far emergere un grande problema sociale. Esiste, quindi, una sorta di scaletta: visiva, ritratti, situazioni, paesaggi, dettagli. Ed è questo che intendo per determinato. Non sei libero di dare una tua interpretazione delle cose, sei quasi costretto a seguire quella scaletta dove tutto è “stabilito”.
Durante il percorso formativo, l’esperienza del reportage porta a porsi delle domande. Con il tempo capisci che non è l’unico modo per esprimersi e senti l’esigenza di trovare forme di espressione più personali per raccontare il tuo mondo e non quello “stabilito”. Però, credo che per quanto mi riguarda il fotogiornalismo più descrittivo e più schematico non sia un qualcosa che appartenga al passato. Considero quel tipo di approccio come una fase iniziale del mio lavoro ma è anche vero che chi decide di rimanere in questo ambito, oggi, deve adeguarsi e quindi essere capace di portare avanti la propria personale ricerca nella massima libertà  pur attenendosi a certe regole.

© Alvaro Deprit. Un ragazzo della comunità, in una piscina pubblica del Centro Italia. Da Suspension
© Alvaro Deprit. Un ragazzo della comunità, in una piscina pubblica del Centro Italia. Da Suspension

Parliamo dei campi di indagine ai quali fai riferimento. Da una parte documenti un territorio, un luogo, cercando di raccontarne la storia e le vicende che lo hanno attraversato soffermandoti sul paesaggio e su poche figure umane, dall’altra sembri prediligere il tema dell’immigrazione e dell’identità raccogliendo piccole storie che però hanno anche un valore più ampio. Come ti muovi tra questi due campi d’indagine?

Parto dal fatto che sono una persona molto curiosa. Ho l’esigenza di conoscere e fare esperienze di vario tipo che possono riguardare non solamente la fotografia. Questo mi porta a essere interessato a varie forme di linguaggio e di tematiche. Sono interessato alla sperimentazione e mi piace lasciarmi andare dal punto di vista emotivo; non posso dire di avere uno schema o una storia già progettata. Incontro una vicenda e cerco di lasciarmi andare; questo mi fa sentire più flessibile nel senso che non ho un tema principale e non seguo una tipologia di stile come per esempio l’immigrazione, gli adolescenti, il paesaggio…
Secondo me più flessibilità linguistica c’è, più strade ci sono da prendere, più interessi hai più scoperte puoi fare. Il linguaggio, lo sguardo, non possono andare in un’unica direzione. Questo può limitare la tua visione del mondo rendendoti sempre meno libero. Ciò, comunque, non significa che prima di intraprendere un lavoro non mi documenti in maniera approfondita sul luogo, le storie e i personaggi.

Per concludere, ti rispondo che io non ho preferenze né una linea stabilita e questo si allaccia al discorso sulla curiosità. Posso essere interessato a moltissime cose. Ultimamente non cerco più nulla di preciso, non esiste una fisionomia, una forma rigida del mio lavoro. Mi piace lasciarmi guidare dai luoghi, dalle persone e dalle storie che incontro e attraverso le quali io stesso vado incontro al cambiamento.

Alvaro DepritSei nato in Spagna e poi ti sei trasferito in Italia. Cosa hai pensato prima di trasferirti qui rispetto a ciò che l’Italia poteva offrirti dal punto di vista lavorativo e di crescita nell’ambito fotografico?

Se facciamo un confronto posso solo dire che in Spagna la fotografia ha ancora poco spazio dal punto di vista editoriale, per cui ci sono pochissime possibilità rispetto all’Italia. Per me l’Italia rappresenta un’altra cultura. Ha una forma nettamente diversa da quella spagnola. Mi sono trasferito qui per diverse ragioni e credo che sia stato ed è fondamentale per me l’arricchimento attraverso la conoscenza di una cultura diversa che riesce a mescolarsi sempre con la mia. Una fusione, questa, che ritrovo molto nelle mie immagini.

Da fotografo hai lavorato con riviste in Italia e all’estero. Secondo te come viene considerata la fotografia nella stampa italiana e straniera? Ci sono sostanziali differenze?

Sostanzialmente siamo sullo stesso piano, le riviste di tutto il mondo vogliono le stesse cose; in poche parole gira la stessa fotografia. Posso dire che quello che cambia è la cura nel rapporto con il fotografo. C’è un po’ più di attenzione ai diversi punti di vista, si cerca di più l’immagine e si dà molta più importanza alla visione personale. Ma la cosa fondamentale è che nella maggior parte dei casi si entra fin da subito in un rapporto di lavoro chiaro e professionale.

È interessante il fatto che in questo momento viaggi tra l’Italia e la Spagna, due luoghi che appartengono comunque alla tua storia personale. Trovi delle connessioni tra ciò che fai in Spagna e quello che invece fai qui in Italia?

No, non trovo connessioni perché in Spagna sto portando avanti un progetto personale, un lavoro sicuramente più complesso e non riesco a pensare a connessioni con ciò che sto vivendo in Italia. Certamente, entrambi i luoghi fanno parte della mia storia ma per adesso questa fusione/connessione non è avvenuta, separo i due paesi e le due esperienze e questo forse serve a me per entrare meglio in relazione con i miei soggetti quando lavoro nell’uno o nell’altro territorio.

© Alvaro Deprit. Alem, un ragazzo della casa famiglia, sopra il tetto della casa. Da Suspension
© Alvaro Deprit. Alem, un ragazzo della casa famiglia, sopra il tetto della casa. Da Suspension

Parliamo di Suspension, un lavoro che ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale, un progetto che nasce proprio nel luogo dove vivi adesso, in Abbruzzo. Spesso da fotogiornalisti/documentaristi si è portati a uscire fuori dal paese nel quale si vive per raccontare altre storie, lontane da noi. Suspension è un lavoro che nasce in un piccolo capoluogo della provincia Italiana, perché hai scelto di lavorare lì?

Viaggiare è sempre una scoperta. Si è più reattivi verso quello che ci circonda, non per il luogo in sé o le storie, ma per il modo di porsi davanti alle cose. Per esempio, quando sei nel tuo paese e sei con tutta la famiglia a casa all’ora di pranzo assumi un certo atteggiamento e un ruolo già definito, uno schema comportamentale che si attiva in maniera naturale. Quando sei nel tuo paese, quindi ti comporti come quando sei a casa perché sei meno libero e hai un ruolo ben definito. All’estero non è cosi e non solo perché c’è un’attrazione visiva e la curiosità di scoprire cose a te sconosciute, ma è soprattutto perché sei fuori da quei ruoli e sei più libero anche nell’interpretare le cose che ti capita di incontrare. Penso che riuscire a rompere questi schemi comporti uno sforzo maggiore e tante volte questo sforzo può fare la differenza. Sicuramente può aiutare ad avere più spazi di libertà espressiva.

Suspension è stato un lavoro molto difficile. Io avevo intuito che c’era qualcosa da raccontare di molto più profondo rispetto alla semplice descrizione della vita quotidiana dei protagonisti della storia. Poi mi sono lasciato andare e ho capito qual era la chiave di lettura delle loro vicende personali. Ma c’è voluto molto tempo per capirlo. È un lavoro realizzato all’interno di quattro mura. Questo da una parte lo rendeva fotograficamente claustrofobico, ma nel tempo ho capito che quelle quattro mura erano una sorta di città con tanti elementi al suo interno. Ho conosciuto questa storia in Abruzzo e se fosse capitata altrove sarei andato a documentarla comunque. Sicuramente questa vicinanza mi ha agevolato, ho avuto più contatto con le persone e nello stesso tempo mi ha aiutato a capire bene il contesto nel quale ero entrato. Devo aggiungere che personalmente non mi sento a casa né in Spagna e neanche in Italia. Penso che in questo momento sono più portato a seguire un percorso diverso meno schematizzato, più libero da certi ruoli che sono parte della nostra vita e dai quali spesso non riusciamo a liberarci.

Alvaro Deprit      Alvaro Deprit      Alvaro Deprit      Alvaro Deprit

© Alvaro Deprit. Da Al-andalus

Per rimanere nel discorso sulla libertà, parlerei di Al-Andalus, un lavoro che stai portando avanti da circa un anno. Si nota da queste immagini un rapporto più intimo con ciò che stai fotografando, sembri quasi uscire dalla modalità classica di raccontare le storie con immagini in sequenza.  L’immagine sembra contenere una storia a sé. Puoi raccontarci come nasce e che tipo di sviluppi avrà?

Al-Andalus è un lavoro molto complesso ma anche il più intimo di tutte le storie che ho affrontato finora. Diciamo che segna un passaggio. Ho capito che c’era qualcosa di molto personale in quella parte della Spagna. Tutto è uscito dopo un paio di anni, rivedendo quello che avevo già fatto, e ho cominciato a capire cosa stavo fotografando. Parla della distanza, ma è una distanza metaforica. Allo stesso tempo parla anche di una regione e della sua cultura  in questo momento storico. Inoltre, parla di me e della mia famiglia. Tutto è iniziato da un’esigenza ma anche per fascinazione. Mi interessava vivere il luogo da dove proviene tutta la mia famiglia, conoscerlo, guardarlo in maniera profonda e soffermarmici.

Si, il fatto di non seguire un “racconto” in maniera cronologica è una cosa che in questo lavoro avviene in modo naturale e questo dipende anche dal tipo di approccio che ho verso questa zona che rappresenta una parte della mia storia e che in un certo senso vorrei conoscere di più.  Tutto parte dalla mia famiglia: i miei genitori negli ultimi anni si sono trasferiti in Andalusia e tutta la casa di Madrid si è spostata quasi fisicamente nel sud della Spagna ed è la stessa casa di Madrid nella quale sono nato e cresciuto, perfettamente uguale anche nella disposizione dei mobili e degli oggetti. Questo lavoro parla anche di questo spostamento: quando sono arrivato lì per la prima volta mi sono ritrovato nella mia casa di sempre ma fuori. Il paesaggio, le persone, le abitudini, la luce, tutto era cambiato. Fuori c’era una regione che non riuscivo ancora a comprendere anche se aveva a che fare con le origini della mia famiglia. Ho provato quindi a capire e ho cercato di farmi delle domande. È chiaro che questo discorso è difficile articolarlo fotograficamente. Il “racconto” non c’è, ci sono dei pezzi di realtà che trovo e metto assieme cercando di comporre un mosaico di sensazioni personali legate al mio vissuto.

© CultFrame – Punto di Svista 06/2013

Alvaro Deprit è un fotografo documentarista, risiede in Italia dal 2004 e vive tra Roma ed Istanbul. Autodidatta, ha studiato filologia tedesca in Germania e Sociologia in Italia. E’ interessato particolarmente alla cultura turca e la sua modernizzazione e all’immigrazione in Europa, esplorando le sue diverse forme di adattamento. Attualmente lavora nel sud della Spagna per un progetto dal titolo Al-Andalus, un lavoro d’indagine personale e analisi del territorio. Alvaro ha esposto il suo lavoro a Roma, Barcellona, Londra, Madrid e New York e pubblicato su riviste italiane e internazionale. Nel 2012 con il lavoro “Suspension” ha vinto “Premio PHotoEspaña OjodePez de Valores Humanos”, “International Photography Award PJB? e il “Viewbook Photostory Contest”. E’ rapressentato dall’agenzia OnOff Picture.

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