Quando la notte. Un film di Cristina Comencini

Cristina ComenciniUna casa isolata in alta montagna, una madre dall’animo fragile, un bimbo che non smette mai di piangere e poi un incidente: una ferita alla testa e un’altra, più profonda, del senso di colpa. Tutto ciò ricorda (troppo) qualcosa ed è anche il primo segno di quella slealtà intellettuale che permea tutto il film. Quando la notte, tratto dall’omonimo romanzo della stessa regista, è un’opera che si addentra in un territorio, quello della maternità e del suo complesso meccanismo, non soltanto estremamente insidioso ma meritevole di un approfondimento e di una sensibilità che, in questo caso, latitano desolatamente.

Fin dalle prime inquadrature la Comencini mette in moto il meccanismo della tensione: musica in crescendo, il bus che percorre la strada tortuosa verso le vette innevate e due occhi smarriti nello struggimento del ricordo e, mentre il passato si fa presente (la storia è raccontata attraverso un lungo flashback), un senso di turbamento sembra pervadere la protagonista, per farsi funesto presagio. Anche in questo l’artificio è palese, uno stato di ansia che non ha nulla di autentico ma che, insieme agli altri elementi del film – la paura dell’abbandono, lo sgomento della solitudine, la difficoltà di amare ed essere amati – , concorre alla costruzione di un’architettura di illusoria sensibilità.

Un percorso narrativo, quello di questo film che, al pari degli impervi sentieri lungo i quali camminano i protagonisti, si avvicina pericolosamente al baratro e vi finisce dentro. Una caduta in verticale non soltanto di senso stilistico/narrativo ma, soprattuto, etico. Parlare della maternità e di come essa, in quanto concreto evento epifanico della creatura femminile, comporti un profondo mutamento nella esistenza, fisica e mentale, di una donna non è impresa da poco e, per farlo (bene), sarebbe necessario maneggiare tale materia non solo attraverso la conoscenza approfondita di essa ma, prioritariamente, con straordinaria cautela.

La regista, invece, ricorre ai cliché più triti per raccontare una storia di dolore e di distacco e – non paga – amplifica, in una sceneggiatura a dir poco claudicante, la banalità in dialoghi risibili e situazioni al limite del ridicolo. Si concede virtuosismi registici con ampie inquadrature aeree, usa la fotografia per illuminare l’ovvio (la noia claustrofobica di Marina in un giorno di pioggia o i corpi adagiati dopo l’amplesso dei due amanti) e le emozioni che estrae dagli attori (con la Pandolfi e Timi totalmente estranei ai loro ruoli) non sono altro che espressioni di imbarazzante fissità e sguardi sgomenti e lacrimosi.

La superficialità – specialmente quando si affrontano temi che da essa non possono, e non devono, essere nemmeno sfiorati – può essere non soltanto irritante ma addirittura inquietante. E, per questo, ci sentiamo di scomodare anche Wittgenstein quando affermava che “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

© CultFrame 09/2011 – 10/2011


TRAMA

Marina è una madre inquieta che porta il suo piccolo Marco in vacanza in montagna, Manfred è una guida dal carattere chiuso e solitario che affitta la casa ai turisti. Entrambi hanno un peso che si portano dentro e quando il bambino, una notte, avrà un incidente, Manfred lo porterà in salvo. Da quel momento in poi tra lui e Marina si creerà uno strano legame che farà emergere i loro tormenti interiori. Dopo anni la donna tornerà negli stessi luoghi di quell’incontro alla ricerca di quella radice che, in qualche modo, l’ha accomunata a quest’uomo.


CREDITI

Titolo: Quando la notte / Regia: Cristina Comencini / Sceneggiatura: Cristina Comencini, Doriana Leondeff, dal romanzo Quando la notte di Cristina Comencini / Fotografia: Italy Petriccione / Montaggio: Francesca Calvelli / Scenografia: Giancarlo Basili / Musica: Andrea Farri / Interpreti: Claudia Pandolfi, Filippo Timi, Thomas Trabacchi, Michela Cescon, Denis Fasolo / Produzione: Cattleya / Distribuzione: 01 / Paese: Italia, 2011 / Durata: 116 minuti

LINKFilmografia di Cristina Comencini
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
01 Distribution

6 commenti

  1. il romanzo da cui è tratto il film è stupendo! quindi evidentemente la Comencini il tema lo conosce molto bene. Probabilmente è quel classico tipo di film che non piace alla critica e che invece il pubblico in sala apprezza. Staremo a vedere, io sicuramente sono curiosa di vederlo al cinema, apprezzo e stimo moltissimo il lavoro di Cristina.

  2. Gentile Miki,.
    Il critico non è uno spettatore “diverso”, pertanto non si dovrebbe considerare come l’opposto del pubblico in sala. Esistono, come in ogni aspetto della vita, pareri divergenti ma chi svolge il nostro lavoro si impegna a formulare un giudizio di merito e non un giudizio di gusto. La critica, quindi, non è un attacco alla persona ma tende a sottolineare le debolezze di un’opera, come accade in ogni campo dell’arte. Il cinema è, per nostra fortuna, un’attività creativa sublime e democratica; chi esercita il mestiere del critico lo sa bene e rispetta le opionioni del pubblico e dei propri colleghi, auspicando che tale rispetto sia sempre reciproco.

  3. Avete letto l’ecumenica “Fenomenologia del critico” proposta semiseriamente da Escobar sul “Sole 24 Ore” di Domenica? Si conclude così: “Solo quando scrive lo spettatore, anche il migliore fra gli spettatori, è davvero critico. Come l’autore di un film sceglie e monta immagini, così il critico sceglie parole e le mette in sequenza. E non è una supposta verità ultima del film che gli preme, e che vuole esprimere. Sa che la (scrittura) critica non è una scienza, e ancor meno un processo, ma un genere letterario. Essendo spettatore, appunto, sa anche che le verità di un film sono tante quanti gli uomini e le donne in platea. Tra esse c’è la sua, personale come ogni altra, come ogni altra necessaria e insostituibile. E la vuole comunicare, questa verità relativa. Ai lettori spetta poi d’esserne i critici.”

  4. il mio intervento non era contro la critica, ho solo espresso la considerazione che spesso e volentieri film stroncati dalla critica incassano tanto al box office, segno evidente di quella frattura fra chi scrive di cinema e chi semplicemente va in sala a vedere un film per distrarsi qualche oretta.

    E spero vivamente che sia così anche in questo caso.

  5. L’ho visto ieri. Mi ha spinto ad andare a vederlo la dura critica riservata a questo film. E’ la prima volta che mi è piaciuta la Pandolfi. Prima non riuscivo ad apprezzarla. Non è facile affrontare il tema della maternità. Ma, anch’io mamma con due figli ora grandi, mi sono rivista in alcune scene e soprattutto ho apprezzato alcuni dialoghi. Non è da buttare via almeno non tutto.

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