Hans Christian Schink. Un libro edito da Hatje Cantz Verlag

Cosa spinge un autore ad uscire dal proprio Paese e a girare mezzo mondo scattando fotografie? Perché si comincia ad errare alla ricerca di qualcosa che ci faccia sentire parte di un luogo? Hans Christian Schink – artista tedesco nato a Lipsia nel 1961 – cerca di spiegarlo raccontando il proprio percorso creativo in un incontro, avvenuto a Milano, da MiCamera Photography and lens-based arts.

Schink proviene dalla Germania dell’Est che si riunifica all’Ovest nel 1989. Comincia a fotografare in bianco e nero, come tutti allora all’Est, ritraendo le trasformazioni del paesaggio suburbano, perimetro di confine attorno alla città. Solo dopo quattro anni passa al colore e al grande formato. Risulta emblematico come la prima ricerca che lo mette in evidenza riguardi proprio i “muri”. Dice Schink: “Vagavo per la città cercando di capire cosa attraesse la mia attenzione, fino a quando mi sono ritrovato davanti a un muro”. Da questo scatto parte il percorso artistico e esistenziale, un percorso che lo porterà in molti paesi ma che conserverà una traccia, indelebile, originata proprio da quei primi scatti e che lo accompagnerà ininterrottamente sino ad oggi.

“Hans Christian Schink-Photography” – un’antologia pubblicata nel 2011 da Hatje Cantz Verlag – parte dagli esordi, nel 1995, e mostra l’evoluzione creativa di Schink solo apparentemente eterogenea nei luoghi ritratti ma essenzialmente omogenea nei concetti più profondi espressi dall’autore. Gli elementi fondamentali presenti nelle immagini di Schink sono infatti tutti riconducibili al suo punto di partenza: il muro, la luce, le macerie, le forme architettoniche rigorose, il confine ove le periferie incontrano le città. Ognuno di essi trova una sua precisa collocazione in un cammino coerente che non devia mai ma, al contrario, si rafforza sempre più acquisendo nuovi significati man mano che altri luoghi si aggiungono ai precedenti.

Il muro è ovviamente quello crollato a Berlino, ma l’idea di Wänd (1995-2003) non è così banale. Il muro di Schink è “ricostruzione”. L’immagine che lo ritrae contiene sempre una parte di terreno e un pezzetto di cielo a testimoniare l’architettura del soggetto. Il muro sta in piedi, ma è come se l’idea non fosse quella di “separare”, bensì “di-mostrare” l’impercettibile possibilità di raggiungere una sorta di consapevolezza. L’idea è poter esistere nonostante il muro. Schink dunque ritrae muri “moderni” – in esterni come in interni (Büro, 1998) – ordinati, che delimitano lo spazio, identificano una zona non meglio precisata. Le superfici sono omogenee per colore e materiali, parlano di un’esistenza condizionata e regolata ma che evidenzia comunque un certo fascino. Questo elemento fondamentale, il muro, attraverserà gli anni e i Paesi e l’autore lo riproporrà, più o meno inconsciamente, in tutti i lavori che seguiranno fino alla sublimazione ultima presente negli scatti che fanno parte di “1h”, dove il muro è diventato quel monolite di kubrikiana memoria, elevato spiritualmente a Dio Sole: una traccia scura nel cielo, nella posizione in cui si trova la luce che infonde la vita. Schink l’aspetta con pazienza per un’intera ora.

Negli anni successivi alla caduta del muro, nella Germania dell’Est si ricostruisce furiosamente, come se si percepisse una sorta di inadeguata arretratezza o un’impellente desiderio di uniformarsi velocemente all’Ovest, così da soffrire il meno possibile di quel divario stabilito dall’isolamento comunista. Ed ecco che le macerie lasciano il posto a nuove architetture, infrastrutture moderne che riportano la parte a Est al pari di quella a Ovest ma che al contempo lasciano dentro l’autore altre “macerie”. Egli forse non sa che le sta cercando, quelle macerie. Forse lo scoprirà soltanto più tardi, in Perù 2004, quando a Lima, nel quartiere in cui abita, la sua curiosità viene attratta da un cumulo di apparenti detriti, piccole montagnole protette da recinzioni. Si tratta di antiche piramidi “crollate”. Ne segue le tracce come a voler ricostruire una mappa di luoghi perduti. E non è forse un luogo perduto quel mondo in cui è cresciuto e che un muro separava da tutto il resto ma che conservava una sua precisa identità? Non risulta sconvolta, questa identità, dai monumenti di cemento che attraversano le colline e passano con violenza sopra i fiumi in nome di un progresso necessario per stare al passo con ciò che ci circonda in una sorta di accerchiamento inevitabile? Autostrade, ponti, cavalcavia, ferrovie, ognuno di questi interventi modernizza il territorio ma al tempo stesso lo ferisce e tutto questo sortisce un fascino perverso che pone l’uomo difronte alla inevitabile relazione con il luogo, sì, ma anche con se stesso. Accettare il cambiamento non significa dunque sottostare ad esso, significa scoprirne la giusta dimensione e, di conseguenza, convivere con esso mantenendo la propria integrità.

L’altro forte elemento che compare nelle immagini di Schink è la luce. Osserverete che è fondamentale per chi si occupa di fotografia, ma anche qui siamo ben oltre la banalità di questa affermazione. La luce in Schink appartiene anch’essa alla memoria del proprio luogo primordiale, appartiene alla sua Heimat. Questo risulta molto chiaro nel momento in cui, trovandosi a Los Angeles (LA 2002/2003) comincia a lavorare sulla città e subito si rende conto che qualcosa non va. Si tratta della luce quasi innaturale e un po’ cinematografica del cielo: è troppo azzurro e l’autore ne è disturbato. Decide allora di fotografarlo con il sole difronte in modo da farlo diventare grigio, come quello della sua Germania. Anche qui ritornano le periferie, zone di confine/passaggio testimonianza di una variazione sempre in essere che è fisica del luogo ma anche interiore dell’uomo. Così la luce della periferia di una città lontana mille miglia dal proprio luogo d’origine torna ancora a manifestarsi, nella volontà di Schink, in una sorta di ponte tra Est e Ovest, tra realtà e finzione/rappresentazione.

Schink percorre i luoghi del mondo avanti e indietro senza posa, realizzando un fluido continuo di immagini coerenti come raramente le si può vedere, e mostrandoci al tempo stesso una evidente evoluzione. Egli cerca inconsciamente (o forse no), viaggiatore errante in Vietnam (2005) come in Giappone (Niigata 2009) o in qualsiasi altro luogo, i segni del passaggio di coloro che vi abitano ma anche del proprio: non come semplice fotografo delle trasformazioni del paesaggio, bensì come testimone del cambiamento interiore che non può prescindere dal luogo in cui tutto ha origine e che, nel contempo, si apre all’”altro” creando una mescolanza rispettosa. A volte è necessario aspettare. Schink lo sa e il suo ultimo lavoro lo dimostra molto bene. “1h 2005-2010” necessita di due anni prima che l’autore capisca quale sia il fenomeno che sta osservando. Un’ora è un tempo relativo e può risultare lungo o breve a seconda di ciò che si vuole realizzare.  Attendere un’ora per poter scattare una fotografia è decisamente un tempo lungo, meditativo. Il luogo dunque assume una nuova valenza, non ha più importanza la sua identificazione reale, anzi l’autore non vuole intenzionalmente renderlo riconoscibile. L’attesa diventa quella “cosa” da sempre allontanata che riconquista il proprio spazio: prende forma proprio perché la si attende, permettendo all’uomo, alfine, di entrare in comunicazione con se stesso.

© CultFrame 10/2012

 

IMMAGINI
1 Copertina del libro di Hans-Christian Schink edito da Hatje Cantz Verlag
2 Hans Christian Schink. A 71, Brücke Schwarzbachtal. Dalla serie Traffic Projects (1995-2003)
3 Hans Christian Schink. 9/17/2006, 8:45 am – 9:45am, N 78°13.370’  E 015°40.024’. Dalla serie 1h, 2005-2010
4 Hans Christian Schink. Bach Ma. Dalla serie Vietnam, 2005

CREDITI
Titolo: Hans-Christian Schink / Editore: Hatje Cantz Verlag / Editori: Ulrike Bestgen, Simone Förster, Wolfgang Holler, Walter Smerling / Testi: Ulrike Bestgen, Matthias Flügge, T. O. Immisch, Sisse Laene Markvardine Kirkegaard, Antje Rávic Strubel, Kai-Uwe Schierz, Phil Taylor, Thomas Weski / intervista con l’artista a cura di Simone Förster / Lingue: Tedesco, Inglese / Anno: 2011 / 180 pagine / 155 fotografie a colori  / Prezzo: 58 euro / ISBN 978-3-7757-2826-3

LINK
Il sito di Hans Christian Schink