Una separazione. Intervista al regista iraniano Asghar Farhadi

di Nikola Roumeliotis

Il fatto che un film vinca tutti i premi più importanti in un festival è un caso raro. E questo fa diventare Una separazione, dell’iraniano Asghar Farhadi, una pellicola preziosa. Ovviamente, l’Orso d’Oro del Festival di Berlino vale sia tutti i premi vinti che il successo ottenuto in tutto il mondo.
Questa ragnatela di bugie e verità, di inganni e fughe nell’ambito della quale si racconta di una coppia che sta per divorziare ha qualcosa di arcaico e di archetipico riflettendo così sul senso della tragedia anche dal punto di vista drammaturgico.
Il marito vuole portare con sé la figlia all’estero, non riesce però a partire per non abbandonare il padre affetto dal morbo di Alzheimer. Sentimenti, rapporti interpersonali, tensioni umane in un groviglio inestricabile.

Abbiamo incontrato il regista Asghar Farhadi.

Come è  nata l’idea del film?

Mi trovavo a Berlino e lavoravo ad una sceneggiatura che era ambientata proprio in quella città. Una sera, a casa di un mio amico, in cucina, ho sentito un brano iraniano che arrivava dalla porta accanto.
All’improvviso, mi sono commosso, la mia mente è stata sopraffatta da ricordi e immagini legate a un’altra storia.  Queste nuove immagini e le idee erano entrate deliberatamente dentro di me e non mi abbandonavano. Ero ossessionato dall’idea di una storia proveniente da un altro mondo, che disturbava il mio soggiorno a Berlino. Sono partito per l’Iran ed ho iniziato a scrivere quest’altra storia.

Crede che il pubblico occidentale sia in grado di capire il suo film?

Probabilmente è più semplice per il pubblico iraniano stabilire un legame completo con la pellicola. Parlare la stessa lingua, e riconoscere il tessuto sociale in cui la storia è ambientata senza dubbio permette di arrivare ad una comprensione più immediata. Tuttavia, al centro della storia c’è una coppia sposata. Il matrimonio rappresenta un rapporto tra due esseri umani, che non dipende dall’epoca o dalla società in cui si vive. La questione dei rapporti umani non è legata a un posto o a una cultura precisa. È un tema universale.

Quello che colpisce in Una separazione è il fatto che racconta una storia, se vuole, vista più volte, ma con uno stile più interessante. È una sua cifra stilistica?

Quando giro un film non mi concentro solo sull’argomento, sul tema del film ma cerco di portare avanti anche altre cose importanti, insomma non mi interesso solo all’argomento. Poi non amo vedere i film che sono girati in funzione della loro trama e soprattutto non mi piace girare dei film che sono raccontati male. Quindi ho cercato di abbinare alla trama lo stile di un film d’investigazione. Così, chi non conosce l’Iran, oppure non è interessato a temi come questi, ha comunque la possibilità di vedere del buon cinema. Non mi piace rendere gli spettatori passivi.

Spesso nel suo cinema cerca di raccontare il politico attraverso il sociale. È cosi?

Nei film che ho fatto, ho cercato di soddisfare vari punti di vista. Perciò cerco di permettere allo spettatore di trovare una dimensione morale o anche  sociale dei personaggi. Ho cercato di evitare che si possano incasellare troppo le mie storie. Così dipende molto da quello che lo spettatore vuole vedere.
In Una separazione racconto la vita privata di due famiglie. A loro capitano una serie di eventi che per affrontargli nel miglior dei modi vengono indotti a delle riflessioni politiche. Ecco che riesco ad esprimere il politico attraverso il sociale.

Il film ha già ottenuto vari riconoscimenti internazionali, tra cui l’Orso d’Oro a Berlino, e andrà ai prossimi Oscar, in concorso, come miglior film straniero. Hanno importanza questi riconoscimenti? E secondo lei, gli Oscar hanno ancora oggi una rilevanza nel mondo del cinema?

I premi sono utili per il film ma non per il cineasta: la sera puoi emozionarti per un premio ricevuto, ma il giorno dopo devi mettere quest’emozione da parte, dimenticartela. Il rischio, altrimenti, è che il regista entri in conflitto con se stesso, che giri un film tenendo sempre a mente il precedente, e cercando di replicarne i risultati.
Gli Oscar? Non lo so comunque preferisco non pensarci. Consideriamo che da una parte c’è il film e dall’altra parte il budget che viene speso per la promozione. Non lo so proprio. Meglio non pensarci.

Qual è la situazione oggi, in Iran, per quanto riguarda la censura?

Dipende dai film, ne escono molti. Comunque, di cento film che escono in un anno, ottanta non hanno problemi con la censura: quelli che incontrano più difficoltà sono i film impegnati, dai temi più seri, però è da sottolineare che un film che ha problemi con la censura non è necessariamente un bel film. Anche il mio film fa parte di quelli che hanno avuto problemi, ma per principio evito di parlarne e di difenderlo prima che il pubblico lo abbia visto: non mi piace fare del vittimismo.

In molti festival internazionali da un po’ di tempo c’è una sedia vuota: quella di Jafar Panahi…

Io penso che qualunque cineasta non sia contento di vedere quella sedia vuota. Personalmente sono dispiaciuto sia come regista che come essere umano dei problemi di Jafar Panahi perché sono un suo grande amico.
Ma non so se sia conveniente parlare più di tanto o fare qualcos’altro. Non lo so proprio.

© CultFrame 10/2011

 

LINK
CULTFRAME. Una separazione. Un film di Asghar Farhadi
CULTFRAME. About Elly. Un film di Asghar Farhadi
Filmografia di Asghar Farhadi

 

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