L’arte comportamentale. Intervista ai Gao Brothers

Nati rispettivamente nel 1956 e nel 1962, a Jinan, nella provincia dello Shandong – norst-est della Cina – i Gao Brothers, Zhen e Qiang, sono due artisti cinesi multimediali. La loro creatività espressiva facogita disinvoltamente le più disparate pratiche artistiche contemporanee: dalla performance alla fotografia, dalla pittura alla scultura, dall’installazione al video. Sono attivi sulla scena artistica cinese e internazionale dagli anni ’80, facendosi subito notare grazie a opere come Midnight Mass (1989), The execution of Christ (2009) o Miss Mao, quest’ultime, una serie di grottesche sculture in bronzo che si prendeno gioco dell’icona per eccellenza della Cina moderna, Mao Zedong, gli hanno causato non poche grane con la censura cinese. Tuttavia i due fratelli non hanno mai desistito dall’assumere una chiara posizione contro ogni forma di ingiustizia sociale e contro le pratiche notoriamente liberticide del governo del loro paese. E neppure disdegnano di stigmatizzare gli anni della Rivoluzione Culturale di cui fu fautore proprio Mao. Dal 2000 sono protagonisti di una serie di performance, termine che i Gao Brothers accettano con riserva, sul tema dell’abbraccio per spostare l’attenzione del pubblico sul tema niente affatto scontato della fratellanza universale. Li abbiamo intervistati per saperne di più…

Quando avete deciso di diventare artisti?

Ci siamo avvicinati al disegno quando eravamo ancora bambini, e abbiamo deciso di diventare artisti dopo aver completato gli studi universitari; è dal 1985 che lavoriamo insieme.

Un elemento distintivo dei vostri lavori più recenti, mi riferisco nella fattispecie alla serie di performance sul tema dell’abbraccio è quello di mettere in discussione il concetto di narcisismo dell’artista per favorire, viceversa, una relazione con la gente ordinaria, quasi a suggerire che è proprio la gente che partecipa ai vostri happening il fattore più importante. Potete parlarci di questo aspetto?

La Performance Art e l’Happening, che noi preferiamo chiamare “arte comportamentale”, sono da considerarsi arte rappresentativa.  Prevedono in quanto tale un pubblico passivo che assiste. Raramente noi realizziamo questo genere di performance. A noi interessa realizzare eventi di arte comportamentale in cui sia coinvolto direttamente il pubblico per far sì che esso possa travalicare la propria dimensione quotidiana. Quando ad esempio nel 2002 abbiamo realizzato A Homeless dinner, non abbiamo previsto che ci fosse un pubblico ad assistere.

Come è andata?

Per le strade principali di Pechino distribuivamo ai passanti e ai mendicanti inviti per un pasto gratuito al ristorante, la gente pensava stessimo distribuendo volantini pubblicitari, quindi l’evento non ha richiamato nessun curioso. Il senso di questa “azione” era quello di creare un momento di condivisione tra persone di estrazione sociale molto diversa. Quello che ci interessava era coinvolgere e far partecipare la gente comune, farli sedere accanto a dei senza fissa dimora. Come si può evincere, non solo il pubblico non era necessario, ma persino superfluo. Anzi, a dirla tutta, la presenza di spettatori avrebbe potuto creare disagio ai partecipanti e in questo modo compromettere il buon esito dell’evento. Dunque, la “rappresentazione” è ciò che rifiutiamo. Alla parola “rappresentare” preferiamo di gran lunga le parole “accadere”, “esistere”. Vorremmo che la nostra “arte comportamentale” fosse come un  “cerchio”, che generasse rapporti interattivi tra le persone, iniettando il surreale nella vita quotidiana, diventando una parte di essa, e al tempo stesso suggerendo una nuova prospettiva di cambiamento della realtà attuale.

Quando avete cominciato la serie degli “Abbracci”?

Nel 2000. Era l’inizio di un nuovo millennio, volevamo fare qualcosa di completamente nuovo dal punto di vista artistico. Così, abbiamo realizzato una serie di opere sul tema dell’abbraccio appunto: The utopia of 20 minutes embrace, World hug day, Urban theatre e così via. Tutte opere multimediali che spaziano dalla performance alla video-arte, dalla fotografia al network.

Come ci siete arrivati, da quali premesse teoriche siete partiti?

Per comprendere a fondo i nostri assunti, occorre fare una premessa. Bisogna considerare che negli anni ’90 nella Performance Art prevaleva il codice espressivo della violenza; gli artisti maltrattavano e uccidevano animali, si auto-infliggevano lesioni corporali.
Il critico Li Xianting ha sintetizzato il fenomeno del piacere della crudeltà col termine: “i fanatici delle ferite”. Era come se tutti fossero d’accordo; l’arte comportamentale indicava nella “crudeltà”, nell’“odio” e nella violenza una moda da seguire. Eravamo stanchi di tutto questo. Sentivamo che dovevamo fare qualcosa di diverso. Così abbiamo realizzato “L’abbraccio” principalmente per lanciare un messaggio positivo e per far riflettere sulla necessità di convivere tutti pacificamente, al di là delle differenze sociali ed etniche.

Dunque, la prima performance è del 2000…

Si, l’idea è nata per caso. A Pechino, a Huairou, partecipavamo a una mostra di arte contemporanea cinese con l’opera Cultural tattoos, metafora della violenza culturale dominante. Prima di noi, si era esibito un artista che aveva dovuto uccidere una pecora per realizzare la sua opera. Non apprezziamo simili comportamenti, ma non abbiamo il potere di evitare che ciò accada.
Indossavamo una maglia rossa uguale, con occhiali scuri. Per prima cosa “abbiamo lavato le mani” nel sangue della pecora, poi prendendo con la mano insanguinata un pelo dell’animale e intingendolo nel sangue, abbiamo scritto sul viso e sul corpo dell’altro frasi civili, in due lingue diverse, inglese e cinese. Poi abbiamo versato il sangue dell’animale ingiustamente sacrificato in pistole giocattolo, quindi abbiamo iniziato una sfida colpo su colpo, sparandoci a vicenda fino a macchiarci di sangue dalla testa ai piedi. Infine, gettate le pistole, ci siamo abbracciati. Non era mai accaduto prima.

Quindi è stato un abbraccio “improvvisato”?

Si, è stato un abbraccio fortuito, accidentale, per così dire. Benché fratelli non ci eravamo mai abbracciati prima. Da allora abbiamo iniziato a pensare all’abbraccio come a un’operazione artistica deliberata e sistematica. Così nel 2000 a Jinan per la prima volta su grande scala abbiamo realizzato The utopia of 20 minutes embrace.

Cosa è successo?

Abbiamo informato alcuni amici del progetto, loro hanno fatto il passaparola, così in breve tempo abbiamo ottenuto l’attenzione di numerose persone. Il 10 Settembre 2000 assieme a più di cento cinquanta volontari ci siamo recati in un sobborgo a nord di Jinan.

Come è stata la reazione delle persone?

Fare abbracciare persone che non si sono mai viste prima non è affatto una cosa semplice. Noi cinesi non abbiamo l’abitudine di abbracciarci, l’abbraccio è visto come una cosa tipica degli occidentali o come un comportamento intimo e privato tra persone che si vogliono bene. Quindi, non potevamo non dare un’interpretazione significativa all’atto dell’abbraccio e noi due stessi abbiamo dovuto dare una dimostrazione, abbracciando molti dei volontari che si erano presentati. Abbiamo tentato di far capire loro che non importava chi ci fosse davanti a noi, se una persona dello stesso o dell’altro sesso, non avremmo dovuto in qualunque caso farla sentire in imbarazzo. E poiché ognuno di noi ha dentro di sé il desiderio di amare ed essere amato, dovevamo sicuramente avere anche la voglia di abbracciare ed essere abbracciati. Pian piano, ognuno si è calato nella parte e seguendo le nostre indicazioni, ha scelto il proprio compagno per l’abbraccio. Avremmo preferito che ognuno scegliesse una persona dell’altro sesso, ma a causa dei limiti imposti dalle convenzioni sociali, la maggior parte ha scelto persone del proprio sesso. Per la prima volta, in nome dell’arte, cento cinquanta persone si abbracciavano l’uno con l’altro per quindici minuti contemporaneamente, dopo di che tutti insieme si sono uniti in un abbraccio circolare di cinque minuti. Abbracciarsi per quindici minuti, a occhi chiusi, tanto da poter sentire il battito del cuore dell’altro, tanto da avvertire sensazioni fisiche e psicologiche fuori dall’ordinario, è un’esperienza bellissima.

Quindi i vostri abbracci hanno un significato simbolico e persino utopico se pensiamo che la società in cui viviamo promuove i valori antitetici dell’individualismo e della competizione sfrenata…

Per noi l’abbraccio ha un significato preciso. Nell’abbraccio la nostra vita e la nostra coscienza si liberano dal giogo delle costrizioni sociali, dalla dipendenza del denaro; abbracciarsi significa dimenticare la crudeltà dei rapporti di potere, l’antagonismo, la competizione, l’odio e la violenza. Pensiamo che l’abbraccio non debba essere unicamente un cerimoniale degli occidentali o un comportamento intimo tra persone che si vogliono bene; dovrebbe diventare il simbolo della riconciliazione, della pace e dovrebbe essere patrimonio di tutti. L’abbraccio infrange i confini tra le persone, tra i sessi, tra le etnie, e promuove l’amore tra le persone.

Avete mai avuto problemi con le autorità cinesi e con la censura? Dal 1998 al 2003 non avete potuto lasciare la Cina. Perché?

Nel 1989 a Pechino, durante una mostra di arte contemporanea abbiamo firmato un appello pubblico rivolto alle autorità cinesi per la liberazione del dissidente Wei Jingsheng e di tutti i prigionieri politici. Per questo siamo entrati nella lista nera del governo. Fino al 2003 non ci rilasciavano il passaporto e abbiamo perso numerose occasioni per promuovere il nostro lavoro all’estero.
Nel 1994, appena libero, Wei Jingsheng, sapendo che avevamo aderito all’appello per sostenere la sua scarcerazione, venne a trovarci a Jinan. La sua visita accrebbe la nostra fama di personaggi scomodi, tanto che parecchi nostri eventi artistici suscitarono molto clamore, e alcuni artisti ci hanno persino allontanato. Nel 2001, Harald Szeemann, il direttore artistico della 49ma edizione della Biennale di Venezia ci invitò con la nostra performance Hugging in human highland, ma senza passaporto non abbiamo potuto essere presenti.
Il governo cinese ha persino disposto due poliziotti di guardia davanti l’ingresso del Distretto 798 per impedire ai visitatori di visitare il nostro atelier. Nel 2010 la polizia ha fatto irruzione nella fonderia dove stavamo producendo una scultura della serie Miss Mao, hanno rubato la matrice della testa di bronzo di Mao e arrestato il titolare della fonderia che è stato poi costretto a pagare un’ingente somma per il proprio rilascio. Poiché siamo i primi firmatari della Charta 08 di Liu Xiaobo, nonché suoi amici, quando alla fine del 2009 Liu Xiaobo fu condannato, fummo sottoposti a interrogatori e tenuti sotto fermo per tre giorni. A parte questo, possiamo ritenerci ancora fortunati!

Il vostro atelier si trova nel famoso Distretto 798. Potete raccontarci che genere di atmosfera si respira in questa specie di East Village cinese?

Oggi il Distretto 798 è un polo di attrazione turistica, un posto alla moda. Conta pochissimi laboratori di artisti, la maggior parte degli spazi è stata occupata da negozi, caffetterie e gallerie, ogni giorno c’è un viavai di visitatori e turisti stranieri. Ma alla fine del 2004, quando abbiamo affittato un capannone per farne il nostro atelier, era un’altra cosa. In quegli anni era molto conveniente prendere in affitto un locale del Distretto 798, e come noi, molti altri artisti iniziarono ad affittare laboratori e alcuni anche spazi per allestire delle gallerie. Allora il Distretto 798 era ancora un centro artistico puro e incontaminato. Ma essendo continuamente citato dai mass media, la sua fama crebbe ogni giorno di più, tanto che nel giro di qualche anno gli affitti salirono alle stelle e così molti artisti sono stati costretti ad andarsene.

Durante gli anni della Rivoluzione Culturale, voluta da Mao Zedong, eravate bambini. Che ricordo avete di quel periodo?

La Rivoluzione Culturale è stata una catastrofe senza precedenti, un disastro sociale. In quei dieci anni tutta la società cinese seguì in modo opprimente gli slogan della propaganda politica. Oggi un gruppo era antirivoluzionario, il giorno successivo un altro gruppo rappresentava le forze del male, un giorno venivano confiscate le terre alle famiglie dell’Est, il giorno successivo a quelle dell’Ovest.
Intere famiglie vennero distrutte, ogni giorno vivevano la tragedia della morte di qualche familiare. Milioni di persone morirono a causa della persecuzione politica. Il 1° Ottobre 1968 nostro padre, semplice impiegato di fabbrica, fu considerato improvvisamente controrivoluzionario, l’unità di lavoro lo prese in custodia e sotto controllo, fu maltrattato fino alla morte. Per noi fu l’inizio di un supplizio, eravamo sei figli e nostra madre non lavorava, per anni abbiamo vissuto di stenti, con i pochi aiuti offertici dai parenti. Si può immaginare cosa significhi vivere in miseria, noi non osiamo ripensarci.

Secondo voi qual è il ruolo dell’arte nella società contemporanea? E nella società cinese, in particolare?

Per quel che ci riguarda, non possiamo assolutamente rinunciare all’illusione di cambiare la società attraverso l’arte, pur sapendo che l’arte ha un ruolo sociale molto limitato. Ovviamente ogni artista fa le sue scelte. Vivere, come è successo a noi, in una società totalitaria e repressiva ha enormemente influenzato la nostra pratica artistica. C’è una stretta correlazione tra la nostra arte e la storia politica recente del nostro paese. Tuttavia è in atto in Cina un processo inarrestabile verso la democratizzazione, per quanto complesso e difficile esso possa essere.
Noi vorremmo che la nostra arte fosse un testimone e un catalizzatore di questo processo. Tenteremo sempre da artisti di mettere in luce i problemi esistenti, e di aiutare a sviluppare la coscienza morale della gente.

© CultFrame 12/2012

 

IMMAGINI
1 I Gao Brothers
2 Gao Brothers. World Hug Day
3 Gao Brothers. Miss Mao

LINK
Gao Brothers – Il sito
The Days of Yore – Gao Brothers
I Gao Brothers su Facebook

 

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