Hugo Cabret. Un film di Martin Scorsese

“L’occhio – scriveva Goethe – “è debitore della sua esistenza alla luce”, così come Martin Scorsese, in questo film, è debitore della sua magia alla pura fantasmagoria del cinema delle origini che omaggia, da cineasta devoto, in quest’avventura scaturita dall’immaginazione di Brian Selznick nel libro The Invention of Hugo Cabret. Tutto, in questo film, trasuda passione per la settima arte che, seppur filtrata attraverso la lente della favola, si esprime in ogni fotogramma come a tessere una stoffa preziosa in cui sui ric(hi)ami antichi si innestano orpelli di fantastica, quanto tecnologica, modernità.
In un insieme splendidamente decorativo il regista italoamericano libra, leggera, la macchina da presa, sorvola una Parigi che, illuminata dall’alto, sembra combaciare, nella sua struttura urbana, con quella – minuziosa e perfetta – del meccanismo di un orologio e lascia che l’immaginazione permei personaggi e ambienti di una fiabesca Ville Lumière, a combaciare anch’essa, nel nome, con i due celebri fratelli che diedero vita al cinematografo.

Nulla, quindi, appare casuale in Hugo Cabret che, proprio come quel congegno che misura il tempo, incastra ogni pezzo in un dispositivo che scandisce qui, emozioni e ricordi, passato e presente, morte e rinascita. Nel microcosmo affollato e rumoroso di una stazione ferroviaria, il piccolo Hugo coltiva un sogno solitario, tenta di sopravvivere ad un passato che lo ha già ferito troppo per essere così giovane e, disperatamente, cerca di riparare un automa che sembra custodire quel segreto che potrebbe restituirgli la felicità. Accomodare quel meccanismo, infatti, non è solo una prova di tecnica o di bravura ma un modo per sanare la sua stessa esistenza; per trovare, nello sguardo fisso, ma dolorosamente inquietante, del pupazzo meccanico un barlume di speranza che lo conduca fuori dal congegno solingo del suo presente, dietro il quadrante dei grandi orologi, nascosto nei meandri della stazione.
Scorsese fa così incontrare lo spirito dickensiano del personaggio con la fantasmagoria di Méliès, ora giocattolaio triste, che ha segregato nel fondo di un armadio il suo amore di celluloide. Il mondo del 1931, così “moderno e veloce”, sembra aver smarrito la capacità d’incantarsi davanti alle immagini in movimento, di fronte alla visione variopinta di un universo da favola e il cinema di Méliès, visionario e fantastico, sorprendente e ammiccante come quel gioiello di “Le Voyage dans la lune”, pare non adattarsi più alle esigenze di un pubblico che, come l’automa del giovane Hugo, ha perso la chiave per (s)muovere le emozioni.

Un viaggio di straordinario impatto visivo in cui la regia di Scorsese esplode in ogni dettaglio nella spettacolarità della visione. L’incanto dell’occhio si sposa con il simbolico e le citazioni cinefile si susseguono alle immagini oniriche, costruite su curiose coincidenze come il deragliamento del treno nell’incubo di Hugo che riporta alla memoria le celebre fotografia dell’incredibile incidente ferroviario del 1895, proprio alla Stazione di Parigi-Montparnasse (alla quale la scenografia di Dante Ferretti si ispira), avvenuto nello stesso anno di nascita del cinema.
Nulla è a caso, dicevamo, ed è proprio in questa perfezione formale che risiede il limite del film che, spazia sì, nell’immaginifico ma, nel contempo, appesantisce il suo volo da un retorico fiabesco che sembra smorzarne i toni più sublimi e smarrirsi un po’ nella spettacolarità, in luogo dell’emozione dello spettacolo.
“Sono maestro in fantasmagorie” diceva Rimbaud in “Una stagione all’inferno” e lo stesso potremmo dire di Méliès che pagò la sua immaginazione con l’oblio, uscendone solo in tarda età, già prossimo alla fine; poiché spesso la vita non riserva lo stesso “happy end” a coloro che ci hanno regalato il sogno e l’occasione di credervi.

© CultFrame 02/2012

 

TRAMA
Parigi, 1931. Hugo Cabret è un dodicenne orfano che vive da solo nei meandri di una stazione ferroviaria. Mentre è alle prese con un misterioso automa, del quale cerca la chiave per rimetterlo in funzione, il ragazzino fa la conoscenza di una bizzarra ragazza, figlia adottiva di un burbero giocattolaio che sembra nascondere sorpredenti segreti. E’ l’inizio di un’avventura che aprirà a Hugo le porte di un mondo fantastico, oltre la sua, immaginazione.


CREDITI

Titolo: Hugo Cabret / Titolo originale: Id. / Regia: Martin Scorsese / Sceneggiatura: John Logan dal libro La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick / Interpreti: Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Asa Butterfield, Cloë Grace Moretz, Emily Mortimer, Ray Winstone, Jude Law / Fotografia: Robert Richardson / Musica: Howard Shore / Scenografia: Dante Ferretti / Montaggio: Thelma Schoonmaker / Produzione: Gkfilms / Infinitum Nihil / Distribuzione: O1 / Paese: Usa 2011 / Durata: 127 minuti

LINK
CULTFRAME. Boardwalk Empire. Episodio pilota diretto da Martin Scorsese (di Eleonora Saracino)
CULTFRAME. Shutter Island. Un film di Martin Scorsese (di Giovanni Romani)
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CULTFRAME. Gangs of New York. Il film di Martin Scorsese in dvd (di Maurizio G. De Bonis)
Sito ufficiale del film Hugo Cabret di Martin Scorsese
Filmografia di Martin Scorsese
01 Distribution

 

 

 

2 commenti

  1. Come sostiene Eleonora Saracino “Tutto, in questo film, trasuda passione per la settima arte”. E’ fuor di ogni dubbio la passione che lega Scorsese al cinema. Si evince da ogni suo film, dalla sua storia di autore. Ma a tal proposito vorrei ricordare i documentari: “Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese” (1995) e “Il mio viaggio in Italia” (1999). Anche da questi titoli si può capire quanto Martin Scorsese ami il cinema.

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