Tomboy. Un film di Céline Sciamma

di Silvia Nugara

Dopo essersi aggiudicato il premio della Giuria ai Teddy Awards della Berlinale 2011 (riconoscimenti per film a tematica GLBTQ), il premio del pubblico e il premio Ottavio Mai al 26° Torino GLBT Film Festival, Tomboy esce finalmente nelle nostre sale grazie alla casa di distribuzione Teodora Film di Vieri Razzini. Il pubblico italiano potrà così apprezzare un lavoro che riesce a coniugare una delicatezza tematica e stilistica priva di compiacimento con la capacità di tenere costantemente vivo l’interesse dello spettatore.

Il titolo è la parola usata in inglese per chiamare “maschiaccio” quelle ragazze che vestono, agiscono e si presentano in modi solitamente tipici della mascolinità tradizionale: abiti sportivi, passione per il calcio, modi rudi. La protagonista di Tomboy è un “maschiaccio” di dieci anni chiamata Laure. Con la fine dell’estate, la sua famiglia trasloca in un nuovo quartiere e lì Laure coglie l’occasione di un malinteso per presentarsi ai coetanei con il nome di Mikaël. Seguiranno omissioni, mezze bugie, sotterfugi anche molto spassosi, sorprese e delusioni che dimostreranno a Laure/Mikaël, alla sua famiglia e ai nuovi amici il peso e i vincoli che derivano dal dirsi/essere/fingersi maschio o femmina.
Il film si serve perciò di un topos del cinema d’azione, quello della spia, dell’infiltrato che rischia costantemente di essere scoperto e sanzionato, e lo riadatta ad un milieu di pre-adolescenti per trattare in modo non convenzionale il periodo della crescita e gli interrogativi legati a quell’ambito complesso e affascinante che è l’identità di genere. Il risultato è efficace e costellato di momenti di vera e propria suspence.

Di formazione letteraria prima e cinematografica poi, la giovane regista Céline Sciamma giunge a questa opera seconda dimostrando di saper padroneggiare sia gli strumenti della strutturazione narrativa sia quelli del “dare a vedere” e quindi del mostrare tanto quanto del nascondere. La sua è infatti una riflessione che chiama in causa proprio lo sguardo e il modo in cui la cultura lo condiziona.
Profondamente sensibile alle questioni legate al genere e alla sessualità, Sciamma ha esordito felicemente nel 2007 con un film intitolato La naissance des pieuvres, proiettato al Festival Sottodiciotto di Torino e incentrato su adolescenza e primi amori ma anche più direttamente sull’omosessualità. Tomboy, invece, non tratta l’omosessualità, interroga in modo semplice ma più ampio il complicato rapporto tra natura e cultura chiamando in causa l’arbitrarientà della distinzione nettamente dicotomica tra maschile e femminile e soprattutto delle pratiche che ne assicurano la perpetuazione (tagli di capelli, colori degli abiti e degli accessori, toillettes separate, giochi sessuati, etc.).

Nella scena iniziale, la regista mette astutamente alla prova le percezioni dello spettatore il quale di fronte alla creatura protagonista, che insieme al padre sta al volante di un’automobile, sembra portato a pensare si tratti di un maschio, salvo poi ricredersi una volta scopertone il nome di battesimo. In seguito, per tutto il film, lo spettatore vede Laure laddove gli ignari amici vedono Mikaël: un’amichetta trucca Mikaël, per cui ha una cotta, rimanendo incantata e sorpresa dal risultato. Tornando a casa la madre di Laure trova che il trucco le doni molto: il soggetto è lo stesso ma l’effetto è diverso.
Capiamo così che quando alla nascita veniamo dichiarati “maschio” o “femmina”, questi nomi hanno un effetto radicale sul nostro modo di agire nel mondo, sulle aspettative che la società nutre nei nostri confronti, sullo sguardo che gli altri portano su di noi e su quello che noi portiamo sugli altri. Se nel 1997 l’eccentrico La mia vita in rosa trattava il rapporto infanzia-identità di genere scegliendo i toni sgargianti del paradosso e della favola, Tomboy opta per una messa in scena spoglia e dialoghi essenziali aderenti al realismo con cui Sciamma ha scelto di trattare il tema e di risolvere la vicenda della piccola Laure.

© CultFrame 10/2011

 

TRAMA
È la fine dell’estate e la famiglia di Laure si trasferisce in un nuovo quartiere dove la bambina dovrà cercare di fare nuove amicizie. Un giorno Laure conosce Lisa che la scambia per un maschio e Laure ne approfitta per presentarsi con il nome di Mikaël. È allora nelle vesti di un maschio che Laure farà amicizia con i bambini del quartiere. Ma il suo segreto non può durare a lungo, a breve inizierà la scuola e nel frattempo l’amicizia di Lisa per Mikaël sembra essersi trasformata in qualcosa di più…

CREDITI
Titolo: Tomboy / Regia: Céline Sciamma / Sceneggiatura: Céline Sciamma / Fotografia: Crystel Fournier / Montaggio: Julien Lacheray / Scenografia: Thomas Grézaud / Musiche: Jean-Baptiste de Laubier / Interpreti: Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy / Produttore: Bénédicte Couvreur / Distribuzione: Teodora Film / Paese: Francia, 2011 / Durata: 84 minuti

LINK
Filmografia di Céline Sciamma
Teodora Film

 

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3 commenti su “Tomboy. Un film di Céline Sciamma”

  1. Concordo che il pregio principale del film sia la grande naturalezza della messa in scena e delle interpretazioni (che comunque trasmettono emozioni e anche quella forma di “suspence” cui si riferisce la recensione): un miracolo che ai cineasti francesi è riuscito di frequente con protagonisti bambini o ragazzi, ma che si può ottenere solo con una grande preparazione. La costruzione del film precedente dell’autrice “La naissance des pieuvres” era più evidentemente strutturata, seguendo anche alcuni luoghi comuni del genere “film sugli adolescenti”, mentre in questo caso la sua capacità di metterci alla stessa ‘altezza’ dei personaggi (ragazzini) è davvero notevole.

  2. A leggere l’ottima recensione di direbbe un film semplice ma è certo che non lo è. Quando ci si addentra nel mondo dell’adolescenza
    si và a trattare con una materia incandescente , ci si può “bruciare” ma quì la Sciamma pare che se la cavi benissimo.
    Il travaglio dell’identità di genere è stato già ampiamente trattato ma quì il film riesce ad andare “oltre” mi pare una forte critica al mondo dell’apparire quello che si è senza compromessi per quello che si vorrebbe essere. Le convenzioni vengono messe a dura prova da un atteggiamento rivoluzionario e coraggioso che come sempre rusulta vincente là dove lo si applica.

  3. Ottima e profonda analisi di un film costruito su di un argomento molto molto delicato. Si permette a chi non ha ancora visto il film di poterne apprezzare e approfondire le sfumature più sottili, che potrebbero non essere così evidenti a un occhio poco attento a questioni di genere.
    Grazie per l’analisi.

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