Cosa devo guardare – Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni. Un libro di di M.G. De Bonis e O. Youdovich

© Orith Youdovich. Untitled, 2010. Da "Come devo vivere. Dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni"
© Orith Youdovich. Untitled, 2010. Da “Come devo vivere. Dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni”

[…] Se mi fosse richiesto di definire l’azione fotografica di Orith e ciò che scaturisce da questa azione, direi, e non senza esitazione, che Orith fotografa paesaggi e che le fotografie sono immagini di paesaggio. Lo dico con esitazione, visto che il paesaggio come soggetto e come significato non è un tema semplice che si può risolvere con una frase priva di responsabilità. Responsabilità nei riguardi del paesaggio come parte del creato oppure come parte della cultura. Responsabilità nei riguardi del paesaggio come soggetto che fa parte di tutta l’arte, compresa la fotografia. Responsabilità nei riguardi dello sguardo particolare di Orith e ovviamente, in questo caso specifico, anche nei riguardi della poetica di Antonioni come questa emerge dai suoi film e dai luoghi in cui li ha girati, e da qui anche responsabilità nei riguardi nel legame tra fotografia e cinema.

Per quanto mi riguarda, nei limiti di tempo a mia disposizione, posso dire che i film di Antonioni mi fanno pensare allo stretto legame tra il movimento dell’uomo dentro il paesaggio e il movimento vagante della macchina fotografica che ferma lo sguardo su un significato e un contenuto.
A tal proposito vorrei riferirmi a due fotografie tratte dal lavoro di Orith. La prima è quella scelta e a mio parere non a caso per aprire il libro e la seconda realizzata esattamente nello stesso punto ed è l’ultima del libro.

Il soffermarsi dello sguardo sulle immagini, e sui dettagli che emergono dalla visione, forniscono l’interpretazione necessaria senza il bisogno di analizzarla. Il paesaggio come luogo; L’albero nella sua solitudine; le luci e le ombre che definiscono il tempo e il suo movimento; La figura posizionata con la schiena rivolta verso a noi che è anche il ritratto della fotografa (un fatto che noi percepiamo con sicurezza, senza una reale informazione). Ma quel che è particolarmente interessante, è il punto di vista della macchina che stabilisce anche il nostro punto di vista, come fruitori.

Nella prima, una figura lontana e piccola è posizionata quasi sul confine tra l’ombra e la luce e non è chiaro se sarà l’ombra oppure la luce a coprire alla fine lo spazio. La figura determina una retta tra se stessa e l’albero e quest’ultimo dunque viene raddoppiato. Mentre nella seconda immagine il campo si restringe e la figura ripresa è spostata sulla destra, le ombre scompaiono e lo sguardo è abbassato.
Nelle due fotografie la figura è impiantata nel terreno, un elemento questo che dilata il tempo dello sguardo e amplifica l’enigma che scaturisce dall’attesa nei riguardi di qualcosa che potrebbe succedere ma anche dalla consapevolezza che forse niente potrà succedere.
In questo senso, prendo spunto dalle affermazioni di uno scrittore e poeta israeliano, Zeli Gurevitch, nel suo libro “Conversazione”: Paesaggio non è solo un elemento all’estremità di un flusso dello sguardo, un oggetto da osservare, una natura morta, ma è un punto di appoggio. Il paesaggio è intorno, davanti e accanto”. E io aggiungo: Il paesaggio è anche dentro. Noi siamo dentro il paesaggio e il paesaggio è dentro di noi. […]

© Simcha Shirman
© CultFrame 10/2012

(Estratto dall’intervento del Prof. Simcha Shirman, fotografo e artista israeliano, docente di fotografia presso l’Università di Tel Aviv e l’Accademia d’arte Bezalel di Gerusalemme, autore della Postfazione. FotoLeggendo, Roma. Domenica 7 ottobre 2012, ore 12.00)

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