Amour. Intervista a Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva

L’amore fa superare ogni difficoltà. Quante volte abbiamo sentito dire questa frase? Talmente tante che non può che sembrarci una banalità. Ma quando provi ciò sulla pelle, perché è quello il sentimento che ti fa sentire il regista Michael Haneke quando vedi il suo nuovo capolavoro Amour, allora (e solo allora) questa affermazione può assumere la sua vera dimensione.
Protagonisti di questa tragica, ma in fondo tenera storia d’amore, sono due attori come Jean-Louis Trintignant e, l’ormai dimenticata ma grandissima, Emmanuelle Riva.

Entrambi hanno accompagnato l’uscita della pellicola in Italia e ci hanno raccontato le reali e profonde motivazioni che li hanno spinti ad accettare questa sfida professionale e i rispettivi ruoli.

Emmanuelle Riva: Non è questione di che cosa mi sia piaciuto oppure non mi sia piaciuto in questo film. Sono rimasta immediatamente coinvolta da questa storia d’amore e malattia. Una storia d’amore, tra l’altro, che non viene mai dichiarata a parole. Perciò, siamo davanti ad una vicenda in cui c’è il verbo che diventa carne. Ecco ciò che cosa mi ha affascinato.

Jean-Louis Trintignant: Io sono stato scelto dal regista. Sono sempre stato scelto dai registi. Poi ho letto la sceneggiatura e l’ho trovata talmente triste che ho pensato che non volevo fare un film del genere. Meno male che abbia parlato con Haneke, di cui avevo visto altri film.  Solo in questo modo ho capito che niente di triste sarebbe stato girato. E poi è stata una bella occasione per tornare a recitare al cinema. Erano sedici anni che non facevo un film e vivevo benissimo. Ho lavorato molto a teatro. Il cinema si può fare senza gli attori, il teatro no!

Signor Trintignant, il film si intitola Amour, ma  si sarebbe potuto chiamare Vita o Morte, o anche L’amour à mort, per dirla con Resnais. In altre parole, Amour è il titolo giusto? E inoltre ha dichiarato che ha partecipato, più o meno, a centotrenta pellicole ma che questo di Haneke è il suo miglior film. Come mai?

Se la pellicola di Haneke non avesse avuto questo titolo forse non avrei accettato! All’inizio sembrava dovesse essere intitolato Quei due, e non mi piaceva affatto. Poi è diventato Amour e l’ho trovato meraviglioso. Meraviglioso perché si tratta di due persone della nostra età. Ed è effettivamente il mio film migliore perché Michael Haneke è forse il regista più sensibile con cui abbia mai lavorato. E una volta che l’attore viene guidato da un regista di questa levatura non può che dare il meglio di sé.

Signora Riva, lei ha lavorato quasi sempre nell’ambito del cinema d’autore a cominciare dal leggendario Hiroshima mon amour di Resnais, poi con Franjou, Pontecorvo. Michael Haneke che tipo di regista è a suo avviso?

La sua proposta è stata inaspettata. Quando hai ottantacinque anni non aspetti che ti diano un ruolo cosi importante. Fai delle partecipazioni anche grosse, che non rifiuto, ma un ruolo così non te lo aspetti. E poi quello che mi interessa di più è lavorare sempre con una troupe di qualità e con persone che ti capiscono. Infine, arriva la storia. La vicenda di Amour nasceva da un’urgenza e toccava tutti noi, a cominciare dal nostro regista.

La prima cosa che ho dovuto superare era il fatto di essere stata scelta proprio da questo regista austriaco di cui avevo visto qualche film… pellicole che mi avevano impressionato. E non credevo che un cineasta così potente potesse scegliere una donna così fragile come me. E ancora oggi, sono stupefatta per l’occasione che mi è stata concessa di poter lavorare con tutte queste persone e con questa equipe cosi straordinaria.

Sono tornata a lavorare come si faceva una volta, in un mondo pieno di silenzio e di rispetto. Un po’ come si faceva con Resnais e con Melville. E Haneke ha lo stesso modo infallibile di dirigere molto simile a quello di quei maestri che ho appena citato.

All’inizio ci sono stati piccoli problemi. Ma lui li ha risolti subito. Io, inconsciamente, sapevo che non potevo sbagliare, non dovevo sbagliare, perché lui non lo voleva e soprattutto non lo permetteva.

Signor Trintignant, che significa per lei essere attore?

Fare l’attore per me è il mestiere più bello del mondo. All’inizio della mia carriera volevo fare il regista ma alla fine mi sono convinto che ero più bravo come attore.

Recitare è liberatorio. A me ha aiutato a vincere anche una naturale timidezza del mio carattere. Nel corso degli anni ho fatto progressi e sono riuscito a fare questo mestiere sempre meglio. Ho lavorato con registi che mi hanno voluto con loro assolutamente e credo di averli soddisfatti. Come diceva Johann Sebastian Bach “sono bravo, perché se qualcuno lavora così tanto, come faccio io, alla fine non può che essere bravo”!

© CultFrame 10/2012

 

LINK
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Filmografia di Jean-Louis Tritignant
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Filmografia di Michael Haneke