Come le lucciole. Una mostra-omaggio all’opera di Georges Didi-Huberman

davide_tranchina-dentro_la_cavernaArte e politica sono due categorie ancora in grado di dialogare? La domanda, all’apparenza banale, sorge spontaneamente apprestandosi a varcare la soglia della Galleria Rusconi, che riapre la stagione espositiva con una mostra-omaggio all’opera Come le lucciole di Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte. Una domanda che crea un disagio in chi scrive, perché apre la porta su una questione immensa, uno scenario nel quale le immagini sono necessariamente problematiche e dove  l’orizzonte di riferimento non è solo la contemporaneità – teatro eletto della “supervisione”, dell’ubriacatura che segue l’ebbrezza della società dello spettacolo di debordiana memoria, ma la realtà tutta, il passato alle spalle e il futuro come possibilità, incarnati in quella macchina del tempo che è appunto l’immagine, dispositivo in grado di mettere in pausa il flusso apparentemente inarrestabile del tempo. Pausa di riflessione, idealmente, ma anche “perdita di memoria”, black out.

A limitare la vertigine che travolge lo spettatore che si affaccia su questo precipizio interviene il pensiero di Georges Didi-Huberman che, come un faro, lo aiuta a orientarsi nel percorso espositivo. Marco Tagliafierro, curatore della mostra, parte proprio dal testo più esplicitamente politico di Huberman per organizzare una proposta espositiva ricca, problematica, a tratti sottilmente enigmatica.
Le opere dei dodici artisti sono opere-lucciola, frutto della riflessione sul testo del filosofo che, a sua volta, muove una critica appassionante alle elaborazioni di due tra i più lucidi pensatori politici dell’ultimo quarto di secolo, ossia Pier Paolo Pasolini e Giorgio Agamben. Personaggio iconico il primo, citato sino a smarrirne il senso profondo della visione, ingiustamente sottovalutato il secondo, pensatore d’eccellenza tra i più apprezzati all’estero e relegato nell’ombra in Italia, paese votato alla distrazione.

claude_collins_stracensky, Nathaniel Rackowe-silvio_wolf-liliana_moro-luigi_acerraL’idea di fondo della mostra nasce dal celeberrimo articolo scritto da Pasolini nel 1975 e pubblicato sul Corriere della Sera con il titolo Il vuoto di potere. Pasolini, in una tagliente analisi dell’Italia dell’epoca, individua nelle lucciole la metafora di una grazia, uno stato dell’essere ormai scomparente, ossia quella condizione arcaica e contadina riferibile alla preindustrializzazione del paese, vittima di un fascismo delle merci più virulento del fascismo storico. La splendida intuizione poetica di Pasolini non è scevra però da un pessimismo che lo porta a guardare con rischiosa nostalgia a un passato mitizzato e a farsi portatore di una totale assenza di fede nel contemporaneo. Non dissimile l’approdo della filosofia di Agamben, brillante interprete del pensiero di Walter Benjamin – autore de L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica – e di Aby Warburg, che, attraverso la riflessione sull’homo sacer, si trova affinitivamente vicino al pessimismo pasoliniano, sebbene la sua riflessione si attesti su un’idea apocalittica del presente relegando la salvezza in un futuro utopico.
Huberman invece propone una via d’uscita alla desolazione dello scenario storico dei due autori, e lo fa utilizzando proprio la metafora degli insetti portatori di luce. Per il filosofo non sono le lucciole ad essere scomparse ma il nostro sguardo ad essere cambiato: siamo noi a non saper vedere il loro luccicare tenue e poetico, abbagliati dal frastuono visivo del flusso di immagini che quotidianamente ci acceca. La ricerca di questa apparizione fugace che rischiara le tenebre è un’attitudine che interviene nel mondo e si afferma come atto politico.
Avvicinandosi alle opere scelte per la mostra ci sia accorge di avere un desiderio d’ascolto maggiore del solito, come se sapessimo di trovarci dinanzi a degli esseri delicati: come le lucciole, queste opere si fanno portatrici di una volontà di rischiarare il reale, dissolvendone le ombre e proponendoci un’alternativa ai dogmi visivi imperanti.

katja_mater-dd29Colpisce l’incisività poetica di Mario Airò che, in Momento Perfetto (2011), delinea una sottile traccia metallica che congiunge due anelli d’oro, due fedi sospese che proiettano un’ombra grafica sul muro retrostante; si lascia scoprire lentamente il wallpaper di Davide Tranchina, mimetico sul muro della galleria a evocare una caverna forse platonica, dove si stagliano ombre di ombre; il cinguettare di uccellini che provengono dal congegno sonoro di Liliana Moro di Oro alla Patria (2011) che risponde all’oro del pannello di Eva Marisaldi o la strada di luce che sgorga dai blocchi di cemento di Pathfinding (2010) di Nathaniel Rackowe; sono sopratutto le fotografie e il video a farsi carico di questo dramma, forse per la natura stessa del proprio media, che li rende gli strumenti d’elezione di quell’accecamento da troppa visione identificato dallo stesso Huberman. Il video di Mark Aerial Waller, un’installazione composta da tre proiezioni di fronte ai quali ruota su se stessa la riproduzione di un ipotetica maschera dell’eroe greco Agamennone, è un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso il mito, mischiando materiali alti e bassi, low-fi e immagini cinematografiche: l’opera che ne risulta è un flusso di immagini straniante, non privo di ironia, che demolisce la forza immersiva dell’immagine televisiva – cinematografica per lasciare spazio a una grammatica visiva alterata

Infine, degna di attenzione particolare l’opera di Katja Mater DD29, progetto di fotografia e disegno, nel quale la fotografia diventa opera autonoma celebrando il disegno nel suo farsi, mentre l’opera prosegue fino a smarrire l’immagine immortalata dallo scatto, di cui rimane solo una vaga traccia. Disposte l’uno accanto all’altra le immagini, quasi monocrome, sono difficilmente distinguibili, divengono ambigue e critiche, pur mantenendo una levità e una grazia che invocano l’attenzione dello spettatore.
Tutte le opere, che racchiudono un elemento d’oro, colore alchemico e simbolo di luce, ci spingono a interrogarci sulla modalità del nostro sguardo: con una forma di gentilezza, traducono il monito di Huberman a riappropriarci del momento presente – punto generatore del passato e del futuro – e a intervenire nelle pieghe del reale alla ricerche di quelle strade parallele dove ancora brillano, misteriose, le lucciole.

© CultFrame 10/2011

 

IMMAGINI
1 Davide Tranchina, Dentro la caverna, 2011, Photo print on wall paper, different sizes, ed. 3+2ap. Foto di Luigi Acerra
2 Claude Collins-Stracensky, Nathaniel Rackowe, Silvio Wolf, Liliana Moro. Foto di Luigi Acerra
3 Katja Mater, DD29, 2010, a destra Paolo Gonzato, Gold experience. Foto di Luigi Acerra

INFORMAZIONI
Come le lucciole / A cura di Marco Tagliafierro
Artisti: Mario Airò, Tony Brown, Claude Collins-Stracensky, Paolo Gonzato, Franco Guerzoni, Eva Marisaldi, Katja Mater, Liliana Moro, Nathaniel Rackowe, Davide Tranchina, Mark Aerial Waller, Silvio Wolf
Dal 16 settembre al 5 novembre 2011
Galleria Nicoletta Rusconi / Corso Venezia 22, Milano / telefono: 02.784100; fax 02 77809369 / press@nicolettarusconi.com
Orari: lunedì – venerdì 11.00 – 19.00 / Sabato e domenica chiuso

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Galleria Nicoletta Rusconi, Milano