Frank. Maestri della fotografia

Robert Frank. 9 novembre 1924 (Zurigo)

Robert Frank nel 1971, parlando delle sue fotografie contenute in “The Americans” disse: “penso che ce ne siano solo due o tre in cui ho davvero parlato con qualcuno, ma per la maggior parte del tempo sono stato in assoluto silenzio, camminando attraverso il paesaggio, attraverso la città fotografando e andandomene via. Bene, questo è il mio temperamento, di essere silenzioso e guardare solo (…) Quel che mi piaceva della fotografia era precisamente questo: che potevo andare via e stare zitto, fare tutto molto rapidamente senza coinvolgimento diretto.

E’ in queste parole che ritroviamo la sua essenza fotografica. Svizzero ed emigrato negli Stati Uniti per seguire le sue ambizioni fotografiche, si inserisce in quella che era un’epoca di profondo cambiamento, dove le aspettative si rivelavano diverse da quelle di dieci anni prima, e dove gli stessi uomini si stavano modificando radicalmente.
Partendo con una nave nel 1947 verso gli Stati Uniti, Frank continuerà sempre a viaggiare e l’occasione della borsa di studio della Guggenheim gli diede la possibilità di attraversare l’America dall’autunno 1955 fino alla primavera dell’anno seguente; grazie anche a questo viaggio assisteremo all’evoluzione, per il fotografo, di uno stile e di un linguaggio, che ci porteranno, guardando le prime immagini da lui scattate, fino alle “Bus Series” del 1959, a comprendere come le parole di Mulas sullo stesso fotografo, “lavora direttamente sulla vita, usando la pelle della gente, siano le più adeguate ad esprime in maniera completa la sua opera.
La liberazione delle donne, la guerra in Asia, lo sviluppo del cinema, la musica dal rock and roll al jazz e, soprattutto, le nuove capitali della letteratura e dell’arte come San Francisco, confluirono nella tendenza al cambiamento propria di quegli anni. In questo contesto la fotografia si impone prepotentemente come una nuova visione dell’arte e del mondo. Robert Frank, dagli esordi fino a giungere a “The Americans”, si propone di scontrarsi con la realtà, con la distruzione di un mito che stava nascendo, quello degli Stati Uniti da cartolina, un eden morale e pittoresco che vuol dire la coscienza bianca della nazione, l’anima protestante e puritana, il rigore dei costumi ed in fondo, un panorama di famiglie per bene e di devozione reciproca.

Esordendo a Zurigo con immagini di sport e di celebrazioni di feste nazionali addestra l’occhio ad osservare il mondo, distaccandosene, in qualche modo. Con “40 Fotos” e “Black White and Things”, prima di giungere a “The Americans”, Frank afferma un suo stile, dove diviene centrale, da una parte, dal punto di vista del soggetto, il fatto che tutto ciò che viene osservato dev’essere chiaro, dall’altra, dal punto di vista del contenuto, il ritmo e la cadenza nel tempo dell’immagine che divengono fondamentali. L’opera fotografica si trasforma in una narrazione, con  pause, costanti, variazioni, sviluppi, riprese, accelerazioni, e ritmi che la avvicinano alla muica jazz e alla nuova narrativa americana. E’ questo che avvicinerà Robert Frank a Jack Kerouac e allo scrivere di autori come Ginsberg: una narrazione dove diviene peculiare la descrizione di modi di essere, fatta di una prosa rapida e caratterizzata dallo sketching. Si avvicina quindi al modo di creare di Kerouac, dove il narratore e il mondo narrato sono separati solo per convenzione ma in fondo non c’è alcuna distanza tra loro. Nel 1958 i due autori viaggiano attraverso la Florida, la strada diviene il tema costante del loro percorso e, se per Kerouac “la strada è la vita”, per Frank diviene il luogo dove eliminare l’elemento retorico, trovando il sentimento nei juke box e nelle automobili di un drive in.
Le fotografie dei negozi, delle insegne, dei cocktail party o dei volti dei politicanti, ci fanno capire che il suo linguaggio non giudica ciò che osserva ma è profondamente ironico. Non risulta idealisticamente “antiamericano” ma anzi, molto concreto. Può apparire un’associazione spontanea ma sappiamo che il suo essere diretto e libero era frutto di un’attenta catalogazione per settori di tutto ciò che lo circondava. La complessità del mondo ha bisogno di una logica, di un ordine, di un ruolo specifico che non ci faccia illudere di arrivare ad una risposta a ciò che vediamo, ma bensì che ci apra a numerose possibilità, come se avessimo di fronte un racconto, una storia. E’ questo che forse il fotografo voleva raggiungere: un’umanità sconfinata quanto i paesaggi americani, dove il viaggio da un luogo all’altro serve più che altro ad una ricerca personale di qualcosa o di qualcuno. Negli anni Cinquanta, in campo fotografico, il vento innovativo si incarna in William Klein e Robert Frank. Tra di loro sono molti i lati in comune: entrambi stravolgono (più formalmente Klein, e più nella sostanza Frank) i canoni affermati e consacrati della fotografia di strada; per loro la singola fotografia non conta, non ha senso, quello che importa è il tessuto narrativo e interpretativo dato dalla sequenza delle immagini. Arriva quindi l’importanza assoluta dell’impaginazione delle fotografie e del loro legame, che portò alle controversie sulla pubblicazione dei loro libri, l’abbandono della fotografia per la realizzazione di film.
Non ci sono però solo analogie ma anche molte differenze tra i due. Per realizzare il lavoro di Klein il movimento della macchina o dell’ingranditore, l’uso dei forti contrasti con tendenza all’accentuazione dei neri, l’orchestrazione delle immagini sono fondamentali. Diversamente Frank è un osservatore silenzioso. I due, un solitario e uno sradicato culturale, fanno l’uno i conti con il passato, l’altro vive il presente.

Frank faceva quindi parte di una cultura complessiva dell’alienazione sul punto di diventare, negli anni Sessanta, quella dominante in America. Si riconoscevano il valore di pittori come De Kooning ed intellettuali dissenzienti divennero collaboratori delle agenzie del governo.
Il più lungo dei molti viaggi che fece con la borsa della Guggenheim iniziò nell’autunno del 1955 e finì la primavera seguente. Quando fece ritorno a New York, aveva scattato ottocento rullini di pellicola; allora scelse trecento negativi da stampare e divise le immagini in categorie come simboli, automobili, città, gente, insegne, cimiteri e altri ancora così “pensò di dividere il libro in sezioni ognuna con una bandiera all’inizio (Robert Frank).
Il libro è assolutamente originale ed è lui stesso ad insegnarci come guardarlo. Questa è la funzione che hanno le immagini delle bandiere. Quando incontriamo la seconda bandiera ci ricordiamo di aver già visto questo soggetto nell’immagine di apertura del libro. Tutto ciò propone una connessione non solo tra una pagina e la successiva, ma attraverso tutto lo spiegamento d’immagini dall’inizio del libro alla fine. Il libro cresce d’intensità mano a mano che procediamo, fino a culminare nell’immagine finale. Osserviamo le immagini di “The Americans” e vediamo come entrino in gioco numerosi fattori. L’inconscio tecnologico, la casualità, lo spazio e il tempo, la serialità e la narrazione. Le immagini diventano concetti che non hanno bisogno di spiegazioni e, se per Cartier-Bresson esiste un momento decisivo, per Frank la fotografia rispetta l’assurdità dei fatti, dove nulla attira l’attenzione; si invalidano le spiegazioni, ci si appella al mostrare e non al dire.

Con la fotografia abbiamo di fronte una dilatazione dello spazio, un’approssimazione del tempo, non solo l’introduzione di nuove forme e colori ma lo sganciarsi dalle singole trasformazioni politiche, economiche ed artistiche di un singolo momento storico. La sua opera diviene un fenomeno sociale, assume un valore lessicale, fino a trasportarla in un campo onirico proprio di chi la osserva; si differenzia nettamente dalla pittura per l’atto essenzialmente privato insito nell’osservare l’immagine fotografica.
Ritorniamo quindi alle stesse parole dell’autore, al suo stare in assoluto silenzio, camminando attraverso il paesaggio, al suo fotografare e andare via, al guardare solamente senza un coinvolgimento diretto e senza avere un’ottica romantica o retorica, possiamo allora affermare che forse in “The Americans”, la sua opera principale, si imprime in noi l’idea di un’audacia, quella di raccontare qualcosa invalidando ogni spiegazione.

 

BIOGRAFIA

Nato nel 1924 a Zurigo, Robert Frank è cresciuto durante il caos economico e politico degli anni Trenta e Quaranta. Il fotografo ricorda come suo padre, che aveva avuto un’educazione eccellente, parlava in modo fluente inglese e francese, e che poteva recitare a memoria intere pagine del Faust di Goethe, avesse rifiutato di imparare lo svizzero-tedesco. Il decreto di Hitler del 25 novembre 1941 che negava la cittadinanza a tutti gli ebrei non tedeschi, privò la famiglia di Frank della sua nazionalità e obbligò Herman Frank a depositare 10.000 franchi svizzeri come cauzione per mantenere la sua residenza a Zurigo e continuare i suoi affari. Robert Frank prima di raggiungere i diciott’anni, si mise a lavorare come apprendista da Segesser, un fotografo professionista della sua nativa Zurigo. L’apprendistato, che durò poco più di un anno, insegnò a Frank sia alcuni lavori basilari, come miscelare gli agenti chimici, sviluppare, le tecniche di esposizione e il ritocco, sia gli aspetti più complicati dell’impostazione grafica della fotografia e il montaggio tipografico. Segesser lo avvicinò anche all’arte moderna, specialmente al lavoro di Paul Klee, che come spirito e concezione era radicalmente diverso dall’arte più convenzionale collezionata dal padre del fotografo. Vari lavori come assistente culminarono in un periodo passato nello studio di Hermann Eidenbenz, un professionista di Basilea che aveva fatto un libro sulla Finlandia contenente immagini impeccabili di magnifici scenari montani. Continuò il suo apprendistato da Michael Wolgensinger che gli insegnò a stampare a contatto il suo primo negativo, a tagliare e a numerare ordinando i negativi per argomento. Tra le prime fotografie dell’autore ci sono molte immagini di sport, paesaggi, scene di Zurigo e di celebrazioni di feste nazionali e festività locali come il “Knabenschiesse” e il “Sechselauten”.
Frank lasciò lo studio di Wolgnsinger nel settembre 1944 e per tutto l’anno seguente lavorò per breve tempo prima per Victor Bouverat, un fotografo di Ginevra, e poi per il famoso studio grafico e fotografico di Hermann Reinhold e Willi Eidenbenz a Basilea dove era responsabile di tutti i lavori di camera oscura; faceva da supervisore alle attività di un assistente e tre apprendisti e li assisteva nel compimento di tutti gli incarichi.

Dopo il servizio militare, nell’autunno del 1946, si diresse in motocicletta fino a Parigi nella speranza di fare il fotografo free-lance. Anche se ricorda di essere stato grandemente impressionato dalle fotografie di Paul Senn dei profughi durante la guerra civile spagnola, seguì la direzione di Werner Bischof. Le poche fotografie conservate dei viaggi a Parigi, Milano e poi Bruxelles, ritraggono gente che lotta per la sopravvivenza in mezzo a case distrutte o cammina in strade desolate. Queste fotografie segnano anche il suo accostarsi a quel genere di osservazione del sociale che porterà avanti in seguito con la piccola Leica in Sud America, Inghilterra e Galles.

Il 20 febbraio 1947 Frank si imbarcò ad Anversa sul S.S. James Bennet Moore diretto negli Stati Uniti. Al suo arrivo a New York mostrò ad Alexey Brodovitch, il famoso grafico e art director di “Harper’s Bazaar”, un volume di immagini, costruito e messo insieme con assoluta cura, intitolata “40 Fotos”. Le fotografie nel volume erano studi di soggetti diversi tra di loro, come  paesaggi svizzeri, ritratti e riunioni pubbliche, avvenimenti sportivi e non erano collegate da una progressione narrativa o lineare, né avevano un tema in comune. Il libro era piuttosto un compendio eclettico, un portfolio realizzato per mostrare ad eventuali clienti o datori di lavoro l’abilità di Frank nel documentare un’ampia varietà di soggetti. Ed effettivamente lo provava: Brodovitch assunse Frank come fotografo per “Harper’s Bazaar” e per la rivista collegata “Junior Bazaar”.
Dopo New York decise di partire per sei mesi per il Sud America. Andò a Lima, in Perù e poi verso le Ande. Qui realizzò foto in bianco e nero e diapositive a colori, usando sia la sua macchina da 2 pollici e 1/4 sia la 35 mm Leica: quest’ultima divenne un elemento essenziale nell’evoluzione del suo stile, mentre gli esperimenti col colore vennero presto abbandonati. Senza alcun incarico, senza scadenza fissa, senza l’obbligo di stupire, Frank girovagò in lungo e in largo per il continente per alcuni mesi, fotografando soprattutto nelle aree rurali. Quando tornò a New York fece due copie del suo lavoro con due sequenze differenti dove, in nessuno dei due casi, la sequenza descrive il viaggio concreto del fotografo: non un diario bensì una collezione di impressioni.
Nel 1949 tornò in Europa e, sempre in quell’anno, Walter Laubli pubblicò su “Camera” la prima recensione del lavoro di Frank, incluse le sue prime fotografie scattate a New York e una del “Landsgemeinde” a Hundwill. Laubli sosteneva che Frank era uno che “per il desiderio di fare esperienze di vita si era buttato nel mondo ed era zompato nella vita con la sua fotocamera… crediamo che Robert Frank possa insegnarci a guardarde”.

All’inizio degli anni Cinquanta riesce finalmente ad essere indipendente e divorziare dalla fotografia di moda. Era sua ambizione vivere come fotografo freelance e raggiungere un pubblico più vasto vendendo il suo lavoro a pubblicazioni come “Life”. Fece molti viaggi attraverso l’Europa e l’America, andò a Parigi, a Londra, in Spagna e nel Galles. In ogni posto trovò oggetti che incarnavano i suoi sentimenti per la città o per il Paese.  Cercò anche di mettere insieme un saggio fotogiornalistico, intitolato “People You Don’t See”, la presentò ad un concorso per giovani fotografi, indetto da “Life”. Le sedici fotografie documentavano le attività di sei persone che vivevano nel suo isolato dell’11ma strada a New York. Nel dicembre 1949 e nell’autunno 1952 mise assieme altri due libri fatti a mano. Il primo, un lirico, appassionato, romantico, poema d’amore per Mary Lockspeiser, che sposò poi nel 1950, consisteva di settantaquattro fotografie di piccolo formato montate su dodici fogli di carta piegati a metà. Ogni pagina, con un testo accompagnatorio scritto da Frank in inglese o francese, è dedicato ad un soggetto: fotografie di segni, come pubblicità di oroscopi, manifesti strappati, biglietti scarabocchiati, con la richiesta di fare silenzio perché “mia moglie sta dormendo”, montate con con una nota scritta a mano: “le cose più semplici cambiano quando qualcuno viene a contatto con loro. Perfino un orinatoio.

Steichen inserì Robert Frank nella lista dei collaboratori del MOMA e nel 1950 gli chiese di fare da esperto per un paio di mostre  “Post-War European Photography” e “The Family of Man”. Con la collaborazione di Werner Zyrd realizzò tre copie di un libro fatto a mano, “Black White and Things”, un volume di trentaquattro fotografie scattate in tre continenti tra il 1948 e il 1952, rappresenta la più ambiziosa uscita pubblica di Frank fino a quel momento. Ribellandosi contro la pratica diffusa delle riviste illustrate e anche dei libri fotografici, egli non incluse ampie didascalie o un testo esplicativo: la maggior parte delle fotografie sono affiancate a pagine vuote e, per la prima volta, la sequenza stabilisce il tono, impartisce l’emozione e il significato.
Nei tardi anni Quaranta Frank ricorda di essere stato molto impressionato dal libro di Kertész “Day of Paris” del 1945 e dal lavoro di Bill Brandt, che conobbe nei primi anni Cinquanta. Infatti tornò a New York, nell’estate 1956, dopo il suo viaggio del 1955, finì di sviluppare le pellicole e, come scrisse ad un redattore della Random House, nell’ottobre poteva aver fatto una selezione preliminare. Passò gran parte dell’autunno 1956 e inverno 1957 a fare stampe di prova da 8X10 pollici di circa un migliaio di immagini. Nell’aprile 1957 era quasi certo che l’editore francese Robert Delpire avrebbe pubblicato il suo libro e Walker Evans era d’accordo a scrivere l’introduzione. Il menabò rivela l’intendimento originale poiché ha lo stesso formato della prima e della seconda edizione pubblicate in Francia nel 1958 e negli Stati Uniti nel 1959. Il menabò è diviso in quattro sezioni, ognuna inizia con la fotografia di una bandiera e, come in “Black White Things”, ognuna delle quattro sezioni è dedicata ai differenti aspetti della conoscenza dell’America. Il primo capitolo affronta i vari temi che verranno sviluppati più avanti: il patriottismo, la politica, l’esercito, gli affari, la cultura afro-americana, ricchi e poveri, gioventù e religione, il secondo capitolo affronta, come dice Frank,  “How Americans live, have fun, eat, drive cars, work. Con una fotografia della sua ombra che cade sull’esterno della porta a vetri di un negozio di un barbiere, il fotografo si inserisce nel terzo capitolo dove si focalizza sull’anticonformismo dettato da immagini di sette religiose o le bande di motociclette. L’ultima sezione ci narra la difficoltà delle persone nel collegarsi fisicamente e spiritualmente con i luoghi che le ospitano. Con le parole “America, America” scritte sul retro del menabò l’autore vuole esprimere le sue reazioni verso l’America. Diversamente da Evans non vuole creare una narrazione della civiltà americana, è più che altro una critica e una constatazione dell’America che stava mutando. Il modo di procedere è stabilito nella sezione di apertura del libro, quando la fotografia di due neri ad un funerale nel Sud che fanno un gesto simile è seguita da quella fatta ad un rodeo a due cowgirls che sono gemelle. Un delinquente giovanile all’angolo della seconda foto diviene in quella seguente un vecchio sergente dell’esercito in uniforme. Avviene quindi una specie di metamorfosi dove una bandiera può divenire un pezzo di stoffa, una striscia sull’autostrada si trasforma in una striscia di una bandiera e le stelle di quest’ultima in piccole luci.

“Le fotografie sono documenti sociali… Sono simboli seri uniti nel caos più disparato… camminando con cautela così da non creare alcun disturbo nell’atmosfera tipica del luogo, il fotografo può essere considerato una sorta di occhio incorporeo nascosto, un cospiratore contro il tempo e le sue armi.”

Le parole sono di Kirstein ma Frank, come Evans, offre una visione “al margine” dell’America del suo tempo. La strada americana li unisce nella fotografia; “American Photograph” contiene 87 immagini mentre “The Americans” 89 e sono entrambi introdotti da un saggio di un autore del periodo: Lincoln Kristein e Jack Kerouac. Sia Frank che Evans offrono una serie di immagini dell’altra faccia della medaglia del sogno americano, fatta di vagabondi, stazioni di servizio, sobborghi e sottoculture e, dove Evans idealizzava profondamente, Frank era duramente critico e distaccato.

Il “New American Cinema” fondato da Jonas Mekas nel 1960, trova in Robert Frank un chiaro esponente, grazie soprattutto al suo primo film “Pull My Daisy” del 1959, scritto e narrato da Jack Kerouac. Successivamente cresce in lui l’interesse per il cinema, tanto da dirigere film tra i quali “The Sin of Jesus” (1961), “Me and My Brother” (1965/68), “Cocksucker Blues” (1972), “Home Improvements” (1985), fino al più recente “True Story” (2008). L’utilizzo del mezzo fotografico andò di pari passo con la scoperta del cinema e della regia così, dagli anni Settanta, cominciò a produrre fotografie rielaborate da precedenti scatti, attraverso collage e incisioni direttamente sulla pellicola.

© CultFrame 09/2012

 

IMMAGINI
1 Copertina del libro The Americans di Robert Frank
2 Copertina del libro London/Wales di Robert Frank
3 Copertina del film Pull My Daisy di Robert Frank
4 Copertina del Dvd del film An American Journey in Robert Frank’s Footsteps di Philippe Séclier

 

BIBLIOGRAFIA

Robert Frank, Come again. Steidl Verlag, Germany,  2006

Robert Frank, Story Lines. Testo di V. Todoli e I. Penman, catalogo di una mostra tenuta alla Tate Gallery di Londra tra ottobre 2004 e gennaio 2005 Steidl, Londra 2004

–Robert Frank, London/ Wales. Testo di P. Brookman, catalogo di una mostra della Corcoran Gallery of Art  di Washington, Steidl Verlag, Zurigo , 2003

–Robert Frank,  The Americans. Scalo, New York, 1994

–Robert Frank, Black White and Things. Catalogo di una mostra tenuta alla National Gallery of Art di  Washington, Scalo, 1994

–Robert Frank, Robert Frank. Thames & Hudson, Londra, 1991

Robert Frank e R. Wurlitzer, Robert Frank. Collection Photo Poche, no. 10, Pantheon Photo Library, New York, 1985

 

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