Immenso e fragile. Mostra di Ragnar Axelsson

Islanda, Isole Faroe, Groenlandia, Canada, spazi sconfinati che raramente diventano soggetto delle ricerche fotografiche degli artisti. Facile immaginare il motivo di questa assenza dalle scene, date le condizioni climatiche estreme che impongono ostacoli durissimi con cui confrontarsi, per chi decida di affrontare la natura selvaggia dei nord del mondo. A latere delle oggettive difficoltà fisiche da sopportare, ambienti come quelli dei ghiacci presentano caratteristiche così straordinarie da richiedere grande esperienza tecnica a chiunque voglia mettersi in dialogo con essi. Il freddo che spacca le pellicole, fa collassare gli apparecchi tecnologici e una luce soprannaturale che si alterna a un buio siderale, in un susseguirsi di contrasti la cui ripresa è riduttivo definire ardua, sono materia rischiosa da maneggiare anche per i fotografi più esperti.
Il contraltare di questa realtà proibitiva è una bellezza preziosa e impossibile da esperire in qualsiasi altro luogo del pianeta, dove la natura pressoché intatta si difende dall’incursione umana – per quanto possibile – con gli artigli del gelo.

Ragnar Axelsson, fotografo islandese, ha dedicato a questi scenari una parte consistente della propria vita, venticinque anni di scatti ora visibili nella mostra Immenso e fragile, ospitata presso il Centro Culturale Milanese, dal titolo che sembra racchiudere con rara puntualità i caratteri  denotanti di un mondo a noi quasi sconosciuto. Venticinque anni di ricerca ostinata danno immediatamente la misura di trovarsi al di là dei termini della fotografia reportagistica: lungi dall’essere un lavoro meramente documentale, le immagini di Axelsson colgono profondamente lo spirito dei luoghi rappresentati. Partendo da una matrice giornalistica, il lavoro del fotografo è progressivamente maturato, fino a raggiungere una completa autonomia. Riecheggiano le note della letteratura nordica classica, il senso epico delle saghe e l’andatura solenne e minuta ad un tempo dei poeti islandesi nelle immagini granitiche dedicate ai paesi dei ghiacci, fotografie nate dall’urgenza di testimoniare la scomparsa di un mondo primordiale e divenute poi un’elegia dell’iperboreo.

Si è evocata spesso l’idea del silenzio, a proposito del lavoro di Axelsson, e in effetti una misteriosa sinestesia si manifesta osservando questi scatti. Sembra di sentirlo, il sibilo del vento, il vuoto dell’aria che si apre senza confini, rarefacendosi, l’assenza di suoni che, a sua volta, possiede una vibrazione inconfondibile. Mai le immagini sono solo visione e in queste fotografie è fortissimo il coinvolgimento sensoriale dello spettatore, che odora, percepisce sulla pelle, ode quel nord – o un’idea della “nordità”, perché quel nord che noi osservatori ricostruiamo sensorialmente non può infine che essere un’idea, una bellissima costruzione letteraria legata a un luogo invero reale – e il genius loci che lo anima. Un insieme stratificato di idiomi, tradizioni, cultura e qualcosa di più arcaico o forse mitologico, ovvero la percezione di un “carattere” che difficilmente può essere raccontato senza utilizzare le lingue native, sovente le uniche in grado di dire i luoghi che le ospitano e i popoli che le cantano.

Ancora più dei volti, dei corpi, sono gli spazi a parlare: poche volte come in questi casi sembra appropriato chiamare in causa l’ottocentesca categoria estetica del Sublime, rinnovata qui dalle inquietudini legate ai disastri ambientali e al progressivo surriscaldamento terrestre, che mina il delicato ecosistema dei ghiacci e pone dinanzi alla progressiva perdita di identità delle popolazioni indigene.

Al di là del desiderio di narrare un patrimonio naturale e antropologico, le fotografie di Axelsson affascinano per un limpido equilibrio e per una capacità di inscrivere paesaggi sconfinati nell’inquadratura, senza comprimerli né renderli leziosi. Si tratta di un’immagine mai addomesticata, anzi che neppure si concede la variazione del colore. La gamma della luce e dell’ombra in tutta la sua escursione, dalla morbidezza onirica della neve polverizzata e degli orizzonti che si fondono con i cieli plumbei, al nitore accecante delle montagne di ghiaccio che si stagliano contro acque metalliche e cieli trapunti di stelle; ancora, qualche sparuto insediamento umano, eroico nella volontà di esistere nel freddo assoluto, volti solcati da rughe che sembrano falesie, cani, cavalli. Un mondo dove gli spazi e chi li abita sono necessariamente una cosa sola, un ecosistema poderoso eppure labile, potente metafora della nostra stessa finitezza e rimando alle incessanti domande che dovrebbero risuonare in noi, sovente dimentichi del rapporto che ci lega alla natura e auto reclusi in una distratta condizione di monadi.

© CultFrame 12/2011

 

IMMAGINI
1 Ragnar Axelsson, Gardakot, Mýrdalur, Islanda, 1995 © Ragnar Axelsson
2 Ragnar Axelsson, La transumanza delle pecore, Islanda, 2010 © Ragnar Axelsson
3 Ragnar Axelsson, Holt, Islanda, 1993 © Ragnar Axelsson

INFORMAZIONI
RAGNAR AXELSSON. Immenso e fragile. Un racconto dal nord
Dal 30 novembre 2011 al 15 febbraio 2012
Centro Culturale di Milano / Sala Verri / via Zebedia, 2 / Telefono: 02.86455162
Orari: lunedì – venerdì 10.00 – 13.00 e 15.00 – 18.00 / sabato e domenica 16.00 – 20.00 / Chiuso martedì / ingresso libero
Catalogo: Admira Edizioni, collana I Quaderni del CMC

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Centro Culturale di Milano