La sposa promessa. Un film di Rama Burshtein

I sentimenti soggettivi e il dovere familiare. Ciò che è giusto fare per se stessi e ciò che invece potrebbe giovare alla collettività. Come si vede il mondo dal proprio punto di vista e come tutti gli altri interpretano le tue scelte. L’amore è il (presunto) senso del dovere. Il ricordo perenne e inconsolabile della perdita di un affetto o il superamento di questo dolore lacerante.
Shira, il personaggio centrale di La sposa promessa (Fill the VoidLemale Et Ha’Chalal), vive i suoi diciotto anni all’interno di questo groviglio inestricabile di sensazioni e paure. Costruisce il suo futuro di donna passando attraverso il dubbio, ma allo stesso tempo caricando sulle proprie spalle la responsabilità di tenere unita la sua famiglia devastata dalla morte della sua amata sorella maggiore (Esther).

Rama Burshtein, l’autrice dell’opera, elabora un film basato su una figura femminile di estremo interesse, non tanto per la sua appartenenza al chassidismo ebraico (aspetto culturale in ogni caso degno di assoluta attenzione), quanto piuttosto per l’evoluzione del suo rapido percorso interiore che la porterà a diventare “finalmente” adulta in pochi mesi. La regista descrive la crescita esistenziale di Shira con mirata delicatezza, all’interno di un gioco (sottile) costruito tutto su sguardi femminili: l’amica Frida, la zia, la madre. Un labirinto di sentimenti profondi e contemporaneamente di soave leggerezza umana che trova conforto e sostegno in un “universo maschile” disposto miracolosamente ad ascoltare il “mondo femminile”.
La regista israeliana, proveniente anch’essa dagli ambienti ebraici ortodossi, sembra però non voler puntare l’attenzione sulla religione, sulle regole e sull’appartenenza. Intende invece concentrarsi sulla difficile mutazione dello spirito individuale, sulla sofferenza della perdita e sull’elaborazione (personale e collettiva) del lutto. Shira è il cardine di questo processo, con la sua fragilità, i suoi pensieri contraddittori, la sua apparente debolezza.

Ebbene, se dal punto di vista contenutistico La sposa promessa (Fill the Void) presenta dei pregi, non altrettanto è possibile dire per quel che concerne la sfera visuale e la struttura drammaturgica.
Il film è incentrato su una gliglia espressiva di totale e sterile rigidità: primi piani pittorici (troppo ripetitivi), alternanza dei fuochi, insistenza sui volti e sulle espressioni (marmorizzate) degli interpreti. Interni di case tutte uguali, pochissime “fughe visive” per le strade di una Tel Aviv che praticamente risulta invisibile (tranne che in pochissime brevi sequenze).
Questo tessuto registico è oltretutto contraddistinto da pesante fissità dei volti degli attori che sono obbligati a recitare senza cambiamenti di tono e cercando di reprimere le emozioni. La scelta operata con tutta evidenza dalla regista rende il flusso del racconto assolutamente privo di ritmo e le immagini monocordi, al limite dell’ossessione (creativa). Per tale motivo il corpo estetico del film diviene, nella sua feroce staticità, estetizzante, cioè fondato su un’idea di “bellezza” bloccata e prevedibile, tutta esteriore e semplicistica.

In sostanza, La sposa promessa (Fill the Void) è un lungometraggio che dal punto di vista strettamente foto-cinematografico è di gran lunga superiore alla media del cinema contemporaneo israeliano ma proprio questo aspetto finisce per diventare una sorta di insostenibile zavorra che appesantisce in maniera letale l’intera elaborazione filmica decretandone un sostanziale fallimento di tipo artistico.

© CultFrame 09/2012 – 11/2012

 

TRAMA
Shira ha diciotto anni e vive a Tel Aviv. Un giorno sua sorella Esther muore dando alla luce il figlio. La famiglia di Shira, appartenente alla comunità ebraica chassidica, è distrutta dal dolore, anche perché Yochai, il vedovo di Esther, sembra voler sposare in seconde nozze una ragazza belga. La famiglia di Shira teme che Yochai finirà per portare in Belgio il piccolo Mordechai (avuto da Esther). Shira si sentirà così in dovere di prendere in considerazione l’idea di sposare Yochai.


CREDITI

Titolo: Fill the Void / Titolo originale: Lemale Et Ha’Chalal / Regia: Rama Burshtein / Sceneggiatura: Rama Burshtein / Fotografia: Assaf Sudry / Montaggio: Sharon Elovic / Scenografia: Ori Aminov / Musica: Yitzhak Azulay / Interpreti: Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chaim Sharir / Produzione: Norma Productions / Distribuzione: Lucky Red / Paese: Israele, 2012 / Durata: 90′

LINK
Filmografia di Rama Burshtein
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito
Lucky Red