Israel Now – Reinventing the Future. Ventiquattro artisti israeliani in mostra a Roma

Lo spazio sospeso e apparentemente inquietante di un ambiente naturale. Una foresta raffigurata nell’ambito di un sistema di segni quasi astratto e allo stesso tempo capace di comunicare in maniera potente e di manifestarsi come puro significante. I misteri dell’essenza dell’immagine e della raffigurazione della realtà, tramite i segni della realtà stessa, si palesano davanti agli occhi del fruitore, il quale non può che abbandonarsi ipnoticamente al fluire evanescente delle inquadrature che sembrano galleggiare nello spazio avvolgendo delicatamente la mente di chi guarda. Angoscia e apertura, enigmaticità e leggerezza espressiva, evocazione e raffigurazione del mondo, queste apparenti contraddizioni (che tali non sono) rappresentano i cardini estetici della raffinata videoinstallazione intitolata The Lightworkers. L’autrice è Yehudit Sasportas, artista già presente in Italia in occasione della Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia nel 2007, la quale partecipa con questa sua opera a Israel Now – Reinventing the Future, articolata retrospettiva incentrata sulla produzione artistica contemporanea di Israele.

La mostra, curata da Micol Di Veroli, sarà ospitata fino al 17 marzo 2013 negli ampi capannoni del MACRO (Testaccio) di Roma. Si tratta di una ricognizione concentrata sul versante artistico visuale, con particolare riferimento alla fotografia e alla videoarte. Il contributo autoriale di Yehudit Sasportas si configura come il cardine di una ricerca curatoriale che ha fatto emergere la cristallina brillantezza che contraddistingue il territorio delle arti visive in Israele, paese in grado (negli anni più recenti) di sfornare, grazie anche alle sue eccellenti accademie d’arte, alle università e alle scuole di cinema, fotografi, videoartisti e cineasti artefici di percorsi creativi di evidente modernità. The Lightworkers risponde a una concezione autoriale basata sulla riflessione (tutta interiore, a nostro avviso) sul rapporto tra spazio e tempo e sulle questioni della percezione e della visione.


Questo aspetto è riscontrabile anche nell’opera di Tamar Harpaz intitolata Two Rode Together. In questa complessa videoinstallazione, la giovane artista nata a Gerusalemme effettua un suo acuto e personale discorso sul tempo intrecciando in un unico flusso spaziale (orizzontale) The Horse in Motion di Muybridge e un’immagine fissa di un treno. Si tratta di un sofisticato corto-circuito espressivo incentrato sull’accavallamento filosofico/teorico di elementi come il movimento, la direzione di quest’ultimo, la compenetrazione dei luoghi, la fusione in un unico corpo visuale di sguardi e punti di vista differenti. Two Rode Together invita, in sostanza, il visitatore a collocare la visione del movimento nello spazio al di fuori di una logica realistica e storicistica e a considerare il cinema e l’immagine fissa (cioè la fotografia) fattori di un discorso visionario e stratificato nel quale le convenzioni umane sullo spazio-tempo e sulla storicizzazione dell’arte vengono messe in discussione.

L’ambiguità della visione è al centro della sofisticata opera di Guy Zagursky: Follow The White Rabbit. Si tratta di un’operazione che potremmo avvicinare a quelle di James Casebere e Thomas Demand. L’autore allude al reale tramite oggetti decontestualizzati che vengono ricollocati in uno spazio per evocare qualcosa di concreto: i luoghi in cui tutti noi viviamo. Il falso sembra diventare vero, la realtà emerge così dal sogno ad occhi aperti che viene generato dalla sua ricostruzione artificiale. Nel caso specifico, Zagursky sistema all’interno di una sorta di “acquario bluastro” dei minuscoli oggetti che sembrano essere circuiti elettronici, i quali vanno a formare una composizione labirintica che evoca la struttura urbanistica delle metropoli contemporanee.
Nella multi-istallazione della videoartista Yael Bartana si trasporta, invece, il discorso espressivo in una concezione dell’arte più vicina alla connessione tra forme artistiche ed esperienze collettive. In tal senso, i suoi video raffigurano il processo faticoso e doloroso, ma pieno di speranza, del ritorno ebraico nella Polonia dei nostri giorni, attraverso un meccanismo di riedificazione di una relazione tra ebraismo e territorio polacco che era stata tragicamente violentata e deturpata dagli orrori indicibili e deliranti prodotti dal nazismo.

La realtà di Israele oggi è invece evocata dalle immagini fotografiche di Adi Nes, il quale tramite un processo di rinnovamento della concezione della fotografia attento all’estetica del passato, smonta il luogo comune relativo all’immagine del soldato israeliano potente e aggressivo. Adi Nes, facendo suoi alcuni procedimenti compositivi di stampo pittorico, rappresenta militari dormienti, colti nella loro dimensione fragile e umana, oppure intenti a “giocare” nei loro accampamenti.
Ma è con Elinor Carucci che viene spazzata via tutta la chincaglieria densa di pregiudizi che riguarda la raffigurazione della società israeliana e dei suoi individui. La fotografa si concentra sulla dimensione privata, comunicando al mondo un universo fatto di sentimenti interpersonali, di rapporti familiari, di intimità profonda e toccante. La sfera umana, con le sue fragilità, la sue delicatezze nascoste, la sua poesia degli sguardi, dei gesti e dei sorrisi si configura nella fotografia di Elinor Carucci come architettura estetica (non estetizzante) delle relazioni umane e diviene tangibile grazie alla verità della carne e dei corpi.

Israel Now, dunque, con i suoi ventiquattro artisti (tra i quali vanno citati anche Ofri Canaani, Shay Kremer, Michal Chelbin, Boaz Arad, Shay Frisch e Keren Cytter) va fruita cercando di non limitarsi semplicemente a un passaggio superficiale poiché ogni autore è portatore di un universo creativo che allude al sentimento di un intero popolo, fattore quest’ultimo che può essere colto solo nella sedimentazione della contemplazione approfondita dell’opera. E proprio da un’iniziativa espositiva come questa che è possibile comprendere non solo l’anima di un luogo (Israele) ma anche la reale sostanza dello spirito dei cittadini e degli artisti di un paese che, nonostante sia sempre al centro delle cronache internazionali, è a molti totalmente sconosciuto nella sua sostanza umana e sociale.

© CultFrame 02/2013

 

IMMAGINI
1 Yehudit Sasportas. The Lightworkers, 2010. Video installazione a doppio canale, HD, 10′. Courtesy Sommer Gallery, Tel Aviv
2 Tamar Harpaz. Two rode together, 2008. Video installazione e diapositive site specific
3 Guy Zagursky. Follow the White Rabbit, 2008. Lightbox, 120 x 40 x 40 cm. Collezione privata, Tel Aviv

INFORMAZIONI
ISRAEL NOW [Reinventing the Future] / A cura di Micol Di Veroli
Dall’1 febbraio al 17 marzo 2013
Macro Testaccio / Piazza O. Giustiniani 4, Roma / 06.671070400
Orario: martedì – domenica 16.00 – 22.00
Biglietto: Intero 6 euro / Ridotto 4 euro
Catalogo: edito da Drago (Italiano, Inglese)

LINK
CULTFRAME. About Paper. Un libro a cura di Giorgia Calò
CULTFRAME. Time and a Half. Videoarte israeliana. HaMidrasha School of Art
CULTFRAME. Adi Nes. Tel Aviv Museum of Art
CULTFRAME. Dreams & Dramas. Intervista alla videoartista Ofri Cnaani
CULTFRAME. Taylor Wessing Photographic Prize (Michal Chelbin)
CULTFRAME. … and Europe will be stunned. Yael Bartana. Padiglione Polonia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia
Israel Now – Reinventing the Future – Il sito della mostra
MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma