Hunger. Un film di Steve McQueen

“Credo di essere all’inferno. Tuttavia sono qui”. Se non l’avesse scritto Rimbaud avrebbe potuto dirlo Bobby Sands che nel carcere di Long Kesh, nell’Irlanda del Nord, bruciò la sua vita, incenerita dalla violenza e dalla sopraffazione.
Tra le mura degli H-Blocks, il braccio dei detenuti dissidenti, l’aria brucia di dolore e di furia, di paura e di orrore. I carcerati, nudi e scalzi, avvolti in coperte sudicie vivono – se così si può dire –  in cubicoli maleodoranti, schiacciati dalle umiliazioni inflitte dai secondini al pari degli insetti che strisciano sul pavimento, tra i cumuli di immondizia e di escrementi.  Ed è in questo penitenziario che Steve McQueen ci mostra l’inferno, quello vero e reale, in cui uomini massacrano altri uomini, e non già per rappresentare la forza di un ideale o la fermezza di una causa, ma per smascherare la mostruosità dietro la maschera dell’essere umano.
Bobby Sands e i suoi compagni lottano, sì, per ciò in cui credono ma McQueen eleva la loro battaglia quasi al di sopra della Storia e la trasfigura nel martirio. Contro la cieca ottusità del sistema e contro la coercizione come arbitrario e disumano esercizio del potere, Sands oppone tutto se stesso. Letteralmente. Fa del proprio corpo la sua arma che, in una somma sfida, usa fino all’ultima possibilità di respiro.

Per il suo esordio alla regia  (il film è del 2008) il videoartista inglese ha scelto l’estremo, nell’accezione più profonda del termine, inteso come ultimo gesto umanamente possibile. Lasciarsi morire, tra gli stenti della fame, non vuol dire, “semplicemente” suicidarsi ma – contrariamente al volersi avviare repentinamente alla fine – significa percorrere le tappe strazianti di un supplizio che qui non si fa mera invocazione di libertà quanto accusa feroce contro l’impunità dell’ingiustizia.
McQueen fotografa la violenza alla luce tagliente del vero, non edulcora l’orrore attraverso l’arte ma, proprio per mezzo di essa, fa che esso deflagri in ogni inquadratura la cui asciuttezza, nella scelta registica e nella composizione cromatica, non ne penalizza il pathos della passione (intesa anche e, soprattutto, come tormento) ma ne disegna nettamente i contorni, come spigoli taglienti.

Michael Fassbender si lascia scarnificare nel corpo e nell’anima, fa che il suo corpo esperisca il vuoto ma non permette che ciò accada ai suoi occhi dai quali trasuda, fino all’ultimo istante di vita,  quell’impeto di dignità che non perde forza nel peso.
Hunger si rivela così un’esperienza artistica e fisica, un affresco umano di sublime e violenta bellezza che travalica il “limite” di una pellicola per rappresentare la Natura “bella e terribile” e, nel contempo, interrogarsi (nel magnifico piano sequenza del lungo dialogo tra Bobby e Padre Dominic) sul significato ultimo del ( r ) esistere.
Né santo, né eroe, Sands è stato un uomo la cui storia, come quella di tanti come lui che hanno conosciuto un laico calvario, dovrebbe ricordaci di “restare umani”.

© CultFrame 04/2012

 

TRAMA
Irlanda del Nord, 1981. Nel carcere di Long Kesh, conosciuto come The Maze (il labirinto), i detenuti dell’IRA, guidati da Bobby Sands, iniziano lo sciopero della fame in segno di protesta contro l’abolizione dello status speciale di prigionieri politici. All’interno della prigione si consumano violenze di ogni sorta contro i detenuti le cui richieste restano, a lungo, inascoltate. Nell’aprile del 1981 Sands viene eletto membro del parlamento britannico per Fermanagh e South Tyrone e il 5 maggio dello stesso anno muore, a soli 27 anni, dopo 66 giorni di digiuno. Ad ottobre si conclude lo sciopero della fame, dopo la morte di altri 9 uomini, e il governo inglese, pur soddisfacendo le richieste dei detenuti non li riconosce, formalmente, prigionieri politici.


CREDITI

Titolo: Hunger / Titolo originale: Id. / Regia: Steve McQueen / Sceneggiatura: Enda Walsh, Steve McQueen / Interpreti: Michael Fassbender, Stuart Graham, Laine Megaw, Liam Cunningham, Frank McCusker / Fotografia: Sean Bobbitt / Montaggio: Joe Walker / Scenografia: Tom McCullagh / Musica: David Holmes, Leo Abrahams / Produzione: Laura Hastings-Smith, Robin Gutch / Distribuzione: Bim / Paese: Inghilterra, 2008 / Durata: 96’

LINK
CULTFRAME. Shame. Un film di Steve McQueen. Di Eleonora Saracino
Filmografia di Steve McQueen
BIM