Water. Un film di Bargouthi, Bakri, Fuad, Sa’ar, Sarfaty, Tavger, Haring, Rozenkier. 69a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Settimana della critica

Non c’è alcun dubbio su una questione fondamentale che riguarda il Medio Oriente: il controllo delle fonti di acqua. Su tale problema, più che su questioni territoriali, politiche e/o religiose si gioca la durissima controversia che ormai da decenni vede contrapposti Israele e il popolo palestinese. Di questo aspetto fondamentale si è accorto anche il cinema, disciplina artistica che giunge buon ultima dopo altre forme espressive e di comunicazione come la fotografia (in particolare il fotogiornalismo) e l’arte contemporanea (poco i mass media).

Stiamo parlando del film intitolato Water, opera realizzata da otto cineasti: quattro palestinesi e quattro israeliani. L’impulso produttivo (più che positivo) è partito dall’Università di Tel Aviv, ma l’opera è al centro di una co-produzione franco-israelo-palestinese e tale impostazione fa emergere il tentativo (valido) di stabilire una collaborazione creativa in grado di abbattere barriere e confini (mentali).
Water è basato su sette cortometraggi (il film intitolato Still Waters è girato a quattro mani da Nir Sa’ar e Maya Sarfati) non tutti purtroppo capaci di affrontare la tematica centrale in maniera compiuta e lucida.

Su tutti spiccano The Water Seller di Mohammad Fuad e Kareem’s Pool di Ahmad Bargouthi. Si tratta di due documentari che si concentrato con particolare precisione sulla gestione e l’utilizzazione dell’acqua nei Territori palestinesi. Il primo racconta le giornate di un venditore di acqua che gira, tra mille problemi, la zona di Betlemme con la sua autobotte, rifornendo ristoranti e case private. Il secondo è basato sulla vicenda del gestore (palestinese) di una piscina privata che si trova a dover sopportare le angherie di coloni che usufruiscono della sua struttura con la prepotenza.

Gli altri cinque cortometraggi (di finzione) si incartano invece in alcuni luoghi comuni che con una certa costanza ritornano all’interno delle opere che si occupano del conflitto israelo-palestinese. Il difficile rapporto tra cittadini arabi  ed ebrei e l’assurdità di alcuni comportamenti di militari israeliani sono argomenti troppo delicati e complessi per essere ridotti a sterotipi che certo non possono in alcun modo aiutare a risolvere la tragica contapposizione che vede israeliani e palestinesi (e mondo arabo) su fronti contrapposti dal 1948. E in certe occasioni la (pesudo)poesia (spesso senza reale qualità artistica come nel caso di Water) dovrebbe lasciare spazio all’impronta documentaristica più in grado di raffigurare le sofferenze reali di due popoli che purtroppo non riescono ancora a parlarsi.

Il lavoro di Mohamed Bakri (Eye Drops), noto attore/regista palestinese di cinema e teatro, è forse quello più discutibile e ambiguo. La trama descrive il rapporto delicato tra una anziana israeliana (Sarah), i figli di Bakri e lo stesso attore. Questi ultimi con grande disponibilità la aiutano a mettere tutti i giorni le gocce negli occhi e ascoltano le sue riflessioni sulla tragedia della Shoah che ha colpito tutta la sua famiglia. La signora, però, non ha capito che i suoi amici sono arabi, al punto che dirà ai suoi intelocutori “tutti ci odiano, anche gli arabi”.
L’impostazione scelta da Bakri appare profondamente scorretta, finanche irrispettosa, per chi ha vissuto la tragedia della Shoah sulla propria pelle. Se da un certo punto di vista è interessante a livello tematico che tre palestinesi si occupino della salute di un’anziana israeliana, da un altro tutto si riduce a una piccola storia di relazioni umane condizionate dal fraintendimento. Il (terribile) sottotesto della vicenda è riassumibile in una domanda: cosa avrebbe detto la signora Sarah se avesse scoperto che i suoi amici erano arabi? Il concept della sceneggiatura, dunque, mette su piani diversi le differenti sensibilità del personaggio israeliano (inconsapevole) e quelle dei tre palestinesi (consapevoli), operando una pessima e inaccettabile classifica, di tipo morale, relativa a comportamenti che deriverebbero da contrapposte visioni delle relazioni umane (la prima “bassa”, la seconda “alta”).
Ci chiediamo perché Bakri non si sia ad esempio occupato del preoccupante negazionismo (della Shoah) che purtroppo non è così raro tra coloro che pensano che lo Stato di Israele debba scomparire dalla carta geografica. Non sarebbe meglio, per poter difendere al meglio i propri diritti, rivolgere ogni tanto anche lo sguardo verso se stessi e capire dove si sbaglia?

Water, dunque, è un’opera che nasce da una lodevole volontà di comunicazione, vicinanza e ammissione di colpe (solo da parte degli israeliani) che si configura però solo ed esclusivamente come un atto di accusa (senza se e senza ma) che spazza via con estrema superficialità la complessità di una situazione che tutti gli analisti di politica internazionale e gli esperti di geopolitica conoscono molto bene e che va ben al di là dell’eterna guerra tra israeliani e palestinesi.

© CultFrame 08/2012

 

TRAMA
Una giovane coppia di Tel Aviv è costretta a condividere la frescura di una fonte in mezzo alla campagna con un gruppo di lavoratori palestinesi tra paure ataviche e sprazzi di solidarietà (Still Waters di Nir Sa’ar e Maya Sarfaty). Un venditore d’acqua palestinese rifornisce d’estate i serbatoi e i pozzi nella zona di Betlemme lasciata all’asciutto dal controllo esercitato dai coloni (The Water Seller di Mohammad Fuad). Un soldato israeliano sull’orlo dell’esaurimento nervoso e un contadino palestinese arrestato perché ha violato il coprifuoco per annaffiare i suoi cocomeri cercano di addomesticare un’asina (Raz and Raja di Yona Rozenkier). Un attore famoso e i suoi due figli intrattengono un singolare rapporto con l’anziana vicina di casa, sopravvissuta ai campi di sterminio, a base di equivoci e gocce di collirio (Eye Drops di Mohammad Bakri). Un anziano arabo che ha vissuto a lungo negli States gestisce una piscina  frequentata da famiglie palestinesi che non hanno mai visto il mare, ma anche da gruppi di coloni che la fanno da padroni (Kareem’s Pool di Ahmad Bargouthi). Un soldato israeliano, in una pausa dalle esercitazioni, rivive un momento della sua infanzia e s’immagina immerso nella vasca da bagno mentre la madre gli lava i capelli e il padre lo esorta a sbrigarsi (Drops di Pini Tavger). Una giovane e timidissima ebrea ortodossa, mentre attende che i suoi genitori la portino a uno Shidduch, l’appuntamento che prelude a un matrimonio combinato, intrattiene una bizzarra conversazione, attraverso una porta chiusa, con un idraulico arabo (Now and Forever di Tal Haring).

(trama tratta da CineCriticaWeb – www.cinecriticaweb.it)

 

CREDITI
Titolo: WATER (Acqua) / Regia: Ahmad Bargouthi (Kareem’s Pool), Mohammad Bakri (Eye Drops),Mohammad Fuad (The Water Seller), Nir Sa’ar and Maya Sarfaty (Still Waters), Pini Tavger (Drops), Tal Haring (Now and Forever), Yona Rozenkier (Raz and Radja) / Artistic Director and Initiator: Yael Perlov / Producers: Kobi Mizrahi and Maya de Vries, produced by the Film and Television Department of Tel Aviv University – coproduced by Tu Vas Voir – supported by The Yehoshua Rabinovich Foundation for the Arts – The Gesher Multicultural Film Fund / Paese: Francia. Israele, Palestina, 2012 / Durata: 110′