Miracolo a Le Havre. Un film di Aki Kaurismaki

Abbandonata la Vita da bohème, lo scrittore Marcel Marx si ritira a fare il lustrascarpe nel porto francese di Le Havre, sulla manica. L’amore per la devota moglie Arletty, qualche bicchiere di vino al bar, il lavoro: Marcel avanza lentamente lungo una quotidianità semplice, non priva delle piccole umiliazioni legate alla povertà, ma tutto sommato tranquilla, in cui la miseria si combatte riducendo all’essenziale i propri bisogni (e non è difficile cogliere in questo una sorta di consiglio per affrontare l’imperante crisi economica).
Fin quando non decide di offrire rifugio a un bambino africano, Idrissa, arrivato in un container con altri clandestini e fuggito dalla polizia che ne segue le tracce. Intanto, Arletty si scopre gravemente malata, e viene ricoverata in ospedale, lasciando Marcel da solo, intento ad aiutare il bambino a raggiungere Londra, dove si trova la madre.

Dopo l’affondo malinconico delle Luci della sera, Aki Kaurismaki sembra ritrovare un po’ di ottimismo e immagina una favola di poveracci come l’avrebbe girata un Marcel Carné, un Bresson o un Tati; con i tempi, i vuoti, i silenzi e le musiche di un cinema (oggi) nostalgico, che rifugge l’estetica della contemporaneità, proiettato indietro di oltre mezzo secolo, e in questo squisitamente postmoderno. Protagonisti, come sempre, sono gli sguardi dei personaggi, luoghi adibiti al transitare di incertezze e delicate emozioni, paradigma di un’esistenza da percorrere a piedi, con rassegnata e paziente serenità.
Il tema dei profughi africani verso un’Europa che non ha più molto da offrire loro, trova nel regista finlandese l’ennesima variazione, in un momento nel quale molti cineasti hanno dimostrato sensibilità e un tempismo quasi telepatico proponendo contemporaneamente la medesima questione; basti pensare ai nostri Olmi e Crialese, rispettivamente con Il Villaggio di cartone e Terraferma. Ed è interessante come queste pellicole presentino forti punti di contatto nelle dinamiche della storia, nel modo in cui evolve l’intreccio, nella raffigurazione quasi iconica dell’immigrato e in una rappresentazione dello stato come entità stolta, mossa da inefficienti automatismi.

Ma la marcata insistenza su raccordi formali e cromatici (l’onnipresenza del rosso e del blu) include le poche ambientazioni in un’unica illustrazione, e fa pensare a un piccolo mondo di cartapesta che – lo percepiamo inquadratura dopo inquadratura – dichiara la propria estraneità alla realtà. Qui va rintracciato il senso della fiducia (nell’uomo, nei buoni sentimenti, nella fratellanza) che percorre il film, al servizio di un’operazione sì drammaticamente neorealista, ma che sceglie di tenersi al di qua della fiaba, a metà strada tra meraviglia e menzogna. D’altronde, dettagli quasi cartooneschi compaiono nella recitazione (la fuga di Idrissa, ad esempio, è scandita a mo’ di fumetto), nella presenza disneyana del cane Laika, nel vicino brutto e cattivo (Jean-Pierre Léaud), nelle luci che disegnano netti chiaroscuri, come in un umorismo fin troppo facile, che probabilmente perde con il doppiaggio alcune sfumature.
Dunque, la realtà descritta da una finzione che anziché celare esibisce i propri segni, è forse un messaggio che va letto al contrario: tutto ciò che accade qui – sembra suggerire – non fa parte del nostro mondo. Il che è assai meno rassicurante di un dramma mostrato esplicitamente, e porta con sé un anima profondamente disillusa.

Nel complesso, ancor più del problema dell’immigrazione, è il sentimento d’amore a commuovere, quello tra persone avanti con gli anni, dove la pulsione sessuale, debordante nell’immaginario moderno e incoraggiata dai media, lascia il posto a un affetto autentico e autunnale: non un fuoco, ma un tepore attorno al quale due persone si stringono e trovano conforto.
Lo leggiamo certamente nella (consueta) coppia di protagonisti André Wilms e Kati Outinen, con le loro le facce improbabili e “iperreali”, ma è con il rocker d’antan Little Bob (all’anagrafe Roberto Piazza), l’Elvis di Le Havre, che il film recupera verso la fine lo slancio visuale e poetico che aveva perso in una parte centrale leggermente fuori fuoco. La scena del concerto, stretta sul viso del cantante, è infatti un paesaggio di sconfinata e sorridente malinconia, e la vicenda che lo vede coinvolto, seppur breve, apre una finestra sul Kaurismaki migliore.
In quest’ottica, il tema centrale appare un po’ pretestuoso, non adatto forse alla sensibilità strampalata del regista, o comunque spinto sullo sfondo dalla divertente e patetica umanità di questo manipolo di disgraziati e derelitti, con i loro volti segnati e imperfetti cui non ci stancheremo mai di voler bene.
Come a dire che il film c’è, ma di qualche grado spostato rispetto alle sue coordinate ideali.

© CultFrame 11/2011

 

TRAMA
Marcel Marx ha lasciato la vita da scrittore e bohémien e si è ritirato nella città portuale di Le Havre, in Francia, dove vive con la moglie Arletty e il cane Laika, lavorando come lustrascarpe. Un giorno si imbatte in un bambino africano, arrivato in un container e fuggito alla polizia che lo sta cercando. Decide di nasconderlo in casa sua per poi aiutarlo a raggiungere la madre a Londra. Ma la lontananza della moglie ricoverata in ospedale per una grave malattia, la mancanza di soldi, e l’ostilità della polizia creeranno non pochi problemi.


CREDITI

Titolo: Miracolo a Le Havre / Titolo originale: Le Havre / Regia: Aki Kaurismaki / Sceneggiatura: Aki Kaurismaki / Fotografia: Timo Salminen / Montaggio: Timo Linnasalo / Scenografia: Wouter Zoon / Interpreti: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc-Dung Nguyen, Laika, Roberto Piazza, Jean-Pierre Léaud / Produzione: Sputnik, Pyramide Productions, Pandora Film / Distribuzione: BIM / Paese: Finlandia, Francia, Germania, 2011 / Durata: 93 minuti

LINK
Sito ufficiale del film Miracolo a le Havre di Aki Kaurismaki
Filmografia di Aki Kaurismaki
BIM