Luoghi vuoti e spazi indistinti. Intervista a Francesco Millefiori

© Francesco Millefiori. Costruzioni distrutte dal terremoto del Belice. Santa Maria del Belice (AG), Agosto 2012
© Francesco Millefiori. Costruzioni distrutte dal terremoto del Belice. Santa Maria del Belice (AG), Agosto 2012

Francesco Millefiori è un autore fortemente collegato alla Sicilia e al suo paesaggio. Luoghi vuoti e ambienti naturalistici, segni della presenza umana e spazi indistinti divengono specchio di una terra, quella siciliana, ricca di bellezza, contraddizioni e ambiguità.

Abbiamo rivolto a Francesco Millefiori alcune domande riguardanti il suo rapporto con la fotografia e  con i luoghi in cui opera.


Dai tuoi recenti lavori si percepisce che il tuo approccio all’immagine ha a che fare con un percorso di analisi e di indagine sul territorio. In realtà la maggior parte dei tuoi lavori sembrano nascere nel luogo dove sei nato: la Sicilia. Perché questa scelta?

Lavoro prevalentemente in Sicilia perché per me è importante relazionarmi col mondo che vivo tutti i giorni piuttosto che con realtà lontane da me. Ma probabilmente è anche un mio limite. Non voglio aprire polemiche in merito. Diciamo che parto da un’esigenza. Sono nato e cresciuto qui ed è qui che ho imparato a parlare. Il linguaggio forma il sistema concettuale. Semplicemente per questo motivo si riesce a cogliere determinate sfumature che non si potrebbero percepire in un altro luogo. Nelle mie immagini queste cose sono assolutamente determinanti; sono immagini ricche di elementi, tutti importanti ma spesso tutti sfuggenti; a volte persino il soggetto è sfumato o poco manifesto.
Sono stato anche un po’ fortunato: sono nato in Sicilia e non da un’altra parte. La Sicilia è “due volte Italia, per le sue forti deviazioni del bene e del male”. Le mie immagini sono molto caratterizzate dal territorio, infatti se si pensa al concetto di ‘isola’ non si può non pensare alla Sicilia, ma non credo però che risentano di una visione eccessivamente particolaristica; hanno sempre qualcosa di universale. Sono immagini della Sicilia ma possono parlare di tutt’altro, a un livello più astratto.

© Francesco Millefiori. 7 Megalite. Riserva naturale di Argimusco. Montalbano (ME), Agosto 2012
© Francesco Millefiori. 7 Megalite. Riserva naturale di Argimusco. Montalbano (ME), Agosto 2012

Cosa sta alla base della tua ricerca? Prediligi più l’aspetto “documentativo” o quello finalizzato alla denuncia sociale? Dalle tue immagini, a volte, traspare anche un certo tipo di denuncia/inchiesta che ha a che fare con lo sfruttamento del territorio. Parti sempre da questo tema? E poi: Il tuo sguardo sembra rivolto intenzionalmente al paesaggio, escludendo a volte la figura umana. Ritieni che questo sia un aspetto del tuo linguaggio?

Sicuramente prediligo l’aspetto documentativo, nel senso che se per assurdo dovessi consegnare le immagini a qualcuno le darei a un notaio e non a un magistrato. Sono molto interessato all’antropizzazione del paesaggio e antropizzazione del paesaggio spesso significa sfruttamento del territorio, in Sicilia praticamente sempre; da qui l’ambiguità di fondo nelle mie immagini. Documentare per me equivale il più delle volte a denunciare;  La documentazione e la denuncia sociale sono due cose che vanno insieme.
Mi ripeto dicendo che sono molto interessato all’aspetto culturale del paesaggio, al paesaggio culturale del genere umano. Il paesaggio è il nostro ambiente. Tutto quello che produciamo, che sia un banale oggetto o una trasformazione radicale del nostro ambiente, ha una determinata forma perché ha un determinato scopo; a ogni scopo corrisponde un idea; la forma che imprimiamo nel paesaggio ci racconta delle nostre idee, ma non di quelle retoricamente millantate, bensì di quelle che abbiamo messo in pratica. Potremmo dire quindi che l’estetica non è slegata dall’etica. L’estetica è l’espressione più immediata dell’etica; è la rappresentazione visiva dell’etica. Fotografare il paesaggio nelle sue forme corrisponde sempre a rendere un paesaggio fortemente antropizzato, anche quando non appare la figura umana.  Sono pochissime le mie fotografie in cui in realtà non sia l’uomo il soggetto dell’immagine. In sostanza, il paesaggio ci racconta “chi siamo?.

© Francesco Millefiori.  Il parcheggio di una ditta di soccorso stradale. Noto (SR), Luglio 2011
© Francesco Millefiori. Il parcheggio di una ditta di soccorso stradale. Noto (SR), Luglio 2011

Cosa intendi per paesaggio? Cosa “esprime” il paesaggio davanti a te? Credi che si possa far emergere un problema sociale?

Forse un paesaggio fa emergere non un problema sociale, ma, piuttosto, una “tensione sociale” nel senso etimologico del termine “tendere a …”.

Come ti poni nel momento in cui stai lavorando su commissione sapendo che il tipo di fotografia che la maggioranza dei committenti desidera è molto lontana dal tuo stile?

Mi ricollego a quello che ho detto prima. Il concetto di estetica per me è l’espressione diretta dell’etica.  Proprio per questo motivo “lo stile” può dipendere dalle idee. Quindi, nel momento in cui cambiano i presupposti, cambia tutto. Se un committente mi chiede una certa cosa per un certo scopo, automaticamente per me non è difficile adattarmi: cambiano i presupposti, cambia l’idea che c’è dietro e quindi di conseguenza tutto va di pari passo.

Nei tuoi lavori, mi sembra che ci sia da parte tua un’attenzione particolare nell’evitare di cadere nella classica formula del “racconto” fotografico. Pensi sia qualcosa che è avvenuto in maniera naturale o è una scelta che hai operato intenzionalmente?

© Francesco Millefiori. Argilla. Riserva naturale di Macalube. Aragona (AG), Luglio 2012
© Francesco Millefiori. Argilla. Riserva naturale di Macalube. Aragona (AG), Luglio 2012

Per me ogni immagine non è un tassello di un racconto, più che altro è un appunto su un’agenda. Ritengo che la fotografia più si inoltra in una forma di racconto analitico e particolaristico, più subisce i limiti che le sono propri come mezzo espressivo. Viceversa più rimane in una forma di comunicazione/espressione sintetica e universale, meglio utilizza i propri limiti a suo vantaggio.

Credi che prima di iniziare un progetto sia necessario studiare, documentarsi, rapportarsi alle altre forme di arte visiva?

È importante il confronto con qualsiasi arte e forma espressiva. Non si può dire il contrario, ma è altrettanto importante camminare per strada, prendere l’autobus, comunicare con la gente. Io sinceramente non guardo molta fotografia. Ne guardo poca e in maniera un po’ casuale e saltuaria… ma non per una scelta deliberata. Non mi viene di guardare tanta fotografia, analizzare, approfondire. Preferisco rimanere un passo indietro. In questo modo mi sento un po’ più libero, ma non so se sia veramente cosi. Guardo molto cinema, tutto il cinema da Il gabinetto del dottor Caligari a Vacanze di Natale 2012 perché ritengo che il vero estremismo sia la mediocrità e penso anche che non solo Jodorowsky ma anche i Vanzina ci possano dire qualcosa se si sa leggere tra le righe.

Cosa è per te un’immagine fotografica? Credi sia solo un mezzo che ci aiuta a comprendere meglio la realtà?

L’immagine fotografica è ciò per cui è stata realizzata, né più né meno.  Al di là dei dibattiti tra “inconscio ottico” e “inconscio tecnologico”, la fotografia di per sé non credo che abbia un’essenza cosi autonoma. La fotografia è un processo meccanico e non può avere una sua essenza. E’ chi sta dietro la macchina fotografica che determina volta per volta che cos’è’ un immagine fotografica.

© Francesco Millefiori. Finte colonne. Sullo sfondo un'antica tonnara e L'isola delle Correnti. Porto Palo (SR), Agosto 2011
© Francesco Millefiori. Finte colonne. Sullo sfondo un’antica tonnara e L’isola delle Correnti. Porto Palo (SR), Agosto 2011

Spesso, guardando le tue immagini si ha la sensazione di trovarsi in luoghi vuoti, isolati, abitati da poche persone che nella maggior parte dei casi sono distanti dal tuo obiettivo. Questa distanza cosa rappresenta nella tua fotografia?

Il concetto di vuoto e pieno, cosi come di figura e sfondo, in realtà è un concetto molto relativo. Per esempio nella cultura occidentale il bonsai è un albero in miniatura, è un piccolo albero che trova in se stesso una soluzione: una tecnica costrittiva che genera quel piccolo albero. Mentre nella cultura orientale il bonsai non è qualcosa di autonomamente definito ma è una cosa che si manifesta con il vuoto che gli sta intorno. Il vuoto partecipa in egual misura al soggetto del bonsai.
Sta alla sensibilità di chi guarda decidere cosa è pieno e cosa è vuoto. Lavorando molto in Sicilia, dove tutto è ambiguo, dove il non detto equivale al detto, il detto equivale al non detto, il sì equivale al no e viceversa, diciamo che questa consapevolezza spesso mi ha aiutato a venire a capo di un’immagine. Quella distanza è la presa di consapevolezza di questo concetto.

© CultFrame – Punto di Svista 02/2013

 

BIO
Francesco Millefiori nasce a Catania nel 1980. Nel 2001 si trasferisce a Roma dove studia Psicologia. Dal 2002 al 2004 frequenta la Scuola Romana di Fotografia e da subito si concentra su temi di carattere sociale. Nel corso di questi anni i suoi lavori sono stati pubblicati su importanti magazines (come: L’Espresso; Bloomberg Businessweek; IL–Il sole 24 ore; Die Zeit; D-Casa di Repubblica; XL di Repubblica; Io Donna; Vanity Fair; Wired; Gioia) ed esposti in diverse mostre collettive e personali (tra le quali: 2006, Casa delle Letterature di Roma; 2007 Fotografia – Festival Internazionale di Roma; 2008, Menotrentuno II – Accademia di Belle Arti di Sassari; 2009, SiFest – Savignano Immagini Festival; 2010, Galleria Contemporaneo – Venezia; 2011, Fotografia – Festival Internazionale di Roma; 2012, “D.I.P.E” – Cina). Nel 2010 è stato selezionato per il Prix Pictet Photography Prize. Dal 2009 è rappresentato dall’agenzia OnOff Picture. Francesco vive e lavora tra Roma e Catania.

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Francesco Millefiori – Il sito