Cesare deve morire. Un film di Paolo e Vittorio Taviani

di Silvia Nugara

Nella sezione alta sicurezza del carcere di Rebibbia sono rinchiusi detenuti che hanno commesso reati diversi, molti dei quali legati alla criminalità organizzata, condannati a pene che vanno da un minimo di quattordici anni fino all’ergastolo. Nell’ambito di un laboratorio teatrale, alcuni di costoro vengono coinvolti nell’allestimento del Giulio Cesare di William Shakespeare per la regia di Fabio Cavalli. Per questi carcerati il progetto rappresenta un’occasione di esistere anche all’interno di una dimensione che li allontana dagli occhi del mondo. I fratelli Taviani non si limitano a documentare il lavoro di preparazione dello spettacolo, riuscendo piuttosto a raccontare l’incontro tra un gruppo di uomini e l’arte attraverso un testo che, essendo incentrato sulla violenza delle lotte di potere, li tocca da vicino.

Le ambizioni di Cesare deve morire, unico lavoro italiano presentato in corcorso alla 62° Berlinale, esulano dalla pura documentazione anche perché si tratta di un film a soggetto con una struttura chiara, di impianto circolare. La pellicola si apre con alcuni momenti dalla recita finale del Giulio Cesare per poi ricostruire le diverse fasi di preparazione della messa in scena e infine riproporre le stesse sequenze iniziali che però, nel frattempo, hanno assunto per lo spettatore tutt’altro significato e valore emotivo. Nell’arco del film veniamo infatti a contatto con le storie di questi uomini, ne vediamo l’impegno e il progressivo identificarsi con i personaggi della tragedia shakespeariana.
Il colore è utilizzato per distinguere le più realistiche scene di inizio e fine dal resto del film in cui il bianco e nero cala lo spettatore in una dimensione più cinematografica. Quasi subito ci si trova infatti di fronte a una vera e propria versione su schermo del Giulio Cesare congegnata come un gioco di scatole cinesi in cui testimonianza e dramma carcerario si innestano nella dimensione teatrale e filmica attraverso un’incessante dialettica tra vita e testo. Tutto il penitenziario diventa set e ribalta: nei cortili, nella biblioteca, nelle celle, da dietro le grate, il film ingloba anche i compagni di prigionia e alcuni secondini che assistono alle prove commentando come da una balconata.

La potenza del testo elisabettiano incontra le esperienze personali dei detenuti che nella Roma violenta di Cesare ritrovano Napoli o la Nigeria di oggi. Volti e corpi segnati da una vita violenta incarnano con un’intensità non priva di dolore i conflitti, i dubbi, la rabbia e l’orgoglio, di uomini d’onore come loro stessi sono stati. Il testo di partenza è smembrato, ricostruito, risignificato, riscritto perché ognuno possa interpretarlo nel proprio dialetto, con il proprio accento. A volte, la cultura di origine dell’attore arricchisce di sfumature nuove i personaggi che porta in scena come quando l’indovino si colora dei tratti di un pazzariello napoletano rinnovando così il tipico fool shakespeariano.
Il film riesce ad operare una sintesi tra linguaggi diversi e tra tensione etica ed estetica con alcuni momenti di vero lirismo poetico a cui contribuisce non poco la colonna sonora originale di Giuliano Taviani e Carmelo Trasia. Da segnalare anche che nella parte di Bruto figura Salvatore Striano, oggi uomo libero e attore (Gomorra) che per Cesare deve morire è tornato a lavorare nel carcere in cui fino a qualche tempo fa scontava la sua pena.

© CultFrame 02/2012 – 03/2012

 

TRAMA
Nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rebibbia viene organizzato un laboratorio teatrale per allestire il Giulio Cesare di Shakespeare. A contatto con questo testo e con l’esperienza della recitazione, emergono le storie, i drammi e i caratteri di un gruppo di detenuti, alcuni dei quali condannati all’ergastolo.

CREDITI
Titolo: Cesare deve morire / Regia: Paolo e Vittorio Taviani / Sceneggiatura: Paolo e Vittorio Taviani, Fabio Cavalli, liberamente tratto da Giulio Cesare di William Shakespeare / Fotografia: Simone Zampagni / Montaggio: Roberto Perpignani / Scenografia: Fabio Cavalli / Interpreti: Cosimo Rega, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca, Juan Dario Bonetti, Vittorio Parrella, Rosario Majorana, Vincenzo Gallo, Francesco De Masi, Gennaro Solito, Francesco Carusone, Fabio Rizzuto, Maurilio Giaffreda / Produzione: Grazia Volpi, Kaos Cinematografica, Stemal Entertainment, Le Talee, La Ribalta – Centro Studi E. M. Salerno, Rai Cinema / Paese: Italia / Anno: 2012 / Durata: 76’

LINK
CULTFRAME. Berlinale 2012. 62. Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Il programma
Filmografia di Paolo Taviani
Filmografia di Vittorio Taviani
Berlinale – Il sito

IMMAGINE
Frame del film Cesare deve morire di di Paolo e Vittorio Taviani. © Umberto Montiroli

 

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4 commenti su “Cesare deve morire. Un film di Paolo e Vittorio Taviani”

  1. Solo dei grandi maestri potevano fare un film di spessore in quella scenografia. Altri films in Italia son stati realizzati con la scenografia del carcere, ma rendere la storia interessante è più difficile. In bocca al lupo ai fratelli Taviani per Berlino, in attesa di vedere il film.

  2. Grazie per l’ultimo vostro film che è stato premiato a Berlino… Finalmente di nuovo il cinema italiano!!!

  3. Il carcere dovrebbe essere un luogo di giustizia, e invece lo hanno fatto diventare un luogo di pena,di nullita’ che uccide moralmente le persone. Rebibbia, ancora una volta dimostra di essere un teatro e i detenuti, se guidati da professionisti, dimostrano di esser dei grandi attori, facendo impallidire attori veri, o almeno presunti tali. Complimenti ai protagonisti del film. Almeno, per tutto il tempo delle riprese, sono stati se stessi e si sono sentiti liberi. Paolo

  4. Sono rimasta incantata e con il cuore lacerato… Da tanta bellezza e bravura. Complimenti a Fabio Cavalli per il suo profondo e difficile lavoro. Complimenti ai fratelli Taviani, e tanti tanti complimenti agli attori, strepitosi… Una necessita di raccontare per evadere… unica ovviamente…
    Bis bis bis!

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