Pedro Almodόvar. Maestri del cinema

di Silvia Nugara

Pedro Almodόvar. 24 settembre 1949 (Calzada de Calatrava, Spagna)

“Sono una centrale elettrica piena di idee disordinate, lacune culturali e sentimenti contraddittori. Il pudore, l’insicurezza e il bisogno di non starmene a braccia conserte sono altri elementi di questa centrale”. Con queste parole Pedro Almodόvar si descriveva in uno dei testi raccolti nel suo Patty Diphusa e altre storie, libro pubblicato sulla scia del grande successo internazionale ottenuto da film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), Légami! (1990) e Tacchi a spillo (1991).
Effettivamente, sin dagli esordi, Almodόvar non ha mai temuto le contaminazioni tra cultura popolare, pop e riferimenti colti, tra generi cinematografici nonché tra mezzi espressivi di diversa natura come per esempio la tv, la pubblicità, la moda, i fotoromanzi, le arti plastiche, la musica. Questo tipo di eclettismo è proprio anche del “personaggio” Almodόvar che prima di essere regista è stato attore teatrale nella compagnia Los Goliardos poi anche musicista punk rock (in una lunga sequenza di Labirinto di passioni canta con il sodale McNamara) e autore di una serie di bizzarre cronache di vita firmate sul settimanale La Luna dalla sua alter-ego inventata Patty Diphusa, star internazionale di fotoromanzi porno.

Tra i diversi generi cinematografici che il suo cinema ha liberamente ibridato c’è il musical, l’horror, la commedia corale, il dramma sociale, il thriller, ma un posto privilegiato se l’è sempre ritagliato il melodramma. Dopo le prime scanzonate quanto sconclusionate pellicole ambientate tra i giovani artistoidi e tossicomani che animavano la movida madrilena dei primi anni Ottanta, L’indiscreto fascino del peccato (1983) rappresenta l’approdo di Almodόvar al melodramma. Il film ritrae un manipolo di suore lesbiche, cocainomani, pornografe nel cui convento trovano ospitalità giovani donne perdute. Una di queste è una cantante di bolero per cui la madre superiora nutre una passione che condurrà allo struggente epilogo. È chiaro che i canoni del melodramma sono rielaborati dal regista spagnolo in modo originale e anticonformista, per esempio attraverso insoliti sodalizi amorosi, e con un’ironia priva comunque di cinismo.

Nel 1984, Che ho fatto io per meritare questo? prosegue la rielaborazione melodrammatica: è la storia di una casalinga che esasperata finisce per uccidere il marito con un osso di prosciutto. Dal punto di vista visivo e stilistico, il film si ispira alle telenovelas sudamericane ma anche a commedie nere come per esempio El pisito (1958) di Marco Ferreri. Appassionato di classici hollywoodiani e di dive come Bette Davis, Liz Taylor, Ava Gardner, Romy Schneider, Almodόvar inserisce in una sequenza anche una scena di Splendore nell’erba (1961) inaugurando così l’uso di citazioni e di elaborazioni meta-cinematografiche che caratterizzeranno progressivamente sempre di più il suo cinema (da Duello al sole, a Johnny Guitar, da Ensayo de un crimen a Eva contro Eva, da L’appartamento a Viaggio in Italia). La manifestazione più esplicita della sua onnivora cinefilia è probabilmente Gli abbracci spezzati (2009), suo penultimo lavoro, in cui il regista spagnolo si serve di un complesso lavoro di montaggio per rendere omaggio al cinema che ama e a tutte le pellicole da lui stesso girate.

Oltre all’uso tipicamente postmoderno della citazione, del cut-up, dell’ibridazione tra generi e linguaggi, l’estetica e la poetica del regista manchego si caratterizzano per la ricorrenza del Kitsch, dell’eccesso, dell’artificio, dell’iperdrammaticità portata alla soglia del ridicolo e anche oltre. Il suo cinema riunisce praticamente tutti gli elementi identificati da Susan Sontag per descrivere e definire la sensibilità “camp”. Camp è parlare seriamente del faceto e vice versa, inserendo elementi di comico o di assurdo in situazioni altrimenti drammatiche come per esempio uno stupro o un’aggressione, cosa che accade sia in Matador (1986) che in Kika (1993). Camp è sdrammatizzare, è evitare a tutti costi di prendersi sul serio, è fuggire sistematicamente il “pericolo” di risultare deliberatamente “impegnati”, “politici”. Si prenda ad esempio Che ho fatto io per meritare questo? (1984), che Almodόvar ha definito “il mio film più sociale”, in cui il susseguirsi di situazioni trash e grottesche non impediscono alla vicenda di inquadrare, sebbene non direttamente, una Spagna alle prese con la transizione democratica, i problemi economici delle classi lavoratrici, l’aggressiva espansione edilizia a Madrid oltre che la sofferenza di chi lascia la campagna per emigrare in città e deluso desidera tornare sui suoi passi.

L’immaginario almodovariano è spesso oltraggioso e paradossale ma è anche coraggioso nel proporre modelli di relazionalità e socialità in cui le donne assumono un ruolo centrale, si alleano tra loro, si relazionano agli uomini da pari. Il critico Stephen Maddison ha notato che al contrario di buddy movies come L.A. Confidential o Pulp Fiction in cui le donne sono principalmente oggetti di scambio o elementi funzionali a scongiurare la possibile omosessualità dei maschi protagonisti, nell’opera di Almodόvar il maschio non è più né necessariamente centrale e nemmeno necessariamente eterosessuale. Carne tremula (1997) è forse una delle rare eccezioni. In film come Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (1980), L’indiscreto fascino del peccato (1983), Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), Tutto su mia madre (1999) o Volver (2006), le donne assumono piena soggettività.

Il corpo femminile è allo stesso tempo reso sublime e dissacrato dal regista che attraverso ricorrenti riferimenti alle funzioni corporali, attribuisce alle sue protagoniste una concretezza fisiologica tutt’altro che divina. All’ironia scatologica di Almodόvar non è sfuggita neppure una star internazionale come Penelope Cruz che in Volver (2006) a un certo punto compare seduta sul water. Il corpo è l’oggetto centrale dell’ultimo La pelle che abito (2011) che si accosta in modo però decisamente fosco ai temi della degenerazione fisica, della mortalità, delle manipolazioni artificiali studiate per rigenerare all’infinito tessuti umani.
L’universo femminile è sicuramente fondamentale nell’immaginario almodovariano così come il tema della maternità ma le donne rappresentano anche dei veicoli di identificazione per una più ampia gamma di soggetti. Sin, almeno, da La legge del desiderio (1987) – con una grande Carmen Maura nei panni della transessuale Tina – si è resa sempre più chiara l’idea che la femminilità è interessante per Almodόvar in quanto arte della messa in scena, dell’apparenza, della performance. I suoi personaggi femminili sono delle esagerazioni drammatiche il cui corpo stesso è performace, puro artificio. Si pensi, per esempio, a Victoria Abril che in Kika interpreta un personaggio quasi post-umano, una specie di androide senza sentimenti in abiti di Jean-Paul Gaultier. Oppure ancora ai fianchi di Penelope Cruz in Volver, rimpolpati da cuscini per avvicinarsi al fascino ideale di attrici come Sofia Loren.
Perciò, le donne di Almodόvar non si discostano poi molto dalle drag queen e dalle transessuali in quanto si tratta comunque di messe in scena di una messa in scena. A cambiare è solo la quantità di trucco, di paillettes e di posticci. Approcciando l’estetica non in termini di bellezza ma in termini di stile, proprio come è tipico della sensibilità camp, Almodóvar valorizza la cultura, l’artefatto, a discapito di una pretesa “natura”, con ricadute importanti su questioni come l’identità di genere, le relazioni sociali tra uomini e donne, la sessualità. Il memorabile monologo teatrale della transgender Agrado in Tutto su mia madre è esattamente questo: una celebrazione dell’autenticità come realizzazione, attraverso ogni artificio inclusa la chirurgia plastica, dell’idea che si ha di sé e del proprio corpo. Ma dell’uso della chirurgia plastica La pelle che abito offre una versione decisamente meno gioiosa e più inquietante come esercizio non di potere sul proprio corpo bensì come pena inflitta al corpo altrui.

 

BIOGRAFIA

Nativo della regione Castilla-La Mancha, in Spagna. Si trasferire a Madrid diciassettenne e dopo esperienze teatrali, trash rock, filmini in super-8, un fotoromanzo porno e diversi corti, approda al 16mm con Pepi, Lucy, Bom e le altre ragazze del mucchio (1980). Il film riscuote grande successo nei circuiti underground il che gli permette di arrivare nelle sale gonfiato in 35 mm. Dopo il discreto successo di Che ho fatto io per meritare questo?, del cupo Matador e de La legge del desiderio, Donne sull’orlo di una crisi di nervi lo consacra regista di fama internazionale e si guadagna un’Osella al Festival di Venezia per la migliore sceneggiatura. A quel punto Hollywood lo chiama ma Almodόvar non risponde e torna in Spagna per ritrovare le sue radici e firmare Légami!. Dopo diverse pellicole in cui l’atrice-feticcio era Carmen Maura, il film segna l’inizio del sodalizio artistico con Victoria Abril cui seguirà più avanti, a partire da un cameo in Carne Tremula, quello con Penelope Cruz. Almodόvar non ha lanciato solo attrici ma anche attori del calibro di Antonio Banderas e Javier Bardem.

Nell’arco della sua carriera, il regista ha frequentato i più grandi festival internazionali sia in veste di giurato, al Festival di Cannes nel 1992, che in quella di concorrente. Tra i premi più importanti ricordiamo la Palma d’oro per la regia di Tutto su mia madre nel 1999, e quella a Volver per la sceneggiatura nel 2006, nonché l’Oscar per il miglior film straniero per Tutto su mia madre e quello per la sceneggiatura originale di Parla con lei nel 2003.

© CultFrame 10/2011

 

FILMOGRAFIA
1978 Folle… folle… fólleme Tim!
1980 Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio
1982 Labirinto di passioni
1983 L’indiscreto fascino del peccato
1984 Che ho fatto io per meritare questo?
1986 Matador
1987 La legge del desiderio
1988 Donne sull’orlo di una crisi di nervi
1990 Légami!
1991 Tacchi a spillo
1993 Kika – un corpo in prestito
1995 Il fiore del mio segreto
1997 Carne trémula
1999 Tutto su mia madre
2002 Parla con lei
2004 La mala educación
2006 Volver
2009 Gli abbracci spezzati
2011 La pelle che abito

LINK
CULTFRAME. La pelle che abito. Un film di Pedro Almodόvar
CULTFRAME. Gli abbracci spezzati. Un film di Pedro Almodόvar
CULTFRAME. La mala educación. Un film di Pedro Almodόvar

IMMAGINI
1 Locandina del film Tacchi a Spillo
2 Frame del film Parla con Lei
3 Frame del film Volver
4 Perdo Almόdovar

 

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1 commento su “Pedro Almodόvar. Maestri del cinema”

  1. Complimenti per l’approfondita conoscenza dell’artista e delle sue opere. Grande capacità di analisi di un’opera artistica non semplice, molto sfaccettata e assolutamente fuori dagli schemi.

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