E ora dove andiamo? Intervista alla regista Nadine Labaki

di Nikola Roumeliotis

Quando si incontra una persona come Nadine Labaki, la regista di Caramel e adesso dell’intenso E ora dove andiamo?, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una di quelle commedianti che appartenevano alla vecchia scuola  del cinema: quelle che evocavano più di quel che dicevano. Infatti, Nadine Labaki fa parte di un tipo di cinema che “fa finta” di raccontare certe cose per parlare di “altro”. E alla fine tutti, anche quelli che si riconoscono “nell’altro”, escono dalla visione appagati.

CultFrame l’ha incontrata.

Come in Caramel, il suo precedente film, anche qui c’è un mix di commedia e politica. Come nasce la sua passione per la mescolanza dei generi?

Io non penso mai al perché faccio le cose che faccio, cerco di analizzarne i motivi e forse solo dopo, e non sempre, riesco a capire alcune cose del mio cinema. Noi siamo cresciuti in Libano, tra guerre feroci, e la maggior parte del tempo eravamo costretti a rimanere a casa, facendo una vita abbastanza monotona. Io cercavo di ingannare la noia guardando la tv. E attraverso la tv sono riuscita ad arrivare a un conclusione che per me era stupefacente: che potevano esistere realtà diverse dalla mia. Attraverso la tv potevo sognare un posto migliore. Più tardi ho capito che per poter creare realtà diverse era necessario diventare regista: quando faccio un film io sogno un mondo diverso, ed è questo il senso del mio mescolare generi come la commedia, il musical e il dramma.

Le sue protagoniste sono soprattutto donne. Pensa che se le donne fossero al potere avremmo meno guerra?

Non ho una risposta precisa, anche questo è il motivo per cui il titolo del film finisce con un punto interrogativo. Eppure ho la sensazione che le donne possano andare oltre il conflitto. Siamo più portate a rifletterci due volte, pensarci sopra prima di farci coinvolgere: sono le donne che rimangono vedove e devono occuparsi dei bambini orfani, e sono loro che perdono i figli in guerra.

Sembra che il tema la tocchi da molto vicino…

Sono rimasta incinta proprio mentre scrivevo la sceneggiatura del film. Volevo condividere il punto di vista di madre e di donna, era diventata una grande responsabilità, una missione. Mi chiedevo in che mondo sarebbe cresciuto il mio bambino: noi mamme siamo pronte a tutto pur di impedire ai nostri figli di andare a combattere.

Cosa pensa di quello che sta accadendo ai confini del Libano negli ultimi tempi? Nella Primavera Araba anche le donne sono in prima linea…

Sono molto orgogliosa di quello che le donne sono state capaci di ottenere e del fatto che siano più consapevoli di questa loro responsabilità. Ma anch’io mi sentivo vicino alla Primavera Araba. Ho la sensazione di aver partecipato anche io in qualche maniera con il mio film. D’altra parte però sono anche dubbiosa: temo che la situazione risulterà più complicata del solito alla fine.

Torniamo a parlare dell’impronta leggera che caratterizza il suo film che racconta cose tutt’altro che leggere…

Conosco tante donne che hanno perso i loro cari, che sono a lutto eppure continuano a mantenere il senso dell’umorismo, ad andare avanti col sorriso: dobbiamo fare come loro. D’altronde l’approccio che ho adottato in questo film non è realistico, non c’è un’ambientazione specifica. E questo fa mostrare il conflitto come  qualcosa che avrebbe potuto verificarsi tra chiunque, anche tra due partiti o due squadre di calcio, è un conflitto che riguarda semplicemente gli esseri umani. L’aspetto musicale, poi, mi ha permesso di aggiungere il tono fiabesco ad un film con un tema così importante.

Ha vinto molti premi e spesso quelli del pubblico. Insomma, il suo cinema piace alle platee.

È curioso per esempio che il pubblico non libanese capisca, delle volte molto di più di quello proprio del mio paese, le situazioni che succedono nei miei film. E questo ovviamente mi fa pensare che non si tratta solo del conflitto tra cristiani e musulmani, ma piuttosto di una guerra che può esistere tra vicini di casa che vivono sullo stesso piano ma non si parlano e non si incontrano. La gente ha paura degli altri, non ha contatto con persone che non conosce. Io sono un’idealista e un’ingenua, mi immagino un mondo migliore con maggiore partecipazione pacifica e maggiore scambio. Ma io sono un po’ naif.

© CultFrame 01/2012

 

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Filmografia di Nadine Labaki

 

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