Silent Souls. Intervista al regista Aleksei Fedorchenko

Billy Wilder a proposito de La dolce vita di Fellini ha detto: “non sapendo se è il film più grande oppure più noioso che abbia mai visto, alla fine ho concluso che era tutte e due le cose insieme”. Credo che la sua valutazione possa essere tranquillamente applicata ad una pellicola come Silent Souls del russo Aleksei Fedorchenko. Lunghi piani, appunto, silenziosi, psicologie espresse attraverso gesti ieratici, linguaggio asciutto ma allo stesso tempo arcaicamente poetico. Effettivamente è difficile riscontrare tutte queste componenti in un film contemporaneo. Ed è questo a confermare la sua grandezza, ma anche la sua a-temporalità. Premiato alla Mostra di Venezia edizione 2010, racconta la storia di un amore e di un viaggio, al centro del quale c’è l’attrazione del regista per i miti e le tradizioni di popolazioni scomparse.

Silent Souls tratta le tradizioni del popolo di una regione russa che ha contribuito a creare tutto quello che noi riconosciamo come “russo” oggi. Cosa è rimasto veramente di quella tradizione ?

Le tradizione di quella regione di cui parlo nel film è andata irrimediabilmente perduta. Ma la Russia è un paese enorme e ci sono molte altre terre che hanno mantenuto le loro tradizioni intatte. Essendo dislocate l’una lontana dall’altra  sono riuscite a formare il grande puzzle della Russia cosi come fanno parte comunque della stessa matrice culturale.

Nel film c’é una forte riflessione sull’idea della visione. Il protagonista è un fotografo e scatta una serie di fotografie prima di inquadrare la morte. La fotografia come strumento della vita oppure di morte come diceva Hitchcock?

Diciamo che nel nostro caso le cose sono un po’ più complicate da come le poneva Hitchcock. Dovevo parlare di un fotografo che era morto per annegamento e raccontare la sua storia attraverso alcuni scatti fotografici. La morte imperava nel film e per creare questa sensazione ho dovuto rincorrere ad un mago della fotografia come Mikhail Krichman che è riuscito al suo intento senza utilizzare chissà quali mezzi tecnici.

Allora Silent Souls è un film sulla vita, sulla morte o sull’amore?

Potrei usare questa formula: il mio film è amore uguale morte uguale vita.

Con Silent Souls abbiamo ritrovato le caratteristiche del formalismo russo magari attraverso il cinema di Tarkovski. Che cosa lo lega a quel periodo e a quel cinema?

Non considero il mio cinema formalista ma, piuttosto, simbolista. Presenta delle caratteristiche molto diverse da quel periodo storico. Ovviamente il formalismo russo mi appartiene. Sono cresciuto con quei lavori che adoravo. Tarkovski dite ? Io preferisco registi precedenti a lui come Dovzhenko o Eisenstein. Certo, una dose di formalismo c’è sempre nel cinema, non si può prescindere dalla forma. Se avessi potuto girare un film in un unico piano sequenza offrendo allo spettatore un unico punto di vista l’avrei fatto. Come potremmo chiamarlo questo: iper-formalismo oppure anti-formalismo?

Che cosa tratta il suo prossimo film?

Sono 23 brevi storie di donne che vivono proprio nel territorio marje e parlano la lingua  marje. Sono storie che spaziano tra vari generi. Alcune sono buffe altre sono erotiche, alcune invece sono melodrammatiche e altre ancora persino vicino all’horror .

Crede che il cinema sia il mezzo giusto per approfondire temi come la perdita della memoria oppure argomenti che riguardano le civiltà e le lingue che spariscono e cadono in disuso?

In un certo senso si. Perché attraverso l’arte cinematografica possiamo testimoniare tutto questo. Possiamo ricreare l’idea di qualcosa che non esiste più. Ovviamente solo l’idea o l’illusione perché non possiamo tornare indietro e salvare qualcosa che si è perso nell’oblio.

© CultFrame 05/2012

 

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CULTFRAME. Silent Souls. Un film di Aleksei Fedorchenko. Di Maurizio G. De Bonis
Filmografia di Aleksei Fedorchenko