Il primo uomo. Incontro con Gianni Amelio

Gianni AmelioDice Gianni Amelio che lui non cita, “copia”. Dice – e come dargli torto – che a fare citazioni sono bravi tutti, molto spesso anche i registi, ma il più delle volte l’esito suona come saccenteria, o esibizionismo (Tarantino docet). Invece, però questo Amelio non lo dice, copiare (saper copiare bene, s’intende) è un’arte, ma bisogna conoscere comunque la materia, se no si imita e allora spesso l’esito è goffaggine. Nel cinema ‘secondo Amelio’ – e qui interpreto un po’ le sue parole – copiare significa allora ri-creare e re-inventare (per se stessi e per gli spettatori) senso, e soprattutto emozioni, da altri film, libri, musiche, come dalla propria stessa vita.

Dunque, come ha spiegato giorni fa al cinema Anteo di Milano dopo la proiezione de Il primo uomo - traduzione e tradimento, riuscitissimi, del romanzo postumo e autobiografico di Albert Camus (alias Jacques Cormery) – Amelio, per l’occasione, ha copiato da registi e artisti amati: un’inquadratura, un volto, una canzone, una poesia, o addirittura un omaggio, o tutte queste cose insieme. Come nella scena in cui una comparsa che sembra Jean Seberg rediviva balla sulle note di Juliette Greco, come faceva in Bonjour Tristesse di Preminger (1958) dal romanzo della Sagan, esordio di una autrice ‘popolare’ che proprio Camus, unico tra gli intellettuali francesi, ebbe a difendere, credendo forse anche lui che solo “nei romanzi si trova la verità” (come Amelio fa dire nel film all’anziano maestro ritrovato di Camus/Cormery). Del resto, i giudizi su Preminger e sulla magnetica e sfortunata Seberg, rievocano quelli dati a suo tempo da Truffaut. Non possiamo infatti dimenticare che Amelio, oltre a condividere con il grande regista francese il “vizio del cinema”, è uno dei pochi cineasti italiani che conosce, anche da  studioso, il cinema, e in special modo il cinema ‘classico’ (americano, francese, italiano).

Poi c’era Pontecorvo con la sua epica “battaglia”, l’ombra lunga di quel meraviglioso bianco e nero (di Marcello Gatti), inseguita da Amelio con fatica e ostinazione, a volte sull’orlo di una crisi di nervi, come ha raccontato al pubblico milanese. Perché questo film è stato un progetto assai lungo e tormentato: nato già nel 1995, subito stoppato, poi ripartito nel 2003 dopo l’ok dato dalla figlia dello scrittore (che da contratto si era riservata l’assenso all’uso del nome del padre solo a film finito, un vero rischio per il produttore francese e per lo stesso autore); e ci sono voluti 5 anni di riprese, cambiando più volte set, Algeria, poi Tunisia e Marocco, e troupe, in balìa anche dei governi locali. Approdato, infine senza più remore, nelle strade e tra i vicoli della casbah di Algeri, Amelio cercava la celebre scalinata, ma la memoria del b/n è ingannatrice (in un film che indossa la luce, ora solare ora tenue ma sempre magnifica del fidato Luca Bigazzi) e nessuno dei collaboratori sapeva indicargliela, solo un vecchio figurante ottuagenario di quel film sarebbe riuscito a condurlo ai suoi piedi.

Ma soprattutto, tra le pieghe della Storia (del colonialismo francese e dell’indipendenza africana) e della grande letteratura, il regista ha saputo leggere e “ri-copiare”, dalla vita privata e pubblica di Camus, le molte risonanze con la propria personale vicenda umana. In quello tra i suoi film sulla carta “geograficamente e culturalmente più distante” e “più apertamente documentaristico” anche sul piano della “fedeltà delle ricostruzioni d’epoca e d’ambiente”(concordiamo a pieno con il giudizio espresso da Piero Spila su Cinecriticaweb), Gianni Amelio ha riscritto, senza sentimentalismi ma con grande sentimento, la sua infanzia e giovinezza – l’abbandono del padre, le cure femminili, della madre e della nonna, la continua ricerca di un mentore, lo studio come riscatto da una povertà vissuta in un altro sud, quello della Calabria del dopoguerra, senza vergogna e anzi con orgoglio, infine l’emigrazione e il lavoro. Ovvero, i temi portanti di una filmografia che in trent’anni e nove lungometraggi è quasi scarna ma sempre necessaria (e senza contare i tanti lavori per la tv sperimentale degli anni ’70 e ’80 o, più di recente, la direzione di festival importanti come Torino o la messa in scena d’opere liriche).

In una sceneggiatura e poi in un montaggio che mescolano con sapienza e fluidità due ben distinte epoche storiche – l’infanzia di Camus negli anni ’20, il ritorno dello scrittore appena insignito del Nobel nella sua Algeria, in quel 1957 che vede già la guerra di liberazione macchiarsi dal sangue innocente degli attentati – Amelio ritrova infine uno sguardo “più direttamente politico” (sempre secondo Spila), parlando ancora, e certo non per la prima volta, di terrorismo, del conflitto tra innocenza e cultura, della scelta tra guerra civile o civile convivenza tra culture e religioni diverse.

Voglio concludere queste mie note con un ringraziamento del tutto personale ad Amelio -ma anche allo sguardo sempre intenso e vero di Maya Sansa e Catherine Sola (che nel film sono la madre giovane e quella anziana di Camus, il quale ha l’espressione affilata e assai credibile di Jacques Gamblin). Tante scene e atmosfere e dialoghi del film mi hanno riportato e restituito alla memoria altre emozioni, di altri film e libri, e della mia vita: ero nelle pagine del Vittorini di “Conversazione in Sicilia”; riascoltavo il colloquio tra Antonutti e Regina Bianchi in Kaos dei Taviani; ero, ancora una volta, vicino a mia madre.

© CultFrame – Punto di Svista 04/2012

CREDITI
Titolo: Il primo uomo / Regia: Gianni Amelio / Sceneggiatura: Gianni Amelio / Fotografia: Luca Bigazzi / Scenografia: Arnaud de Moleron, Etienne Rohde / Interpreti: Denis Podalydes, Jacques Gamblin, Maya Sansa, Regis Romele / Produzione: Benoit Pilot, Giovani Stabilini, Narco Chimenz / Distribuzione: 01 Distribution / Paese: Algeria, Francia, Italia, 2011 / Durata: 98’

SUL WEB
CINECRITICAWEB. Il primo uomo. Di Piero Spila
Filmografia di Gianni Amelio
01 Distribution