La scomparsa di Theo Anghelopoulos

di Bruno Torri

Pubblichiamo, per concessione dell’autore, il ricordo di Bruno Torri, Presidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani dedicato al regista Theo Angelopoulos.

L’improvvisa scomparsa di Theo Anghelopoulos costituisce, per l’arte filmica e per la cultura in generale, una gravissima perdita; per me, che lo conoscevo da più di quarant’anni, che gli ero affettuosamente amico e che pertanto ho avuto più volte la fortuna di dialogare con lui è, prima di tutto, un lutto personale molto doloroso che, mentre non mi consente, in questo momento, di ripensarlo con il dovuto distacco critico che merita la sua opera tanto alta e complessa, mi spinge, nello stesso tempo, a ricordarlo con urgenza, come se questo nostro dialogo potesse continuare. E’ con questi sentimenti contrastanti, e per sentirmi ancora vicino a Theo, che riprendo qui una breve nota scritta come presentazione di un convegno a lui dedicato, che il SNCCI, in collaborazione con il Festival del Cinema Europeo, organizzò nel 2007 a Lecce, nell’ambito di questa manifestazione.   

Alla fine degli anni Settanta una rivista francese organizzò un referendum tra i critici cinematografici di diversi paesi del mondo per individuare il miglior film girato in quel decennio. Vinse con largo scarto, e non fu una sorpresa, O thiasos (La recita), opera terza di Theo Anghelopoulos. La sorpresa, semmai, c’era stata qualche anno prima, al Festival di Cannes del 1975, quando il film, girato l’anno precedente, venne presentato nella sezione collaterale “Quinzaine des Réalisatuers”. Sorpresa perché questo film si impose subito come un “capolavoro assoluto”, per usare la definizione un po’ enfatica cui ricorre, forse troppo spesso, certa critica cinematografica francese, ma che in questo caso risulta del tutto appropriata; sorpresa anche perché i due precedenti lungometraggi di Anghelopoulos (Ricostruzione di un delitto e Giorni del ’36), pur apprezzabili per diversi motivi, non lasciavano tuttavia presagire una personalità autoriale così straordinariamente dotata come quella che, appunto, si rivela con La recitasorpresa, infine, perché nel suo paese d’origine – la “Grecia dei colonnelli”, una dittatura militare – sembrava impensabile la nascita di un’opera tanto libera creativamente quanto impegnata ideologicamente. Se il cinema degli anni Sessanta, forse il periodo più ricco e innovativo della sua storia artistica e culturale, viene oggi ricordato, soprattutto, per la fioritura delle diverse nouvelles vagues e per gli esordi di tantissimi registi diventati subito importanti (da Godard a Resnais, da Tarkovskij a Rocha, da Pasolini a Bellocchio a molti altri ancora), il cinema degli anni Settanta, osservato dalla stessa prospettiva, appare principalmente qualificato, pur nell’ambito di un più generale clima di riflusso, dalla nascita del nuovo cinema tedesco e dall’avvio della prestigiosa carriera di un regista come Anghelopoulos, annoverabile tra i maggiori di tutti i tempi.

Dal 1970 (l’anno del suo esordio) sino a oggi, Anghelopoulos ha diretto dieci film, dunque uno ogni tre/quattro anni. Pur considerando che alcuni di essi hanno una durata molto lunga, questa media rimane piuttosto bassa. Ciò in parte è dipeso da difficoltà oggettive, ma è dovuto anche alla minuziosa cura dei preparativi, alla complessa orchestrazione di tanti elementi compositivi, insomma al sempre perseguito ideale di perfezione che caratterizza i suoi film. Il rispetto sempre manifestato da Anghelopoulos verso il proprio lavoro, sentito e vissuto in modo totale e rigoroso come un alto compito etico oltre che come espressione della propria visione del mondo, comprende anche il rispetto nei confronti dello spettatore, cui lo stesso regista sembra chiedere una speciale collaborazione, ovvero, un’attività ermeneutica, a volte anche difficile, ma che alla fine può comportare, assieme al “piacere del testo”, un sorta di apporto creativo: lo spettatore come co-autore.

Sul cinema di Anghelopoulos, per cercare di meglio sondarlo e capirlo, si sono spesi molti aggettivi, si sono avanzate molte definizioni. A noi sembra che il termine che lo connota con più esattezza e pregnanza sia quello che viene subito in mente, cioè quello di grande. Il cinema di Anghelopoulos è grande: grande nella concezione e grande nell’esecuzione. Anche nei film dove magari è avvertibile qualche indugio manieristico o qualche eccesso di oscurità, si avverte sempre che questo cinema appartiene all’ordine della grandezza, in cui sono comprese la compiutezza formale, lo spessore culturale, la sostanza discorsiva, dunque sono compresi il bello e il vero. Per parlarci dei destini dell’uomo e della dialettica della realtà, Anghelopulos, erede consapevole della millenaria tradizione ellenistica, interroga e coinvolge il Mito e la Storia, ricorre al Teatro e all’Epica, utilizza magistralmente tutte le risorse del linguaggio filmico (i suoi piani sequenza ormai famosi come quelli di Antonioni o di Jancsó…), coniuga il classico e il moderno, il pubblico e il privato. I suoi film si presentano anche come viaggi iniziatici che ci fanno scoprire, o riscoprire, nuovi “spazi”, esteriori e interiori; il suo cinema ci comunica moltissimo e, insieme, lascia positivi margini di ambiguità e mistero che continuano a sollecitare le nostre facoltà interpretative.

CultFrame 01/2012
© CineCriticaWeb

 

LINK
CULTFRAME. La polvere del tempo. Un film di Theo Angelopoulos (di Nikola Roumeliotis)
CULTFRAME. Intervista a Theo Angelopoulos. MedFilm Festival (di Nikola Roumeliotis)
SNCCI – Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani

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2 commenti su “La scomparsa di Theo Anghelopoulos”

  1. In morte di Theo Angelopoulos -Come muore un grande artista/regista.

    Chissà perché nella mia mente vive l’idea che un grande artista debba discostarsi da tutte quelle banalità che connotano le persone che artisti non sono, cioè, che svolgono la propria vita offrendo al “mercato” i propri servigi, mettendo in disparte tutte quelle potenzialità che concernono la sfera creativa e artistica. L’artista, invece, tenta in ogni modo di sganciarsi, dai laccioli del quotidiano, per seguire una sua strada personale, diventa propositivo e creativo appunto, segue la sua mente e tenta di dar forme alla sua immaginazione e decide di sviluppare secondo sue passioni, capacità e visionarietà. Decide quindi di essere “utile “ alla società in un modo diverso che finisce per arricchire la stessa. Un regista utilizza il cinema come “materia” che dà forma alle sue narrazioni. Quando il tentativo riesce in limpidezza lo chiamiamo, capolavoro, che poi questo sia frutto di ispirazioni esterne o altre influenze, non ha importanza. Noi, i fruitori di quell’opera, che scegliamo di sederci su di una comoda poltroncina di un ambiente confortevole, ci immergiamo in quelle immagini immedesimandoci nei personaggi che si muovono in territori, anche se trasfigurati, in cui comunque ci riconosciamo.
    Il discorso della valutazione dell’opera d’arte, per le tante sfaccettature e individualità a cui bisognerebbe risalire è troppo complesso da banalizzare con poche parole che nulla qui aggiungerebbero.
    Il regista Theo Angelopoulos oggi muore, banalmente, investito da una moto come Gaudì fu investito da un tram. L’umanità ha imparato ad apprezzare le opere d’arte, le accudisce, le conserva e preserva in luoghi sicuri ma non è capace di “accudire” e salvaguardare la vita di un’artista.
    L’artista vive nell’identità collettiva e quotidiana di una qualsiasi persona, questo è giusto, non bisogna idealizzare, ma manca la cura e l’attenzione che si dovrebbe ad un “patrimonio” di tutti e allora la morte di Theo Angelopoulos è la metafora della nostra attualità, del nostro smarrimento, anche lui, oggi, risulta un viaggiatore disperso che addirittura non tornerà mai più.
    Con i suoi film capolavoro, “Il passo sospeso della cicogna” e “Lo sguardo di Ulisse”, ha parlato molto a chi come lui ha voluto fare arte cinematografica ma più di tutti ha parlato a tutti noi, uomini “moderni” che ci accingiamo nel tentativo di disegnare una vita nuova, nel senso degli aspetti psicologici e politici. Senza fare i conti con la storia di una fetta importante di umanità lasciata indietro, appunto dalla storia, che forse non basteranno altri cinquant’anni per colmarne le distanze.
    Ecco, il dolore , quindi per la perdita di un’artista che in qualche modo ci ha fatto “vedere” e riflettere. Lui, figlio di quella grandiosità che è stata la grecità, per gran parte dell’umanità, si è perduto nella banalità del caotico vivere al Pireo, identico, questo, ad una qualsiasi nostra città. Oggi la sua terra e noi tutti lo piangiamo ma ci rimangono le sue opere e il suo “sguardo” purtroppo poco richiamato in tanto cinema di scarto che riempie a torto le sale cinematografiche al pari di fast-food, dove la qualità è sacrificata al dio denaro.

  2. Condivido quanto è stato detto.
    Voglio solo aggiungere un ricordo personale. Con mio marito il pittore Gino Fossali, l’abbiamo conosciuto in vacanza, a Vivari una piccola baia vicino a Nauplia nel Peloponneso: era il lontano 1977. A Milano avevamo appena visto “La Recita”, uno dei suoi film più belli. Il conoscerlo, il parlare di Mito, così con semplicità, tra una nuotata e l’altra tra una moussaka e una gauloise bleue mi rimanda alla sua sempicità, caratteristica dei “grandi”. Poi nel 79 sempre a Nauplia Fossali aveva organizzato una mostra su temi mitologici. Theo è arrivato e con fare gentile ha detto: “moi je suis le premier”. C’è una foto che ricorda questo bel momento.

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